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Indossare il burqa o velo islamico: è vietato in Italia?

8 Dicembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Indossare il burqa o velo islamico: è vietato in Italia?

Breve panoramica sugli indumenti delle donne musulmane e la legge italiana in merito al loro uso in pubblico. Casi di ordinanze contrarie all’uso del velo e la disciplina del burqa durante le manifestazioni. 

Che tu viva in una grande città o in un piccolo comune dell’entroterra, ti sarà probabilmente capitato di incontrare donne completamente avvolte in strati di tessuto più o meno coprente. La loro appartenenza a una cultura “altra” ti sarà apparsa evidente e forse ti sarai subito chiesto se è possibile o meno girare per le città con il viso coperto. Domanda più che legittima, visti gli attacchi terroristici di matrice islamica legati ai fondamentalismi musulmani.

In alternativa, potresti anche essere o conoscere una persona che, recentemente avvicinatasi al Corano, vuole vederci chiaro in merito ai diritti in materia di confessione religiosa. In qualunque caso, è importante domandarsi: indossare il burqa o il velo islamico è vietato in Italia? Come avrai modo di scoprire leggendo fino in fondo questo articolo, non esiste, nel panorama legislativo nazionale, una norma specifica che vieti l’uso del burqa. Esistono, però, luoghi e situazioni nelle quali è preferibile smettere di indossare il velo islamico, soprattutto perché, in caso contrario, si rischia un’ammenda e la detenzione.

Cos’è il velo islamico

Nonostante il contesto sociale globalizzato, l’idea del velo islamico ha assunto, specie nell’immaginario occidentale, connotazioni piuttosto generiche. Quello che subito viene evocato alla mente è una donna che cela una o più parti del suo corpo.

In realtà, la moda islamica è particolarmente feconda di “veli”, tant’è che, a seconda dell’area geografica e della confessione di appartenenza, ne esistono di diversi tipi.

Diffuso in tutto il mondo musulmano è l’hijab, un foulard che, per la shari’a, rappresenta la copertura minima che uomini e donne dovrebbero indossare per raccogliere i capelli e nascondere la fronte, le orecchie e la nuca. Diverso, invece, il niqab che, diffuso in Egitto e nel Vicino Oriente, nasconde totalmente il viso lasciando intravedere solo gli occhi. Il burqa, invece, è usato per lo più in Afghanistan, è di colore azzurro e si distingue dal niqab per la mascherina grigliata posizionata proprio dinanzi agli occhi.

A dispetto della quantità di indumenti usati dalle donne musulmane, in Italia si è soliti parlare, genericamente, di velo islamico. Tale accorpamento è certamente legato al fatto che, nonostante gli innumerevoli punti di contatto, la cultura musulmana affonda le sue radici in una storia differente dal cristianesimo e dalla cultura occidentale in generale. Pertanto, agli occhi di un italiano, potrebbe non esserci molta differenza tra un burqa, un niqab o un hijab.

Indossare il burqa o il velo islamico: cosa dice la legge?

Non esiste una legge che vieti espressamente di indossare il velo islamico in pubblico e, a tal proposito, esistono solo delle norme di carattere generico. Il loro obiettivo è di assicurare che chiunque partecipi a manifestazioni tenute in luogo pubblico o aperto al pubblico possa essere riconosciuto e non sia di ostacolo alla pubblica sicurezza.

Nello specifico, risale agli inizi degli anni Trenta il divieto di comparire in luogo pubblico con il viso coperto da una maschera [1]. Come si può notare, non si tratta di un’espressione di diniego alla libera circolazione di donne con il viso velato.

Più espressamente, quando qualcuno – per motivi culturali ovvero, come vedremo, politici – intende appellarsi alla legge per vietare di indossare il velo in pubblico, fa riferimento a una legge degli Settanta che è poi stata integrata nel corso dei decenni [2]. In questo secondo caso, al centro dell’attenzione normativa ci sono i caschi protettivi o qualsiasi altro oggetto indossato in luogo pubblico o aperto al pubblico senza giustificato motivo, tale da rendere difficile il riconoscimento.

Ad aprire qualche spiraglio a chi voglia negare l’uso del velo, corre in soccorso proprio la mancanza di motivazione valida nell’indossare questo indumento, tant’è che, nei tribunali e nei ministeri, si gioca un’importante partita legale.

Il rapporto tra velo islamico e legge italiana: alcuni casi

Molto spesso, le piccole battaglie sono in grado di cambiare il volto di un’intera nazione. Sembra essere proprio questo il quadro all’interno del quale si inseriscono i tre casi che proponiamo di seguito.

Gli esempi riportati hanno in comune molti elementi e, tra gli altri, anche quello, poco celato in verità, di essere azioni con un forte rilievo politico e sociale. È chiaro che, sanzionando le donne che girano per la città coperte dal velo islamico, l’intento è quello di colpire la cultura musulmana.

Novara

Nel corso del suo mandato di sindaco del Comune piemontese, Massimo Giordano, agli inizi del 2010, firmò un’ordinanza che vietava di indossare il velo in luoghi pubblici. Prima di essere approvata, però, la delibera venne inviata al ministero degli Interni – all’epoca retto da Roberto Maroni – che invitò la giunta a modulare la norma in modo che il divieto fosse valido solo per i luoghi pubblici in genere (soprattutto scuole e ospedali pubblici).

A pochi mesi dall’entrata in vigore di questa disposizione, una pattuglia di carabinieri fermò marito e moglie, lei coperta da burqa, nelle vicinanze di un ufficio postale. I due fornirono facilmente i propri documenti d’identità, ma il problema nacque nel momento in cui i carabinieri tentarono di verificare che il documento mostrato appartenesse davvero alla donna sotto il velo.

S’innescarono, a quel punto, dei veri e propri scontri culturali. Per cominciare, il controllo avveniva di venerdì, il giorno della Jumu’a, la preghiera privata comune musulmana e, inoltre, il marito di Amel – questo il nome della ragazza tunisina – si sentiva violato nel dover rivelare il volto della moglie ad altri due uomini.

Si giunse così a un compromesso: dopo aver chiamato una vigilessa e trovato un luogo discreto e appartato, la ragazza non ebbe alcun problema a farsi riconoscere.

Tuttavia, rea di essersi recata in un luogo pubblico, ad Amel venne comunque comminata una multa di 500€, la prima in Italia per porto abusivo di velo islamico.

In un’intervista rilasciata all’Ansa dall’ormai ex sindaco leghista, ben si coglie l’intenzione di perseguire un’integrazione per via di sanzioni amministrative.

Azzano Decimo

Decisamente più complicato è il caso di Azzano Decimo. In questo piccolo Comune friulano, nel 2004, l’allora sindaco leghista Enzo Bortolotti firmò un’ordinanza che inseriva dichiaratamente il velo islamico tra quei mezzi e quegli strumenti che ostavano alla pubblica sicurezza [3].

Il suo tentativo era quello di adeguare il panorama normativo del comune di cui deteneva il mandato a quelle norme che vietano di comparire mascherati in pubblico.

Nello stesso anno, però, il prefetto di Pordenone annullò il decreto comunale. Di fatto, si apriva un contenzioso che, oltre alla questione del velo in sé, si portava dietro anche aspetti di legittimità e conformità ai poteri detenuti.

Visto l’annullamento, il sindaco Bortolotti fece subito ricorso al TAR. Questo, però, si espresse completamente a favore del Prefetto [4]. La sua decisione di annullare la delibera comunale, infatti, rientrava nel pieno dei suoi poteri, senza contare che l’ordinanza del sindaco risultava del tutto illegittima, non trovando appigli in alcuna legge nazionale.

Lo scontro, poi, proseguì in sede di Consiglio di Stato. Qui, l’ex sindaco affermò che il Prefetto non poteva annullare l’ordinanza in oggetto perché l’attività di un amministratore comunale non ricade sotto l’ala prefettizia. Palazzo Spada, sede dell’organo costituzionale, fece però notare che la rimostranza era infondata, visto che il sindaco aveva legiferato in materia di sicurezza pubblica, la cui competenza spetta proprio al Prefetto.

Inoltre, il Consiglio di Stato stesso non poteva non concordare con la sentenza emessa dal TAR in merito al carattere innovativo e interpretativo dell’ordinanza firmata dal sindaco [5]. Come abbiamo già avuto modo di vedere, nessuna legge italiana inserisce il burqa tra i mezzi che rendono difficile il riconoscimento. A dispetto di ciò, l’aggiunta del velo che copre il volto conferiva all’ordinanza un alone di novità non rintracciabile nel quadro legislativo nazionale.

Regione Lombardia

Nel 2015, la Giunta della Regione Lombardia ha approvato una modifica del regolamento regionale volta a impedire l’ingresso in ospedali e altre strutture pubbliche di persone con il volto coperto integralmente.

Si tratta, come si può ben intuire, di una modifica generica, dettata dal buon senso e non rivolta esclusivamente al velo islamico, che certamente pure rientra nel regolamento emendato.

Conclusione: in quali casi non è possibile indossare il velo islamico?

Dopo aver passato in rassegna i casi più noti in cui il velo islamico è diventato oggetto di divieto, emerge che la proibizione vada inserita in una regolamentazione per lo più localistica senza che la stessa tradisca un importante profilo giuridico: l’uso del burqa non impedisce il riconoscimento e né è privo di un giustificato motivo. Il burqa, infatti, non è una maschera e, pertanto, non rientra in quanto disposto dalle leggi in materia di pubblica sicurezza.

Certo, non occorre nemmeno dimenticare quanto stabilito dalle disposizioni a tutela dell’ordine pubblico [6]. Ma in questo caso, lo spirito della legge intende impedire l’uso (o meglio l’abuso) di mezzi che rendano difficile il riconoscimento. Il velo islamico è un indumento che non rientra in questa fattispecie.

Facciamo alcuni esempi.

Se un ragazzo provasse a entrare in un ospedale, diretto nelle corsie, con indosso un casco integrale, potrebbe essere fermato, sottoposto a riconoscimento e, a seconda del grado di collaborazione, essere soggetto o meno a multa. Questo accadrebbe perché il casco – che pure non nasce con finalità tali da impedire il riconoscimento – sarebbe percepito come oggetto fuori contesto. Manteniamoci sullo stesso esempio, sostituendo il ragazzo col viso celato dal casco con una donna coperta dalla frumka, il velo usato dalle ebree ultra-ortodosse. Pur cambiando il soggetto, l’esito della storia non cambierebbe.

Ovviamente, se i due individui, fermati dal personale di sicurezza, collaborassero al proprio riconoscimento, togliendo l’uno il casco e l’altra il velo, è possibile che non scatti alcuna sanzione amministrativa.

Infine, la legge prevede un unico caso di divieto assoluto: quello di prendere parte a manifestazioni svolte in luogo pubblico o aperto al pubblico col viso coperto. In tutti questi i casi, che si tratti di un casco o un velo, un passamontagna o una maschera, il contravventore è punito con l’arresto da uno a due anni e con una multa da 1.000 a 2.000 €.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] Art. 85 R.D. n. 773/1931.

[2] Art. 5 L. n. 152/1975, sostituito dall’art. 2 L. 533/1977 e poi art. 10 co. 4-bis del DL 144/2005.

[3] Reg. Ord. n. 24/2004.

[4] TAR Friuli-Venezia Giulia sent. n. 645/2006.

[5] Consiglio di Stato sent. n. 3076/2008.

[6] Art. 5, co. 2, l. 152/1975, modificato dall’art. 13, co. 4, l. 689/1981 e poi art. 10, co. 4-bis del DL 144/2005 convertito con modifiche dalla legge n.155/2005.


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