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Elogio del fallimento

7 Ottobre 2020 | Autore:
Elogio del fallimento

Winner e Loser: un modo di dire, uno stereotipo o la triste realtà di una società che nasconde i fallimenti?

Fallimento…Fallimento… Cos’è questa parola…Una facoltà, un errore, un bene?! Quanto questa parola conta in una società dove tutti parlano di successo e non si fa che parlare di questo?!

Tutti sono diventati dei guru: 

 «Ti vendo in 7 puntate il segreto del successo e trasformo la tua vita dallo sfigato che sei all’uomo che tutti vorrebbero essere». 

«Se leggi questo libro, scoprirai i segreti di Steve Jobs. Se investi così il tuo denaro, diventerai il nuovo oracolo di Omaha. Se scarichi questo video darai una svolta alla tua vita»! 

Coaching ad ogni ora, nato negli Stati Uniti ed ora largamente diffuso anche Italia, e che, spesso, con il buon fine di trarre il meglio dalle persone, renderle vincenti e sicure di sé…diventa quasi bullismo lessicale. 

Ai miei tempi, i ragazzi si distinguevano in “secchioni” e “fighi”. Oggi, in “vincenti” e “perdenti”. 

“Sei un perdente” è un’offesa ancora peggiore di: “sei scemo” o “sei brutto” che, ai miei tempi, erano il massimo. 

“Loser” dicono gli americani! 

Questa dicotomia tra “winner e “loser”, ossia tra vincenti e perdenti, ce l’hanno anche i bambini. Giocano insieme per sentirsi giganti ma se uno sbaglia sei loser, non vali. 

Quanto questa concezione è radicata? Chi fallisce è davvero un perdente? Il fallimento è la deriva o un’opportunità? E chi può davvero spostare questo confine: noi stessi, la legge? 

La legge, a volte, è anche un volano per aspetti non esclusivamente legali. 

Sapete che la legge fallimentare non usa più la parola “fallimento”? Sì, oggi si dice “liquidazione giudiziale”. Significa che la tua azienda – ossia i beni di cui è composta, compresi i crediti – viene venduta dal tribunale e il ricavato viene diviso tra i creditori.

È solo l’ultimo gradino di un’evoluzione che prima accordava al fallito una serie di incapacità e sanzioni. Oggi, chi fallisce è anche per la legge, una persona normale, che ha solo avuto la sfortuna di non riuscire a raggiungere il proprio sogno di gloria.

La scelta di sopprimere la parola fallimento è strategica. Non si può attribuire uno stigma sociale a chi, per ragioni che non sempre sono collegate a sue colpe, viene sopraffatto dai debiti ed è costretto a consegnare i libri in tribunale. 

Il fallimento è dunque una condizione normale e, alquanto probabile, ad esempio dell’essere imprenditori.

Un ragionamento del genere è valido anche nella vita di tutti i giorni. Il fallimento è una condizione dell’esistere. Senza i ripetuti fallimenti non avremmo oggi il fuoco, non avremmo la ruota, non avremmo la luce elettrica nelle nostre case, non avremmo i vaccini, non avremmo i computer, non avremmo Internet. 

Sapete quanti prodotti Google ha lanciato sul mercato ma poi ha ritirato perché si sono rivelati dei fallimenti? Ben 162. Il più noto forse è il social network Google plus. Questo mi ha sempre ricordato le macchinine giocattolo che vanno a molla. Quelle che, una volta ricaricate, iniziano a correre e, dinanzi ad un ostacolo, continuano a sbatterci all’infinito, ma ogni volta con un’inclinazione leggermente diversa. Ad ogni colpo, cambiano millimetricamente la propria direzione, finché, a furia di spostarsi, la macchina non va più addosso a quell’ostacolo e trova un’altra via dove camminare. 

Cosa succederebbe, però, se la macchina perdesse la carica proprio durante questi continui colpi contro il muro? Esatto: non troverebbe mai la via d’uscita per continuare a camminare e si fermerebbe lì.

I fallimenti sono così: sono muri, ostacoli contro cui tutti andiamo prima o poi a sbattere e che ci fanno capire che, in quella direzione, non c’è possibilità di andare avanti, che bisogna spostarsi, anche al millesimo, per proseguire la nostra corsa. Ma è chiaro che se noi, sopraffatti dalla sfiducia in noi stessi, smettessimo di tentare, non troveremo mai la via d’uscita e la vita ci sembrerà impossibile.

Ecco perché non esiste il vincente. Il vincente è solo un “fallito che si è rialzato” ed ha fatto come la macchinina ricaricabile: ha continuato a sbagliare e sbattere, per capire dove poter continuare a procedere.

Ora, se c’è una cosa che io riformerei sono i sistemi con cui vengono accordati i premi…Non li darei ai primi, a quelli che raggiungono un traguardo, ma a tutti gli altri che falliscono. Innanzitutto, perché è proprio grazie a loro, ai loro fallimenti, che qualcun altro può raggiungere un obiettivo (si pensi agli infiniti tentativi della medicina che si valgono di milioni di studi non andati in porto). In secondo luogo, perché è proprio premiando chi cade che gli si dà la motivazione per rialzarsi. E se le persone continuano a tentare, l’intera umanità progredisce.

Il fallimento è quindi un elemento essenziale del progresso. Il progresso vive di fallimenti. 

Cercate di imparare da chi vi aiuta ad affrontare i fallimenti. Perché tutti ne hanno, anche se non vogliono farli vedere. 

Quando mio figlio ha messo per la prima volta i rollerblade ed è entrato in una pista di pattinaggio, la prima cosa che ho fatto è stato dargli una forte pacca sulle spalle per farlo cadere. E quando si è rialzato, l’ho rifatto. L’ho fatto cadere una seconda volta. E poi una terza, una quarta, una quinta e così via finché non ha imparato a cadere. Quando aveva capito come poggiare le mani per non farsi male gli ho detto «Bravo. Ora che non hai più paura puoi raggiungere qualsiasi velocità».

Diffidate di chi vi vuol insegnare a vincere. 


note

Autore immagine: it.depositphotos.com


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