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Licenziamento dopo la prova: è valido?

9 Ottobre 2020
Licenziamento dopo la prova: è valido?

Alla scadenza della prova, il contratto si trasforma in lavoro subordinato; sicché, è necessaria la giusta causa o il giustificato motivo. 

Si può assumere un dipendente facendo precedere il definitivo inserimento nell’azienda da un periodo di prova. La finalità della prova è di consentire alle parti di valutare la reciproca “compatibilità” (la capacità cioè a svolgere le mansioni) e, in caso di esito negativo, recedere dal contratto senza dover dare giustificazioni o preavvisi. Si può dunque licenziare al termine della prova anche senza «giusta causa» o «giustificato motivo», condizioni queste al ricorrere delle quali è possibile di norma un recesso dal rapporto di lavoro subordinato.

La durata massima della prova viene stabilita dal contratto collettivo nazionale, ma le parti possono prevedere una durata inferiore. Nel caso in cui il Ccnl non preveda nulla, i limiti della prova sono di sei mesi per i lavoratori in generale e di tre mesi per gli impiegati privi di funzioni direttive. 

Cosa succede, però, nel caso in cui non vengano rispettati tali termini? Il licenziamento dopo la prova è valido? Per comprendere meglio la questione facciamo un esempio pratico.

Leggi anche “Come funziona il periodo di prova lavoro?“.

Licenziamento dopo la prova: esempio

Immaginiamo un giovane assunto con un patto di prova di due mesi. Ad una settimana dalla scadenza della prova, il lavoratore subisce un infortunio; così, inviato tempestivamente il certificato medico all’azienda, “si mette malato” e si assenta per diverso tempo. Rientra sul posto dopo dieci giorni. Il datore di lavoro consente al dipendente in prova, appena guarito, di riprendere le proprie mansioni, ma dopo un paio di giorni gli intima il licenziamento per mancato superamento della prova. 

Ebbene, tale licenziamento può considerarsi legittimo? 

La risposta è stata fornita dal tribunale di Roma con una recente sentenza [1]. La pronuncia conferma l’orientamento ormai pacifico della stessa Cassazione, orientamento che la recente introduzione della riforma del lavoro – operata dal cosiddetto Jobs Act – non ha scalfito. Ecco allora se il licenziamento dopo la prova è valido.

Si può licenziare un lavoratore dopo la prova?

Il licenziamento intimato dopo la fine della prova deve ritenersi nullo se non è motivato da «giusta causa» o da «giustificato motivo» (soggettivo o oggettivo).

In buona sostanza, non è più possibile il recesso dal contratto privo di una motivazione (il cosiddetto recesso ad nutum) proprio perché spirato il termine della prova. E ciò per la semplice constatazione che il contratto di lavoro, una volta scaduta la prova e in assenza di licenziamento, si trasforma automaticamente in un ordinario contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Stante così la natura del rapporto, esso può essere successivamente interrotto solo se ricorrono le cause indicate dalla legge che sono appunto quelle relative a questioni disciplinari (il cosiddetto «licenziamento per giusta causa» o «per giustificato motivo soggettivo») o quelle relative a fattori produttivi o organizzativi dell’azienda (il cosiddetto «licenziamento per giustificato motivo oggettivo»). 

Equivale pertanto a un recesso ad nutum il provvedimento che l’azienda motiva per mancato superamento della prova ma a conti fatti adottato quando il periodo risulta scaduto. Si tratta infatti di un licenziamento senza motivo.

Cosa può fare il dipendente licenziato dopo la prova?

Vediamo ora quali sono i rimedi che il dipendente, licenziato a prova già scaduta, può esperire per tutelare i propri diritti. La prima mossa da fare è contestare il licenziamento con una lettera raccomandata che deve essere spedita entro 60 giorni dal ricevimento del licenziamento medesimo. 

Il successivo passo è depositare il ricorso in tribunale entro 180 giorni dalla spedizione della raccomandata appena citata. Tale ricorso deve essere ovviamente redatto dall’avvocato.

Si instaura così una normale causa civile, che segue il rito del lavoro e che potrebbe durare qualche anno.

In realtà, il giudizio non richiede una lunga fase istruttoria. Difatti, al dipendente basta dimostrare l’avvenuto licenziamento e l’intervenuta scadenza del periodo di prova. 

Il datore di lavoro non può, in questa sede, motivare il licenziamento con giustificazioni che non ha prima fornito nella lettera di licenziamento. Quindi, anche se il dipendente dovesse essersi macchiato di gravi colpe, queste non potrebbero più essergli contestate. 

A cosa ha diritto il dipendente licenziato dopo la prova?

Al dipendente licenziato dopo la scadenza della prova, senza una giusta causa o un giustificato motivo, spetta il risarcimento dei danni. Si parte da un ammontare che varia da un minimo di 6 a un massimo di 36 mensilità. Il giudice, però, può applicare degli aggiustamenti in aumento tenendo conto delle indicazioni formulate di recente dalla Corte Costituzionale [2]. Leggi sul punto “Licenziamento illegittimo: quanto spetta di risarcimento?“.


note

[1] Trib. Roma, sent. n. 5473/2020.

[2] C. Cost. sent. n. 194/18. 

Autore immagine: it.depositphotos.com


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