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Questionario del Fisco: bisogna rispondere?

8 Ottobre 2020 | Autore:
Questionario del Fisco: bisogna rispondere?

Se il contribuente non riscontra le richieste dell’Amministrazione subisce una limitazione delle possibilità di difesa contro l’accertamento di maggiori redditi.

Il Fisco può bussare alla tua porta in maniera soft, chiedendoti, in qualità di contribuente, di fornire dati e notizie. Si tratta di informazioni di carattere finanziario o patrimoniale, necessarie per ricostruire i tuoi redditi e determinare i conseguenti tributi.

È un invito, ma le risposte richieste sono impegnative e “pesano” parecchio sul tuo destino fiscale: ciò che produrrai, o non esibirai, potrà essere decisivo ai fini del’accertamento che l’Agenzia delle Entrate svolgerà nei tuoi confronti. Le conseguenze previste in caso di inottemperanza all’invito rivolto con il questionario sono rigorose e limitano le capacità di difesa contro l’avviso di accertamento anche nella fase successiva, quella dell’impugnazione mediante ricorso.

Così la domanda da porsi per decidere qual è la scelta migliore da compiere è: al questionario del Fisco bisogna rispondere? È obbligatorio o facoltativo farlo e, in quest’ultimo caso, quali sono le conseguenze?

Si tratta anche di capire se l’Agenzia delle Entrate, quando esamina una posizione fiscale in vista dell’accertamento, deve, o semplicemente può, invitare il contribuente a chiarire la sua posizione e nel caso in cui lo faccia quali regole devono rispettare entrambe le parti per arrivare alla determinazione dei redditi: il loro accertamento non deve avvenire in maniera unilaterale, ma possibilmente in collaborazione, a meno che il contribuente si rifiuti o comunque si sottragga alle richieste di informazioni.

Il questionario: cos’è e a cosa serve

Il questionario è un mezzo di acquisizione delle informazioni sul contribuente, con la sua partecipazione. Consiste in una richiesta, inviata mediante lettera raccomandata o Pec, in cui l’Amministrazione finanziaria chiede all’interessato di fornire dati, notizie e documenti considerati necessari ai fini dell’accertamento della sua posizione fiscale.

Quando viene emesso questo invito, l’attività di accertamento evidentemente è già stata avviata autonomamente dall’Agenzia, che ha iniziato ad esaminare la posizione fiscale per l’anno d’imposta considerato e il contribuente ne viene a conoscenza proprio attraverso la ricezione del questionario.

Lo scopo è quello di creare un dialogo tra Fisco e contribuente anziché lasciare che il primo faccia tutto da solo ed arrivi ad emettere un avviso di accertamento di maggiori redditi senza prima aver ascoltato ed acquisito agli atti le ragioni della controparte.

L’istituto del questionario è disciplinato dalla legge in maniera analoga sia per le imposte sui redditi [1] sia per l’Iva [2]. La regolamentazione normativa di questo potere conferito all’Amministrazione finanziaria è indispensabile, in quanto si tratta di un vero e proprio strumento di “investigazione fiscale” che, proprio in virtù della collaborazione richiesta al contribuente, deve essere ispirato ai principi di lealtà, correttezza e buona fede tra il Fisco ed i cittadini [3].

Le risposte al questionario

Non è obbligatorio aderire all’invito e, dunque, riscontrare la richiesta dell’Agenzia rispondendo al questionario – anche se per la mancata restituzione oppure la fornitura di risposte incomplete o non veritiere è prevista una sanzione amministrativa da 250 a 2.000 euro – ma nella maggior parte dei casi è consigliabile farlo per evitare conseguenze peggiori di questa multa.

Se ometti di rispondere, l’Agenzia potrà determinare i tuoi redditi con la metodologia dell’accertamento induttivo e dunque in base a presunzioni, disattendendo le risultanze della contabilità. Se ciò accade, sarà più difficile per te riuscire a dimostrare di non aver guadagnato le maggiori cifre accertate dal Fisco.

Un’altra pesante conseguenza negativa è che i documenti richiesti con il questionario ma non presentati, non potranno essere utilizzati nell’eventuale giudizio tributario di opposizione all’atto di accertamento che sarà emanato. L’omessa esibizione, infatti, viene equiparata al rifiuto, a meno che non si dimostri una causa di forza maggiore che ha impedito la loro tempestiva produzione. Così sarà più difficile difenderti dalla pretesa impositiva (leggi anche “Mancata esibizione documenti al Fisco: conseguenze“).

La Cassazione [4] ha però affermato che, in fase contenziosa, l’inutilizzabilità dei documenti non prodotti è condizionata ad una richiesta specifica e puntuale, accompagnata da un avvertimento chiaro sulle conseguenze della mancata ottemperanza.

L’Agenzia delle Entrate sta ricostruendo i redditi di Carlo e gli chiede, con un questionario, tutta la documentazione riguardante la sua autovettura (di cui indica la targa). In particolare, vuole il contratto di acquisto e di eventuale finanziamento, con l’indicazione degli importi delle rate mensili. Carlo non risponde all’invito. L’Agenzia determina comunque i maggiori redditi, basandosi anche sul possesso di questa automobile. Carlo potrà presentare ricorso contro l’avviso di accertamento, ma non potrà più utilizzare a sua difesa i documenti che proverebbero che la rata mensile dell’auto era bassa e, quindi, sostenibile.

Invece, riscontrando il questionario l’accertamento in corso, potrebbe anche “abortire” alla stregua della documentazione prodotta, se essa chiarisce le circostanze che l’Ufficio vuole illuminare; così non si arriverebbe all’emanazione dell’atto impositivo da parte dell’Agenzia, che avrà riconosciuto valide le ragioni addotte dal contribuente.

Nella pratica, il questionario viene spesso utilizzato per chiedere al contribuente di fornire una giustificazione della provenienza delle somme impiegate per alcuni “grossi acquisti” dove l’impegno finanziario è notevole (come una casa, un’autovettura costosa o un’imbarcazione), oppure per ottenere dal contribuente una spiegazione dei movimenti effettuati sui suoi conti correnti, che fino a prova contraria si considerano redditi imponibili (per approfondire leggi “Versamenti e prelievi da conto corrente: quali controlli“).

Questionario: obbligatorio o facoltativo?

Il Fisco ha la facoltà, e non l’obbligo, di inviare il questionario al contribuente, quando nella propria discrezionalità lo ritiene necessario. Lo ha chiarito una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Lazio [5] in un caso in cui il contribuente destinatario del questionario non aveva fornito gli elementi richiesti per spiegare le divergenze tra il reddito dichiarato e quello calcolato dall’Agenzia delle Entrate.

Nel confermare la legittimità dell’accertamento operato, la Commissione rimarca che la parte non ha fornito alcuna giustificazione circa le «rilevanti discrasie reddituali riscontrate, nonostante avesse avuto tutte le possibilità per assolvere l’onere probatorio a suo carico gravante».

Secondo i giudici tributari, l’onere probatorio del Fisco è stato soddisfatto attraverso i dati risultanti dai conti correnti analizzati dall’Agenzia e, a quel punto, toccava al contribuente «dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non attengono a operazioni imponibili, fornendo, a tal fine, una prova non generica, ma analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili».

Così l’Agenzia delle Entrate, grazie all’inerzia del contribuente che non aveva fornito nessuna risposta sui versamenti e accrediti riscontrati sui suoi conti, è riuscita a dimostrare che il contribuente accertato aveva manifestato una capacità di spesa esorbitante rispetto ai redditi dichiarati: era infatti titolare di quote in diverse società, proprietario di alcune autovetture e parte in vari atti di compravendita immobiliare.


note

[1] Art. 32 D.P.R. n. 600/1973.

[2] Art. 51 D.P.R. n. 633/1972.

[3] Art. 10 Legge n.212/2000.

[4] Cass. ord. n. 4001 del 19 febbraio 2018.

[5] Ctr Lazio, sez. 11°, sent. n. 2627/20.


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