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Attività sospesa: i contributi vanno pagati?

12 Ottobre 2020 | Autore:
Attività sospesa: i contributi vanno pagati?

Il datore di lavoro può ridurre la contribuzione dovuta se sospende o diminuisce le ore di attività del dipendente?

I contributi previdenziali dei dipendenti costituiscono un costo che incide notevolmente nel bilancio delle aziende, arrivando normalmente al 40% circa dello stipendio lordo (tra contribuzione a carico dell’azienda e a carico del lavoratore, quest’ultima generalmente pari al 9,19%) ed in alcuni casi addirittura al 50%.

Poter abbassare l’importo della contribuzione dovuta in periodi di riduzione dell’attività rappresenta dunque una buona soluzione per abbattere le spese: ma una simile operazione è possibile? In altri termini, in caso di attività sospesa, i contributi vanno pagati?

Già soltanto per quanto riguarda i contributi da lavoro autonomo, la possibilità di non effettuare versamenti in caso di attività sospesa appare in alcuni casi non realizzabile ed è stata oggetto di numerose controversie: ne abbiamo parlato in Contributi Inps: si può sospendere il pagamento?

Le questioni relative alla sospensione del versamento di contributi in relazione agli iscritti presso le gestioni dei lavoratori autonomi sono comunque state risolte, nella ipotesi di stop dell’attività, in senso positivo: i contributi per gli artigiani ed i commercianti non sono difatti dovuti quando viene totalmente sospesa l’attività lavorativa.

Per quanto riguarda, invece, la contribuzione relativa al lavoro dipendente, la possibilità di sospendere o ridurre i versamenti all’Inps risulta nel concreto maggiormente complessa.

Sulla questione si è recentemente espressa la Cassazione, con una nuova sentenza [1], nella quale la Suprema corte ribadisce l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo.

Contributi minimi per i lavoratori dipendenti

Sulla questione, bisogna innanzitutto rilevare che esiste un valore minimo sul quale devono essere calcolati i contributi previdenziali, sotto il quale non si può scendere anche se la paga è molto bassa: si tratta del minimale di retribuzione (chiamato anche minimale contributivo, o minimale retributivo).

In parole semplici, il minimale rappresenta la paga minima sulla quale vengono calcolati i contributi dovuti all’Inps, a prescindere dall’importo reale dello stipendio. Per quanto riguarda i dipendenti a tempo parziale, però, il minimale viene riproporzionato in base alle ore contrattuali.

Normalmente, il minimale è stabilito dal contratto collettivo nazionale di lavoro (Ccnl): possono stabilire il minimale anche i contratti collettivi di secondo livello, territoriali e aziendali e il contratto di lavoro individuale, ma solo se l’importo è maggiore di quello indicato nel Ccnl.

La legge [2], in ogni caso, stabilisce un minimale giornaliero inderogabile, cioè sotto il quale nessun minimale previsto dalla contrattazione collettiva può scendere, pari al 9,50% dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione. Per il 2020, considerando che il trattamento minimo mensile è pari a 515,58 euro, il minimale giornaliero inderogabile è pari a 48,98 euro [3]. In pratica, se il contratto collettivo riconosce una retribuzione giornaliera inferiore a questo valore, il datore di lavoro è comunque obbligato a pagare i contributi su un reddito minimo giornaliero di 48,98 euro.

L’obbligo di osservare il minimale di retribuzione ai fini contributivi non è previsto solo in casi specifici, ad esempio in relazione ai lavoratori domestici e agli operai agricoli.

Dei minimali differenti sono poi previsti per categorie particolari (lavoratori della pesca, lavoratori assoggettati alle retribuzioni convenzionali…).

Contributi minimi per i lavoratori part time

Ai lavoratori part time non deve essere applicato il minimale giornaliero, ma è applicato un minimale orario, riproporzionato in base all’orario di lavoro normale ed alle giornate lavorative settimanali (di norma 6 giornate, 5 per la settimana corta).

Ipotizzando, ad esempio, un orario ordinario di 40 ore settimanali su 6 giorni, si deve calcolare il minimale orario in questo modo: 48,98 x 6 /40. Il risultato, pari a 7,35 euro, corrisponde al minimale orario che il datore deve rispettare per il calcolo dei contributi.

Il datore di lavoro può ridurre o sospendere i contributi dovuti?

Secondo quanto osservato, è chiaro che il datore di lavoro non ha la facoltà di ridurre a suo piacimento la contribuzione, ma deve rispettare il minimale giornaliero, orario per i dipendenti part time, nonché le disposizioni del contratto collettivo. Eventuali contratti di secondo livello o individuale possono prevedere soltanto un orario maggiore rispetto a quello stabilito dalla legge e dal contratto collettivo nazionale applicato [4].

Il principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto alla retribuzione trova il suo fondamento nelle finalità della contribuzione previdenziale, posto che una retribuzione imponibile inferiore a quella minima non sarebbe sufficiente per garantire al dipendente assicurato le dovute tutele (ossia un’adeguata pensione di vecchiaia, d’invalidità o ai superstiti, l’indennità per i periodi di disoccupazione, malattia, infortunio…).

In relazione a ciò, la Cassazione chiarisce [1] l’obbligo di rispettare l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva, o dal contratto individuale solo se superiore. I contributi sono dunque dovuti anche in caso di assenze o di sospensione concordata dell’attività che non trovino giustificazione nella legge o nel contratto collettivo (come ad esempio la cassaintegrazione), ma giustificate da un accordo tra le parti che derivi da una libera scelta del datore di lavoro.

In altri termini, datore di lavoro e dipendente non sono liberi di rideterminare le ore di attività riducendo la contribuzione dovuta, considerato che i versamenti all’Inps non sono collegati alla retribuzione effettivamente corrisposta.

Che cosa succede se l’attività è sospesa?

La contribuzione non può essere ridotta nemmeno se l’attività lavorativa viene interrotta, ad esempio per mancanza di commesse, essendo simili eventi ricompresi nell’ambito del rischio imprenditoriale che grava sul datore di lavoro in via esclusiva e non sul dipendente.


note

[1] Cass. sent. 21479/2020.

[2] Art. 7, Co. 1, L. 638 /1983; Art.1, Co. 2, L. 389/1989.

[3] Circ. Inps 9/2020.

[4] Cass. sent. 3491/2014.


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