Copiare all’esame di avvocato: cosa si rischia?

6 Ottobre 2020 | Autore:
Copiare all’esame di avvocato: cosa si rischia?

Spacciare per proprio a una prova o ad un concorso un lavoro fatto da un’altra persona è reato di plagio letterario. Ci va di mezzo anche chi si lascia copiare.

Una sbirciatina di troppo può costare molto cara. Soprattutto se in ballo c’è l’abilitazione ad una professione. Figuriamoci portarsi ad un esame un elaborato copiato pari-pari da Internet: roba da condanna penale. Esagerato? Nemmeno per sogno. Almeno secondo il tribulane che ha risposto a questa domanda: per copiare all’esame di avvocato, cosa si rischia? La risposta è, appunto, la condanna penale.

Presentarsi ad un esame per diventare avvocato e barare è reato, secondo una sentenza dei giudici di Nocera [1]. Per il semplice motivo che si cerca di ottenere un titolo professionale con l’inganno, imbrogliando le persone «deputate a esprimere le opportune valutazioni», si legge nella sentenza. Ma questo è solo un esempio, perché, in realtà, non sono solo gli aspiranti avvocati a correre questo rischio. Come ha ricordato la Cassazione tempo fa, la minaccia della condanna penale pende su chiunque abbia l’abitudine di arrivare impreparato ad una sessione di esame e cada nella tentazione di coprire le proprie lacune copiando dall’elaborato del vicino. Ma vediamo cosa si rischia per copiare all’esame di avvocato. O ad un qualsiasi altro esame.

Copiare ad un esame è reato?

Oltre ad essere un reato, copiare agli esami è anche un vero pasticcio. Secondo la legge [2], chiunque in esami o concorsi presenti come propri dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, commette reato di plagio letterario, punito con la reclusione da tre mesi a un anno. Se il tentativo è andato a buon fine, cioè se l’azione di copiare ha avuto come conseguenza il superamento dell’esame o del concorso, la reclusione non può essere inferiore a sei mesi.

Questo può succedere, appunto, in esami o concorsi per:

  • il conferimento di una laurea o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico;
  • per l’abilitazione all’insegnamento o all’esercizio di una professione;
  • per il rilascio di diplomi o patenti.

Quindi, stando a quanto dice la legge, è reato per esempio copiare dai quiz del vicino all’esame per la patente di guida, sbirciare nell’elaborato del vicino all’esame di Maturità, in un concorso pubblico o all’esame di avvocato.

Il problema diventa doppio, però. Perché a rispondere del reato di plagio non è solo chi copia, ma anche chi si fa copiare. Entrambi vengono ritenuti colpevoli di ledere la fede pubblica e l’interesse pubblico alla genuinità materiale ed alla veridicità ideologica di determinati atti, come hanno stabilito le Sezioni Unite della Cassazione [3]. Ovviamente, il cosiddetto «complice» deve essere consapevole del fatto che l’altro sta copiando dal suo elaborato e lo lascia fare, o addirittura lo agevola passandogli un po’ di appunti sottobanco.

Lo stesso vale per chi, tramite qualche congegno elettronico (basta un telefonino che, però, di solito viene preso in consegna prima di iniziare l’esame) suggerisce le risposte da fuori dall’aula. Come vale pure per l’insegnante o il commissario che aiuta un candidato. Se, in più, si fa pagare per «l’aiutino», rischia una pena da uno a tre anni.

Copiare all’esame di avvocato: quando scatta il reato?

Come stabilito dalla sentenza del Tribunale di Nocera a cui abbiamo fatto cenno all’inizio, scatta il reato di plagio letterario non solo per copiare all’esame di avvocato sbirciando l’elaborato del vicino di banco o facendosi aiutare da un’altra persona ma anche presentando un lavoro precedentemente copiato da Internet.

Può capitare, dunque, che un aspirante avvocato (la sentenza riguarda questo caso, ma vale lo stesso per un candidato all’abilitazione di una qualsiasi altra professione) si presenti all’esame con un lavoro non suo ma copiato in buona parte da un sito Internet riportando pari-pari perfino le note. In questo caso cosa si rischia?

La prima ovvia conseguenza è l’annullamento della prova. La seconda, più grave, è, come nel caso della sentenza in commento, l’incriminazione per il reato di plagio letterario, cioè per presentare, come propri, dissertazioni, studi o lavori che siano opera di altri. Il reato, peraltro, è previsto da una legge del 1925 tuttora in vigore.

Questa legge, scrivono i giudici di Nocera, ha la finalità di tutelare l’interesse alla genuinità di un elaborato che deve essere valutato per il superamento di un concorso o di un esame. Oltretutto, il reato di plagio letterario è più grave di quello di falsificazione di atti pubblici ed ha conseguenze penali più gravi. Per la sua configurazione, spiega la sentenza, «non basta la presenza nell’elaborato di due soli frasi tratte da contributi dottrinali, ma vi deve essere una consistente e non marginale riproduzione pedissequa e fraudolenta di un testo, redatto da altre persone, cioè deve trattarsi di un’opera, il cui contenuto risulta copiato per ampie parti».


note

[1] Trib. Nocera sent. n. 195/2020.

[2] Art. 1 e 2 legge n. 475/1925.

[3] Cass. S.U. sent. n. 46982/2007.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube