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Delitti contro il sentimento religioso

7 Ottobre 2020 | Autore:
Delitti contro il sentimento religioso

Si commette reato se si offende una confessione religiosa o coloro che la professano? Cosa succede se si impedisce o si turba la celebrazione di una funzione religiosa?

Il Titolo IV del Codice penale è composto da due capi, il primo dei quali prevede i reati che possono essere compiuti contro le confessioni religiose mentre l’altro disciplina i delitti contro la pietà dei defunti. Relativamente ai delitti contro le confessioni religiose, queste ultime vanno intese sia in senso proprio sia in senso lato con riferimento ai reati contro le persone che professano una determinata confessione religiosa, a quelli contro i beni che appartengono ad una confessione religiosa ed a quelli contro il turbamento di una confessione religiosa.

Nella loro originaria formulazione, tali tipi di reati risentivano delle scelte compiute in materia religiosa dallo stato fascista. In virtù del Concordato Lateranense firmato nel 1929 tra la Santa Sede e l’Italia, la religione cattolica, apostolica, romana era considerata l’unica religione di Stato. Da ciò, conseguiva una distinzione tra i reati commessi contro la religione cattolica e quelli commessi contro gli altri culti ammessi dallo Stato. Questi ultimi, infatti, venivano sanzionati con pene meno gravi rispetto agli stessi fatti compiuti contro la religione di Stato.

L’entrata in vigore della Costituzione e l’avvento di un nuovo Stato laico e pluralista sollevavano numerose questioni di legittimità costituzionale, soprattutto con riferimento al principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. e ai principi di libertà religiosa e di manifestazione di pensiero [1].

Nel 1985, veniva approvata una legge [2] che apportava modifiche al Concordato Lateranense per cui la religione cattolica non veniva più ritenuta religione di Stato. Successivamente, la Corte Costituzionale dichiarava l’illegittimità costituzionale dell’art. 402 del Codice penale, che puniva il vilipendio della religione di Stato mentre nel 2006 veniva abrogato l’art. 406 del Codice penale, intitolato “Delitti contro i culti ammessi nello Stato” [3]. In tal modo, si eliminavano quelle disparità di trattamento tra la religione cattolica e le altre confessioni religiose esistenti nel codice penale [4].

Quando si offendono coloro che professano una confessione religiosa?

Il primo dei delitti contro il sentimento religioso punito dal nostro Codice penale, è quello che si commette quando si reca un’offesa, manifestata con disprezzo, verso coloro che professano una confessione religiosa o i ministri di culto [5]. Si tratta di un reato comune, nel senso che può essere compiuto da chiunque.

L’oggetto giuridico tutelato è rappresentato dal sentimento religioso e dalla dignità di coloro che professano una determinata confessione.

Il delitto è procedibile d’ufficio, per cui una volta appresa la notizia di reato da parte dell’autorità giudiziaria, la stessa deve procedere senza necessità che la persona offesa sporga querela. Trattandosi di un reato di evento [6], è configurabile il tentativo, anche se ciò accade molto di rado.

Per questa fattispecie criminosa il legislatore italiano non ha determinato in maniera specifica la condotta sanzionata. Pertanto, la Cassazione è dovuta intervenire in molte occasioni, colmando il vuoto esistente in materia al fine di specificare quali comportamenti costituiscono vilipendio alle confessioni religiose.

Sulla base delle pronunce della Suprema Corte, quindi, si ritiene che il vilipendio non consiste in una critica, seppure veemente, ad una confessione religiosa ma si sostanzia in un’offesa aspra, fine a se stessa, che eccede i limiti di decoro e di correttezza e il prestigio della stessa confessione e di coloro che la professano.

In altre parole, si ha vilipendio quando si ricusa qualsiasi valore etico, sociale o politico all’entità contro cui è diretta la manifestazione, in modo da negarle prestigio, rispetto e fiducia e da indurre i destinatari della manifestazione al disprezzo della religione stessa.

Le espressioni offensive non devono essere necessariamente rivolte contro destinatari determinati ma è sufficiente che siano riferite alla generalità degli aderenti ad una determinata confessione religiosa [7].

Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, si commette tale tipo di reato quando con coscienza e volontà si offende gravemente una data religione, avendo piena consapevolezza dell’accezione offensiva delle espressioni adoperate (dolo generico).

Ad esempio, è stato ritenuto sussistente il reato di vilipendio al ministro di culto della religione cattolica nel caso di alcuni soggetti che avevano rivolto pesanti contumelie e inequivocabilmente istigato alla derisione del Pontefice [8].

La Suprema Corte di Cassazione ha sostenuto che le norme del Codice penale previste nel capo “Dei delitti contro il sentimento religioso” si riferiscono al medesimo bene del sentimento religioso, che l’art. 403 del Codice penale tutela in caso di offese recate alla religione cattolica mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto.

Di conseguenza, il vilipendio di una religione, tanto più se posto in essere attraverso l’offesa di coloro che la professano o di un ministro del culto, nella specie nei confronti del Papa, rappresenta una limitazione di operatività dell’art. 21 della Costituzione, il quale garantisce la più ampia libertà di manifestazione del proprio pensiero anche in materia religiosa. Allo stesso modo, la Corte di Cassazione ha ritenuto sussistente il reato di offese alla confessione religiosa cattolica mediante vilipendio di persone nell’ipotesi di un soggetto il quale aveva realizzato ed esposto nel centro di Milano un trittico raffigurante il Papa ed il suo segretario personale accostati ad un pene con testicoli con la didascalia “Chi di voi non è culo scagli la prima pietra” [9].

La pena prevista per il delitto di offesa a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone è una multa da 1.000 euro a 5.000 euro. Se il vilipendio è diretto ad un ministro di culto, si ha una circostanza aggravante per cui si applica una multa da 2.000 euro a 6.000 euro.

L’articolo in esame è stato riformulato nel 2006 quando si è provveduto ad unificare nella tutela apprestata da tale disposizione, tutte le confessioni religiose, eliminando la disparità di trattamento tra la religione cattolica e le altre [10].

Quando si offende una confessione religiosa?

Il reato di offese ad una confessione religiosa mediante vilipendio o danneggiamento di cose ha ad oggetto le cose ovvero tutti quei beni che sono connessi all’attività religiosa, sia perché venerati dai fedeli (ad esempio, un’immagine sacra o una statua), sia perché benedetti o consacrati (si pensi a un santuario o ad un altare) ovvero necessari al compimento di atti liturgici o rituali (libri sacri, paramenti, ecc.) [11].

Anche in questo caso, si tratta di un reato comune, che può essere commesso da chiunque ed il bene giuridico tutelato è rappresentato dal sentimento religioso e dalla dignità di coloro che professano una determinata confessione. Il delitto è procedibile d’ufficio e trattandosi di un reato di evento, è configurabile il tentativo.

Relativamente al concetto di vilipendio vale quanto già detto in precedenza. Per aversi la commissione del delitto è necessario che il vilipendio sia compiuto in un luogo destinato al culto, in luogo pubblico o aperto al pubblico, o persino in un luogo privato, qualora ivi si sia svolta una funzione religiosa.

Un’ipotesi ancora più grave si ha quando vengono pubblicamente ed intenzionalmente distrutte, disperse, deteriorate, rese inservibili o imbrattate le cose che formano oggetto di culto o quelle consacrate al culto o destinate all’esercizio del culto.

La pena prevista è la multa da 1.000 euro a 5.000 euro per chi commette il reato contro le cose pertinenti ad una confessione religiosa. Si trasforma in detentiva se la condotta criminosa si concretizza nella distruzione, dispersione, deterioramento o imbrattamento degli oggetti di culto.

In cosa consiste il reato di turbamento di funzioni religiose

Il codice penale punisce coloro che impediscono le celebrazioni di funzioni religiose ovvero ne turbano lo svolgimento, impedendone il regolare andamento [12]. In entrambi i casi si configura un reato comune e l’oggetto della tutela penale è, ovviamente, il sentimento religioso e la dignità di coloro i quali professano una determinata confessione. Il delitto è procedibile d’ufficio ed è configurabile il tentativo, trattandosi di un reato di evento.

La fattispecie criminosa (cosiddetta turbatio sacrorum) si perfeziona ponendo in essere una condotta che ostacola l’inizio o l’esercizio di una funzione religiosa fino a determinarne la cessazione oppure turbando la funzione stessa in modo tale che il suo svolgimento non possa avvenire regolarmente.

La condotta, inoltre, per assumere rilievo dal punto di vista penale, deve essere compiuta in determinate circostanze di tempo e di luogo, cioè durante l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, che si compiono con l’assistenza di un ministro del culto o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico.

Pertanto, anche la processione, avendo la finalità di esaltare il sentimento religioso e di rendere omaggio fuori da una chiesa alla Divinità, alla Madonna e ai Santi, costituisce una funzione religiosa tutelata dall’articolo in esame, a condizione che vi sia l’assistenza di un ministro del culto cattolico [13].

Volendo fare degli esempi si è ritenuto sussistente questo tipo di reato nel caso di alcuni soggetti che appena terminata la celebrazione del rito religioso di un funerale, quando ancora la salma era esposta in chiesa, avevano manifestato con grida, proferendo ingiurie alle autorità civili presenti [14]. Altresì, suddetto reato è stato ravvisato nella turbativa causata dal comportamento del soggetto che nel corso della celebrazione della messa, aveva disturbato molti fedeli dal loro raccoglimento [15].

La pena prevista per tale tipo di delitto è la reclusione fino a due anni. Si applica una circostanza aggravante specifica qualora la condotta di impedimento o turbativa viene commessa con violenza o minaccia. In questa ipotesi si applica la pena della reclusione da uno a tre anni.


note

[1] Artt. 8, 19 e 21 Cost.

[2] L. n. 121/1985.

[3] La Corte Costituzionale con sentenza 20 novembre 2000, n. 508 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 402 c.p., che così recitava: “Chiunque pubblicamente vilipende la religione dello Stato è punito con la reclusione fino a un anno.”

[4] L’art. 406 cod. pen. disponeva che: “Chiunque commette uno dei fatti preveduti dagli articoli 403, 404 e 405 contro un culto ammesso nello Stato è punito ai termini dei predetti articoli, ma la pena è diminuita.” E’ stato abrogato dall’art. 10, L. 24 febbraio 2006, n. 85.

[5] Art. 403 cod. pen.

[6] I reati di evento sono quelli per la cui esistenza non basta che si sia tenuta una certa condotta ma è anche necessario che come conseguenza della condotta sia scaturito un evento, ovvero una modificazione della realtà. Ad esempio nell’omicidio occorre non solo l’azione, ma anche l’evento della morte.

[7] Cass. pen., sezione III, sent. n. 10535 del 10.03.2009.

[8] Cass. pen. sent. n. 1952/2017.

[9] Cass. pen., sezione III, sent. n. 41044 del 13.10.2015.

[10] L. n. 24 febbraio 2006, n. 85 (art. 7).

[11] Art. 404 cod. pen.

[12] Art. 405 cod. pen.

[13] Cass. pen., sezione III, sent n 987 del 17.06.1968.

[14] Cass. pen., sezione IV, sent. n. 28030 del 09.07.2009.

[15] Cass. pen., sezione III, sent. n. 20739 del 02.05.2003.


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