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Depersonalizzazione: sintomi, cause e trattamento

10 Dicembre 2020 | Autore:
Depersonalizzazione: sintomi, cause e trattamento

I segnali, la diagnosi e il trattamento del disturbo. Quando lo psicologo è obbligato a sporgere denuncia nei confronti del paziente?

Hai la sensazione di esserti trasformato in un automa. Non sei più in grado di controllare i tuoi movimenti, le tue emozioni. Ti senti distaccato dal tuo corpo. È come se fossi lo spettatore del tuo presente. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Ti sembra di vivere un’esperienza extracorporea, come se fossi in un film. Hai perso la percezione della realtà. Tutto ciò che ti circonda ti sembra strano, surreale. Come mai? Cosa sta succedendo? Sei in preda all’ansia. Hai attacchi di panico. Allora, decidi di rivolgerti al tuo medico. Con molta probabilità, l’esperto ti dirà che si tratta del disturbo di depersonalizzazione e derealizzazione (DD) che, nel Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5, APA 2013), è annoverato tra i disturbi dissociativi.

In parole semplici, quando si parla di depersonalizzazione si intende una sensazione di distacco o estraneità da se stessi, dal proprio corpo, dalle proprie emozioni, dalla propria identità. È come se fossi disconnesso. Nei casi più gravi, si può arrivare al totale annichilimento e alla «morte interiore».

La derealizzazione presenta elementi comuni alla depersonalizzazione, ma queste sensazioni di estraneità, di irrealtà e/o di distacco riguardano il mondo esterno, l’ambiente circostante, le persone (che possono apparire non familiari) e gli oggetti (che possono risultare di forme e dimensioni diverse). I suoni possono essere percepiti come più forti o più deboli di quanto lo siano effettivamente.

Prosegui nella lettura del mio articolo, se vuoi saperne di più sulla depersonalizzazione: sintomi, cause e trattamento. A seguire, potrai trovare l’intervista al dr. Matteo Pacini (medico chirurgo, specialista in Psichiatria, docente di Medicina delle Dipendenze presso il Dipartimento di Psichiatria all’Università di Pisa). Dopo l’intervista, ti spiegherò quali sono gli obblighi dello psicologo nel caso in cui venga a conoscenza della commissione di un delitto.

Cos’è la depersonalizzazione?

Si tratta di un tipo di sintomo. Da questo prende il nome anche un disturbo, ma il sintomo è presente in diversi quadri clinici. Si tratta della sensazione di essere fuori dal proprio corpo, distaccati o disallineati. Si perde quindi la percezione di coincidenza tra il proprio corpo (con le sue azioni) e se stessi.

La sensazione può essere quella di agire, parlare come se si fosse in un’altro “piano”, dietro un vetro, in una bolla e che il nostro corpo si muova e agisca per una strana corrispondenza con quello che effettivamente gli comandiamo di fare. Se si paragona la cosa a quando si manipola, con un joystick, un personaggio di un videogioco, la differenza sta però nel fatto che in questo caso noi sentiamo una continuità tra i movimenti della nostra mano e i corrispondenti movimenti del personaggio.

Nella depersonalizzazione, invece, ci manca il contatto con il joystick. Per qualche bizzarro motivo, noi pensiamo di muovere una mano e la mano si muove, ma non percepiamo la naturalezza di questa corrispondenza e, quindi, non identifichiamo in automatico quella mano come “la nostra mano”. Lo stesso tipo di problema riferito non a se stessi ma alla realtà in cui siamo si indica con il termine “derealizzazione”.

Cos’è la derealizzazione?

Lo spazio esterno, le sue dimensioni e le sue componenti appaiono come elementi di una scena di cui non ci sentiamo fisicamente parte. Lo siamo, ma è come se fossimo fuori da uno schermo a guardare. Fuori dal margine, fuori campo.

Così come può esservi la dissociazione tra riconoscimento di sé ed elementi del corpo e dell’ambiente, così può esservi la dissociazione dalla memoria degli elementi che si conoscono già. Per questo, a volte, si hanno fenomeni di “già visto” o “mai visto”. Si ha l’impressione di aver già visto qualcosa, o un’intera scena, con intere sequenze di azioni che invece si stanno vivendo in quel momento per la prima volta.

Si ha l’impressione di sapere cosa viene dopo, ma in realtà è una funzione di “riconoscimento” che scatta da sola, o al contrario che non scatta, e quindi si conosce un luogo e si sa dove andare ma si conserva l’impressione di non esservi mai stati.

Depersonalizzazione e depressione: esiste qualche correlazione?

Togliendo in questa sede alcune cause di tipo neurologico, come alcuni tipi di epilessia che riguardano il lobo temporale, nelle sindromi psichiatriche, i sintomi DD compaiono in vari contesti. Nella depressione profonda per esempio ci può essere uno stato di inaridimento emotivo, di indifferenza e di straniamento rispetto agli stimoli circostanti che è descritto come “depersonalizzazione affettiva”: in questo caso, più che una sensazione di non appartenenza fisica, si tratta di una perdita del significato emotivo associato agli stimoli, con la consapevolezza di quello che invece dovrebbero suscitare. Spesso, i sintomi DD si associano alla cosiddetta assenza di piacere, l’anedonia.

Il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione è accompagnato da attacchi di panico e comportamenti fobici? 

Il quadro più comune in cui si sperimenta la depersonalizzazione, quella che dura poco, è il panico. Anche lo spavento semplice. Dopo una crisi ansiosa, si rimane spesso in uno stato in cui ci si sente spossati, ovattati e anche un po’ distaccati, magari con uno stato d’animo sollevato, tipo dopo una prova. Dopo un attacco di panico, e anche durante, ci possono essere sintomi di depersonalizzazione/ derealizzazione (DD), comprese distorsioni sensoriali, come suoni lontani, prospettive allungate, senso di lentezza.

Questi sintomi per alcuni sono particolarmente spaventosi, perché vissuti come la perdita di controllo su qualcosa che normalmente è “automatico”, cioè il vivere il proprio corpo e l’appartenenza fisica alla realtà. Si hanno sindromi ansiose che sono innescate da sintomi di questo tipo, a cui il cervello della persona reagisce con intensa preoccupazione. In realtà, nella maggior parte dei casi, si tratta di tipi di attacco di panico che iniziano appunto con sintomi del genere e poi evolvono con lo stato di allarme.

Quali sono gli effetti della depersonalizzazione?

È una cosa che procura certamente disagio. Molti si impauriscono perché pensano che sia l’anticamera della perdita totale di controllo. In realtà, è vero che per alcuni è l’inizio di un attacco di panico, che poi si conclude. Direi piuttosto che a volte la DD è una conseguenza. In molti disturbi di tipo ossessivo-compulsivo, capita che, al culmine dei rituali, o dopo ore passate a pensare alla stessa cosa in maniera crescente, la persona si senta come “estraniata”, come se non avesse vissuto la giornata, come se avesse agito e parlato ma senza essere realmente presente a quello che faceva.

Le ossessioni, per il loro carattere di “assorbire” l’attenzione della persona e l’energia psichica, per così dire, sono un po’ tutte seguite da quello che si può definire come una specie di stato collaterale. In conclusione, chi è preso da fasi ossessive intense si sente anche depersonalizzato. Questo specialmente quando oggetto dell’ossessione è proprio una parte del corpo, o una funzione del corpo.

Come avviene la diagnosi?

La diagnosi è clinica, tolti i casi neurologici in cui si ci avvale di altri tipi di accertamento. L’autodiagnosi, che è sempre sconsigliata, in questo caso è particolarmente “di moda” per due motivi. Il tipo di sintomo magari è più strano di altri e, quindi, attira l’attenzione di chi cerca preoccupato i sintomi in rete.

Un’altra precisazione va fatta sulla terminologia: in alcuni manuali, si legge che questi sintomi vanno sotto il nome di “sintomi dissociativi”. Il termine dissociazione, però, specie nelle vecchie cartelle cliniche, indicava tutt’altro, ed era quasi un sinonimo di psicosi. Pertanto, è una parola che ha cambiato significato negli anni.

In cosa consiste il trattamento del disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione?

Il trattamento è ancora largamente basato su aggiustamenti empirici, nonostante esistano studi su singoli farmaci. I sintomi sono tuttavia eterogenei, per cui non esiste un unico farmaco efficace sui sintomi di per sé.

Ad esempio, il trattamento del panico di solito è efficace anche sui sintomi DD, così come il trattamento della depressione lo è sulla depersonalizzazione affettiva, insieme con i resto del quadro clinico. Il disturbo da depersonalizzazione a se stante è invece un’entità ancora di difficile trattamento, non esistendo uno standard. Sono stati indicati come utili farmaci antidepressivi, antipsicotici, antiepilettici.

Altre informazioni utili sul disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione? 

Un tipo particolare di sintomi DD è quello che residua all’uso di alcune sostanze. Ci sono molti casi di disturbo d’ansia, o depressione, che iniziano dopo l’uso anche occasionale di cannabis. I pazienti sono molto preoccupati di aver riportato danni irreversibili, e passano giorni in questo stato di allarme e di preoccupazione.

Al di là dei postumi di un attacco di panico, che possono coprire uno o pochi giorni, si innesca dopo un meccanismo di tipo ipocondriaco o ossessivo, aggravato dalle letture in rete. Dalle ricerche fatte, si tratta di disturbi d’ansia, di solito con precedenti familiari, innescati dalla cannabis probabilmente per un effetto casuale. Fortunatamente, sono curabili secondo tecniche simili a quelle dei disturbi spontanei e generici.

Psicologo: obbligo di riservatezza e denuncia

Dopo l’intervista al dr. Matteo Pacini, a seguire ti spiegherò quali sono gli obblighi dello psicologo nel caso in cui venga a conoscenza della commissione di un crimine. Il professionista è tenuto a denunciare il paziente che gli confida di aver commesso un reato? Viene meno il suo obbligo di riservatezza?

Ipotizziamo che tu sia affetto dal disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione. Hai la sensazione che corpo e cervello non comunichino tra loro. La tua mente pensa a qualcosa, mentre i tuoi arti compiono delle azioni incontrollate. Torni a casa dopo una giornata di lavoro impegnativa. Inizi a discutere con tua moglie. Guardi improvvisamente il suo smartphone e, in preda al delirio, noti un messaggio non visualizzato sui social. Inizi ad essere assalito dall’ansia, dalla rabbia, temi che lei ti stia tradendo o ti stia nascondendo qualcosa.

Ti senti impazzire. Mille pensieri si accavallano nella tua testa. Inizi ad avere le vertigini. Avverti un senso di distacco da te stesso e dal mondo circostante. È come se stessi vivendo un sogno, o meglio un incubo. Lei ti urla contro e iniziate ad avere un’accesa discussione. A questo punto, sei al limite del tuo controllo, così inizi a strattonarla e le procuri dei lividi. Torni in te e cerchi di scusarti con lei. Non è la prima volta che succede. Questo episodio si ripete per l’ennesima volta. Tua moglie, impaurita, ha sempre continuato a perdonarti, ma stavolta sembra decisa a denunciarti. Tu le prometti che non accadrà mai più e le assicuri che ne parlerai con uno specialista.

Decidi di rivolgerti ad uno psicologo in modo da provare ad uscire da questa situazione grazie ad un aiuto professionale. Al primo incontro, ti domandi se puoi davvero dire tutto allo psicologo. In particolare, ti chiedi se puoi confidare di aver commesso un reato, in tal caso parliamo di maltrattamenti in famiglia. A questo punto, cosa succederà? Lo psicologo è tenuto a denunciarti?

Innanzitutto, facciamo un breve focus sulla definizione del reato di maltrattamenti in famiglia. Si tratta di un reato abituale, disciplinato dal Codice penale [1], che scatta nel momento in cui certi episodi di violenza psico-fisica si verificano con una certa frequenza per un lasso di tempo apprezzabile. Un reato deplorevole che punisce chi è solito sopraffare ripetutamente un familiare, attraverso minacce, molestie, violenze e vessazioni che riducono la vittima in uno stato di soggezione.

È chiaro che nel momento in cui decidi di rivolgerti ad uno psicologo, con lui dovrai essere un libro aperto in modo che, una volta messo al corrente di tutte le informazioni che ti riguardano, il suo intervento possa esserti davvero d’aiuto.

Devi sapere che, nell’esercizio della sua professione, lo psicologo è tenuto a denunciare all’autorità giudiziaria i reati di cui viene a conoscenza grazie allo svolgimento della sua attività lavorativa. In alcuni casi, è obbligato per legge a denunciare il proprio paziente.

Quindi, se confessi al tuo psicologo di aver commesso un reato perseguibile d’ufficio (come il reato di maltrattamenti in famiglia), rischi di essere denunciato, in quanto in tal caso il professionista è tenuto a violare il segreto professionale.

In particolare, devi sapere che lo psicologo assume la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio quando è dipendente dell’ospedale; è dipendente di un’altra struttura sanitaria pubblica oppure è convenzionato con il Servizio sanitario nazionale (Ssn). In qualità di pubblico ufficiale, è obbligato a denunciare ogni reato procedibile d’ufficio di cui viene a conoscenza.

Al contrario, se lo psicologo esercita la sua professione in uno studio privato, non può essere equiparato al pubblico ufficiale o all’incaricato di pubblico servizio. Tuttavia, essendo un professionista sanitario, se presta la sua opera in casi che presentano i connotati del reato, è obbligato a fare referto e a segnalarlo all’autorità competente.


note

[1] Art. 572 cod. pen.


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1 Commento

  1. Ecco questo della depersonalizzazione è un tema su cui mi sono posto sempre tante domande. Ho sentito parlare di gente che non si riconosce nei propri gesti ed è come se ci fosse un’astrazione della propria persona dal corpo. La cosa mi fa alquanto preoccupare perché davvero queste persone hanno bisogno di un aiuto altrimenti possono essere delle mine vaganti e commettere reati gravi. Ora, il caso trattato sui maltrattamenti è molto grave e il chiarimento sul compito dello psicologo è molto interessante. Certa gente va curata e aiutata

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