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Frode fiscale: anche i parenti sono responsabili?

6 Ottobre 2020 | Autore:
Frode fiscale: anche i parenti sono responsabili?

Il concorso di persone nei reati di dichiarazione fraudolenta e di emissione o utilizzo di fatture per operazioni inesistenti: l’orientamento della Cassazione.

Tua moglie ha un’azienda e, talvolta, quando sei libero dal lavoro, vai a darle una mano. Non sei amministratore, dipendente o socio, però la aiuti nell’emissione delle fatture, nei contatti con fornitori e clienti e nella tenuta della contabilità e della documentazione commerciale.

Le cose, però, non vanno bene; i debiti si accumulano, i creditori bussano alla porta e arriva anche il Fisco che effettua una verifica approfondita. Emerge la tua presenza in ufficio e, nonostante sia occasionale, gli accertatori constatano che la compilazione o la registrazione di alcuni documenti è stata opera tua. L’Agenzia delle Entrate rileva la presenza di alcune fatture d’acquisto che considera false e recupera i costi in esse indicati, ritenendoli indeducibili.

Infine, si apre anche un procedimento penale per reati tributari, perché gli importi evasi sono elevati. A questo punto, sei costretto a chiederti se nella frode fiscale anche i parenti sono responsabili, pur non avendo una posizione formale nell’azienda e nonostante il loro ruolo possa essere occasionale marginale nell’ambito delle gravi condotte delittuose contestate dalla Procura e dal Fisco.

La giurisprudenza ha fornito un’interessante soluzione a questa importante domanda ed ha stabilito quali sono i limiti del concorso di persone nella frode fiscale e nei reati relativi alle fatture per operazioni inesistenti.

False fatture e frode fiscale

Il reato di frode fiscale [1] si configura quando un contribuente, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica elementi passivi (cioè costi) fittizi in una delle dichiarazioni annuali, come quella Irpef, Ires o Iva.

Ciò deve avvenire avvalendosi di fatture o altri documenti relativi ad operazioni inesistenti: sono tali quelle che riportano operazioni non realmente effettuate – anche solo in parte – o indicano l’entità dei corrispettivi e dell’Iva in misura diversa da quella effettiva, o si riferiscono a soggetti diversi a quelli che hanno preso parte all’operazione economica, che in questo caso si è verificata ma tra protagonisti diversi rispetto a quelli indicati nel documento.

Quindi, sarà falsa, ad esempio, la fattura che attesta una riparazione di un automezzo aziendale quando in realtà è stata fatta ad un’autovettura privata, o una fattura che riporta costi “gonfiati” rispetto a quelli sostenuti, per poter fruire di una maggiore deduzione fiscale, o anche una fattura vera nell’operazione descritta (cessione di beni o la prestazione di servizi è avvenuta), ma con l’indicazione di un cliente diverso, in modo da consentirgli l’evasione.

Chi concorre nella frode fiscale

Il concorso di persone nei reati tributari è disciplinato in maniera speciale rispetto a quello previsto per i reati comuni. Un’apposita norma in deroga al Codice penale [2] dispone che l’emittente di fatture per operazioni inesistenti (e chi concorre con lui in questo reato) non è punibile per concorso in frode fiscale, mentre chi utilizza le fatture false (e chi concorre con costui) non è punibile in concorso con chi le ha emesse.

Questo limite è stato posto per evitare duplicazioni di punizione in capo al medesimo soggetto per condotte parzialmente coincidenti nella realizzazione dell’evento del reato e del suo fine ultimo, che rimane sempre quello dell’evasione fiscale; così le sanzioni edittali previste per ciascun illecito penale sono determinate in via autonoma, senza rischio di interferenze.

Quanto al trattamento sanzionatorio previsto, l’ultimo Decreto fiscale ha inasprito le pene ed ora la reclusione per il delitto di frode fiscale parte da un minimo di 4 anni ed arriva fino al massimo di 8 anni, ma se l’ammontare delle imposte evase è inferiore a 100.000 euro la pena è compresa tra 1 anno e 6 mesi a 6 anni.

Anche i reati relativi all’emissione o all’utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti ora soggiacciono alle medesime pene previste per la frode fiscale (per esaminare le modifiche intervenute e le altre figure delittuose contemplate nella riforma leggi “reati tributari: cosa cambia per chi evade le tasse“).

Il concorso dei parenti nella frode fiscale

Ma le norme di legge non bastano ad individuare il discrimine che riguarda il grado di punibilità di ciascun compartecipe tenendo conto dell’effettivo apporto fornito da ciascuno alla realizzazione del fatto.

Infatti, per poter condannare un soggetto quale concorrente nel reato occorre, in base ai criteri generali del diritto penale, che egli abbia apportato un contributo materiale – compiendo uno o più atti che rientrano nello schema dell’illecito, anche se isolatamente considerati non costituirebbero di per sé reato – oppure abbia manifestato un’adesione morale al proposito di evasione dell’autore principale, come può aversi nel caso dell’istigazione che, specie se arriva da un professionista qualificato, come il commercialista, può suggerire e ispirare lo schema di frode (leggi “Evasione fiscale: quando il professionista concorre col cliente“).

Nel nostro caso, potrebbe succedere che il marito convinca la moglie, che è titolare della ditta, ad emettere una fattura falsa per un suo amico, aiutandolo ad evadere. Ci sarà un concorso penalmente rilevante, perché il ruolo del marito ha fatto sorgere nella moglie un proposito criminoso che ella prima non aveva. Lo stesso accade se un figlio fornisce ottiene una falsa fattura per la madre, che diminuisce i costi dell’esercizio da portare in dichiarazione, ottenendo per lei un indebito risparmio d’imposta e dunque realizzando un’evasione.

Di solito, c’è sempre un accordo tra chi emette le fatture per operazioni inesistenti e chi poi le utilizza, ma il collegamento tra i due molte volte si realizza per via mediata, grazie ad un terzo soggetto che mette i primi due in contatto e qui i parenti, con la loro cerchia di conoscenze ed amicizie, possono giocare un ruolo fondamentale.

Ma per il delitto di frode fiscale – che si concretizza, come abbiamo visto, con la presentazione di una dichiarazione fraudolenta, ottenuta grazie all’inserimento dei dati riportati nelle fatture per operazioni inesistenti o in altri documenti ideologicamente falsi – di regola risponde direttamente e personalmente l’imprenditore, che è il titolare o il legale rappresentante dell’attività tenuta all’obbligo di dichiarazione fiscale fraudolentemente adempiuta.

Parenti: il ruolo nell’impresa ed i poteri di gestione

Nella sua condotta illecita, però, potranno concorrere anche i parenti ed eventuali altri soggetti, in base all’intensità dell’apporto fornito e del contributo prestato da ciascuno nella condotta illecita. In una nuova sentenza, la Cassazione [3] ha annullato la condanna per bancarotta fraudolenta e frode fiscale a carico del marito dell’imprenditrice che nell’azienda svolgeva solo ruoli operativi ed aveva limitati poteri di gestione della società.

Nei fatti accertati, era emersa la sua partecipazione al disegno criminale, poiché l’uomo, insieme al figlio, aveva emesso fatture false esponendo costi fittizi che poi furono portati in dichiarazione dei redditi ed Iva. Ma la Suprema Corte ha evidenziato che nella ricostruzione della vicenda mancava la prova dello «stabile coinvolgimento» degli imputati nella gestione della società, poi fallita, e questo precludeva l’attribuzione della responsabilità penale concorsuale nei loro confronti per entrambi i reati.

Al contrario, i ruoli operativi tenuti da padre e figlio sono risultati «irrilevanti» e non vi era stato un loro ingerimento dei poteri tipici inerenti alla qualifica ed alla funzione dell’organo di gestione dell’impresa. Nel caso giudicato, i giudici di piazza Cavour sottolineano che sarebbe servita, piuttosto, la prova dell’«esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non occasionale, in grado di giustificare l’attribuzione della qualifica di amministratore di fatto» e non la semplice circostanza che il marito fosse il coniuge dell’amministratore di diritto: ciò non è sufficiente – rileva il Collegio – quale «indice del suo coinvolgimento quale concorrente nella consumazione dei reati addebitatigli».


note

[1] Art. 2 D.Lgs. n.74/2000.

[2] Art. 9 D.Lgs. n. 74/2000.


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