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Mantenimento figlio maggiorenne: fino a quando?

5 Ottobre 2020
Mantenimento figlio maggiorenne: fino a quando?

Per quanto tempo dura l’obbligo di versare gli alimenti al genitore con cui convive il figlio maggiorenne: il caso del figlio che non lavora. 

I genitori devono mantenere i figli, anche se maggiorenni, fino a quando questi non sono autosufficienti. Un obbligo a cui il genitore convivente partecipa provvedendo direttamente alle spese quotidiane per vitto, alloggio, abbigliamento e altre esigenze ordinarie, ed a cui, invece, l’altro genitore (quello cioè non convivente) contribuisce con un assegno annuale spalmato su dodici mensilità. Oltre a ciò, questi è tenuto a partecipare alle spese straordinarie nella misura (di norma) del 50%; vi rientrano le spese mediche, quelle per i viaggi, per l’acquisto dei libri scolastici, per l’iscrizione all’università, ecc.

L’ammontare del contributo mensile, se non determinato di comune accordo dal padre e dalla madre, viene fissato dal giudice su ricorso di uno dei due. E ciò vale sia per le coppie sposate che per quelle di ex conviventi. 

Sempre più spesso, in una società che non consente di raggiungere facilmente l’indipendenza economica, ci si chiede fino a quando spetta il mantenimento al figlio maggiorenne. Esiste una soglia di età massima oltre la quale il figlio, non più giovane, deve iniziare a badare a se stesso e i genitori possono chiudere i rubinetti?

Se il figlio è minorenne non ci sono dubbi: il mantenimento spetta sempre. E ciò perché la sua incapacità ad autofinanziarsi si presume. Varcata la maggiore età, invece, bisogna confrontarsi con le sue effettive condizioni economiche. Se questi è già in grado di procurarsi di ché vivere in modo adeguato – circostanza piuttosto rara – il mantenimento non è più dovuto. Diversamente, il genitore non convivente resta obbligato a versare l’assegno mensile nelle mani dell’altro genitore o, su richiesta del figlio, direttamente a quest’ultimo.

È indubbio, però, che i genitori non possono sostenere il figlio per sempre. Ciò giustificherebbe forme di assistenzialismo che non rientrano invece nelle finalità della legge. Ed allora bisogna comprendere qual è il limite massimo oltre il quale l’assegno non ha più ragione d’esistere. Insomma, fino a quando spetta il mantenimento al figlio maggiorenne? Ecco cosa dice, a riguardo, la giurisprudenza. 

Bisogna garantire lo stesso tenore di vita

La Cassazione ha detto che, a differenza dell’ex coniuge, ai figli va garantito, anche dopo il distacco dei genitori, lo stesso tenore di vita di cui godevano quando ancora la famiglia era unita. Sicché, tanto più è benestante il genitore non convivente, tanto maggiore sarà l’assegno che questi deve versare in favore dei figli. 

Tale criterio è stato abolito, invece, in favore del coniuge al quale spetta solo un contributo sufficiente a rendersi autonomo e indipendente, prescindendo dalle maggiori capacità reddituali dell’ex.

La casa coniugale

In presenza di figli collocati presso un genitore, il giudice può decidere sull’assegnazione della casa coniugale che andrà a quest’ultimo anche se non ne è il proprietario. L’assegnazione permane finché i figli convivono con il genitore o non raggiungono l’indipendenza economica. Se si verifica una di queste due condizioni, invece, la casa torna al suo legittimo proprietario.

La nozione di convivenza tra genitore e figlio che rileva agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione dell’assegnatario, con eventuali sporadici allontanamenti per brevi periodi. In caso, invece, di ritorni saltuari solo per i fine settimana si configura un mero rapporto di ospitalità e va revocata l’assegnazione al genitore della casa coniugale [1].

Il progetto educativo

La Cassazione ha chiarito che il diritto del figlio maggiorenne di ricevere un contributo al mantenimento si giustifica all’interno e nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso formativo tenendo conto delle sue capacità, inclinazioni e aspirazioni, posto che la funzione educativa del mantenimento è idonea a circoscrivere la portata dell’obbligo, avendo riguardo al tempo occorrente mediamente necessario per il suo inserimento nella società [2].

Per riconoscere l’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente o il diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice deve valutare le circostanze che li giustificano, caso per caso, con rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei figli; l’obbligo non può protrarsi oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura: il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo [3]. 

L’autoresponsabilità 

Il figlio maggiorenne può rivendicare il diritto al mantenimento solo se ne è meritevole. Il che significa che deve, nel frattempo, fare di tutto per rendersi indipendente. Nella prassi, ciò implica l’obbligo di studiare e, in caso contrario, di lavorare subito. Insomma, il figlio bamboccione che, a prescindere dall’età, sta sul divano non deve essere mantenuto.

Due dunque sono le cose: o il figlio si dedica alla sua formazione (scolastica e/o postscolastica) oppure cerca un’occupazione. 

La situazione soggettiva del figlio che in età avanzata non acquisisca l’autonomia economica non è tutelabile perché contrasta con il principio dell’autoresponsabilità.

Ma anche la formazione non può durare in eterno. Si pensi al caso dell’universitario che “ciondola” senza dare esami oppure a chi, pur di non lavorare, tira fuori dal cassetto sempre dei “corsi postuniversitari” che non aggiungono nulla alla sua attuale formazione. 

Né può durare a lungo la scusa della disoccupazione involontaria. È ben possibile che il mercato sia saturo, ma questa situazione non è più giustificabile dopo molti anni: varcata una “certa età” anche il giovane più dotato deve imparare ad accontentarsi. Ma qual è questa età?

La Cassazione ha detto che la meritevolezza dell’assegno di mantenimento discende proporzionalmente al crescere dell’età. Ed allora si può dire che il diritto al mantenimento cessa nella forbice d’età che va dai 30 ai 35 anni, a seconda del percorso formativo intrapreso dal giovane (tanto più è complicato, tanto maggiore sarà l’attesa dell’indipendenza economica).

In buona sostanza, dunque «il diritto al mantenimento» deve trovare «un limite sulla base di un termine, desunto dalla durata ufficiale degli studi e dal tempo mediamente occorrente a un giovane laureato, in una data realtà economica, affinché possa trovare un impiego; salvo che il figlio non provi non solo che non sia stato possibile procurarsi il lavoro ambito per causa a lui non imputabile, ma che neppure un altro lavoro fosse conseguibile, tale da assicurargli l’automantenimento». E, quanto al tipo di impiego desiderato, è «dovere del figlio ricercare comunque l’autosufficienza economica, secondo un principio di autoresponsabilità nel contemperare le aspirazioni di lavoro con il concreto mercato del lavoro» [4].


note

[1] Cassazione, ordinanza 16134 del 17 giugno 2019

[2] Cassazione, sentenza 12952 del 2016.

[3] Cassazione, sentenza 18076 del 20 agosto 2014.

[4] Cassazione, sentenza 17183 del 14 agosto 2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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4 Commenti

  1. Inutile negarlo. L’Italia è piena di scansafatiche. Ci sono un sacco di giovani che si lamentano che non trovano lavoro, ma poi quando gli viene offerto questi sono insoddisfatti e non sono disposti a sacrificarsi. Vogliono la strada semplice. Tanti si sono fatti le ossa con una grande gavetta, lavorando anche gratis (si certo non è giusto, ma per imparare il mestiere molti sono disposti anche a questo). Allora, adesso,molti si aspettano il piattino già pronto senza fare il minimo sforzo. Poi, non sono neppure disposti a fare qualche straordinario, altrimenti come si può rinunciare all’aperi con gli amici, alla partita di calcetto o ad altro? Io non dico che uno non debba ritagliarsi del tempo libero, ci mancherebbe, ma bisogna essere disposti a fare dei piccoli sacrifici.

  2. Sapete quanti amici continuano a vivere a scrocco sulle spalle di mamma e papà?! E di studiare non vogliono studiare, perché tanto a cosa serve il pezzo di carta. E di lavorare non se ne parla perché figuriamoci se ci si può dedicare tot di ore al giorno a questa attività. Ma allora, pare tanto semplice in un momento del genere trovare la scusa che c’è crisi e che la cosa migliore è rimanere a casa e giocare alla playstation oppure trascorrere ore ed ore sui social mentre immaginano di fare gli influencer postando sciocchezze. Oppure c’è chi sta ore ed ore a guardare serie tv con la speranza che la conoscenza gli venga inculcata nel cervello

    1. Possiamo dire che padre e madre – siano essi ancora sposati o divorziati, conviventi o ex partner – devono mantenere sempre i figli finché questi, anche se maggiorenni, non diventano autonomi dal punto di vista economico. Dopodiché, cessa per sempre il loro obbligo. Ma se il figlio, dopo anche 30/35 anni è ancora disoccupato, il loro obbligo viene comunque meno. 

  3. Quando ho visto che mio figlio non voleva proseguire gli studi dopo il diploma allora gli ho dato un ultimatum: o cerchi un corso professionale oppure vai direttamente a lavorare. Non si può pretendere di fare i capricci, mentre i genitori sono al lavoro per portare a casa da mangiare. Tutti devono svolgere il proprio compito in una famiglia, ci deve essere collaborazione.

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