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Editoriali Avviata dal Governo la privatizzazione di Banca d’Italia: il pasticcio che apre le porte agli stranieri

Editoriali Pubblicato il 5 dicembre 2013

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> Editoriali Pubblicato il 5 dicembre 2013

Bankitalia si trasformerà in una public company ad azionariato diffuso e polverizzato, con quote di massimo il 6%: via libera agli investitori stranieri. Il provvedimento che potrebbe cambiare lo scenario bancario in Italia.

Nell’indifferenza collettiva si consuma uno dei provvedimenti che potrebbe cambiare le sorti del nostro Paese e dello scenario bancario italiano. Il governo ha messo a punto un piano per realizzare una sorta di privatizzazione della Banca d’Italia. A dichiararlo è lo stesso ministro dell’Economia Saccomanni, nel presentare il provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri l’altro ieri.

In pratica la Banca d’Italia si trasformerà in una public company (per usare le stesse parole del ministro): una società, cioè, a capitale polverizzato nella quale “nessuno ha il controllo”.

Il numero di azionisti sarà quindi diffuso ed elevatissimo, e ciascuno di essi non potrà possedere più del 5% del capitale.

“E questo – ha osservato il ministro – lascia la porta aperta a investitori europei”. Il che la dice lunga: non solo perché così si privatizza l’emblema dell’economia di uno Stato; una istituzione che gestisce una delle sovranità più importanti di una nazione: quella monetaria. Ma anche perché questa sovranità diventa ora alla mercé delle banche straniere, che già detengono un potere elevato all’interno della nostra economia (avendo, molte di esse, acquistato il nostro debito pubblico).

Per chi non lo sapesse, la Banca d’Italia svolge una funzione pubblica. I ricavi che produce sono ricavi che derivano dall’amministrazione di un bene pubblico e devono tornare al pubblico, non certo agli azionisti.

È pur vero che già da diversi anni, Banca d’Italia (prima in mano a enti pubblici) è passata nella proprietà di enti privati e gruppi bancari: oggi Banca Intesa e Unicredit detengono il 64,4% delle sue quote.

Pertanto, il provvedimento attuale è proprio finalizzato a eliminare l’attuale concentrazione delle partecipazioni, rendendo le quote scambiabili sul mercato e ad allargare la compagine azionaria in direzione di una proprietà molto più frazionata e diffusa. Ma come avverrà questo? Non potendo redistribuire le quote già in possesso degli azionisti di maggioranza, aumentando invece il capitale sociale.

Infatti, con la norma in tre articoli approvata il 27 novembre scorso, Bankitalia viene autorizzata ad aumentare il proprio capitale, mediante utilizzo delle riserve statutarie, fino a un ammontare di 7,5 miliardi (attualmente il capitale sociale di palazzo Koch è fermo a 156mila euro, l’equivalente dei 300 milioni di lire stabiliti nel 1936); in seguito all’aumento del capitale, il valore unitario delle quote sarà di 20mila euro.

Ai partecipanti verranno distribuiti dividendi annuali del valore massimo del 6% del capitale (una cifra intorno ai 450 milioni a fronte dei 70 milioni distribuiti nel 2012). Le quote di partecipazione, recita la riforma, potranno appartenere a banche, aventi sede legale in Italia o in uno stato membro della Ue; imprese di assicurazione e riassicurazione, con sede in Italia e nella Ue; le fondazioni bancarie (e questa è la new entry fra i soggetti autorizzati a detenere il capitale); enti e istituti di previdenza e assicurazione con sede in Italia insieme ai fondi pensione.

Nella norma è inoltre prevista la possibilità per la Banca centrale di acquistare le partecipazioni eccedenti durante un periodo transitorio, in attesa della creazione di un vero mercato delle quote. Infine il provvedimento abroga una disposizione contenuta nella legge 262 del 2005, rivelatasi inapplicabile, che contemplava un possibile trasferimento allo Stato della proprietà di Bankitalia.

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Autore foto: 123rf.com


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