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Pensione minima: ultime sentenze

4 Dicembre 2020
Pensione minima: ultime sentenze

Tutela del conseguimento del minimo pensionistico; numero degli anni richiesti per ottenere il minimo della pensione; trattamento di quiescenza.

Pensione minima sociale

In assenza di un intervento legislativo circa la fissazione dell’importo assolutamente impignorabile della pensione, questo può essere stabilito tenendo conto della pensione minima sociale previsto dall’art. 38 l. n. 448 del 2001 e dall’art. 39, comma 8, l. n. 289 del 2002.

Tribunale Palmi, 23/11/2004

La tutela della pensione minima

Va dichiarata l’illegittimità costituzionale del combinato disposto degli art. 15 nonies, comma 1, d.lg. 30 dicembre 1992 n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’art. 1 l. 23 ottobre 1992 n. 421), e 16, comma 1, primo periodo, d.lg. 30 dicembre 1992 n. 503 (Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell’art. 3 l. 23 ottobre 1992 n. 421) – nel testo di essi quale vigente fino all’entrata in vigore dell’art. 22 l. 4 novembre 2010 n. 183 – nella parte in cui non consente al personale ivi contemplato che al raggiungimento del limite massimo di età per il collocamento a riposo non abbia compiuto il numero degli anni richiesti per ottenere il minimo della pensione, di rimanere, su richiesta, in servizio fino al conseguimento di tale anzianità minima e, comunque, non oltre il settantesimo anno di età.

Nella giurisprudenza di questa Corte è ferma la distinzione tra la tutela della pensione minima e l’intangibile discrezionalità del legislatore nella determinazione dell’ammontare delle prestazioni previdenziali e nella variazione dei trattamenti in relazione alle diverse figure professionali interessate, nel senso che, mentre il conseguimento della pensione al minimo è un bene costituzionalmente protetto, altrettanto non può dirsi per il raggiungimento di trattamenti pensionistici e benefici ulteriori (ex plurimis, sentenza n. 227 del 1997).

Peraltro, Il problema della tutela del conseguimento del minimo pensionistico è strettamente connesso a quello dei limiti di età; la cui previsione è rimessa “al legislatore nella sua più ampia discrezionalità” (sentenza n. 195 del 2000), la quale può incontrare vincoli – sotto il profilo costituzionale – solo in relazione all’obiettivo di conseguire il minimo della pensione, attraverso lo strumento della deroga ai limiti di età ordinari previsti per ciascuna categoria di dipendente pubblico. Comunque, anche la suddetta deroga incontra a sua volta dei limiti fisiologici – definiti da questa Corte come “energia compatibile con la prosecuzione del rapporto” (sentenza n. 444 del 1990) – oltre i quali neppure l’esigenza di tutelare il bene primario in oggetto può spingersi.

Nel corso del tempo, detto limite fisiologico si è spostato in avanti, anche grazie alla giurisprudenza di questa Corte, la quale è stata al contempo costante nel ribadire che il bene costituzionalmente protetto è solo quello che tutela il conseguimento del minimo pensionistico mentre non gode di analoga protezione l’incremento del trattamento di quiescenza (ordinanza n. 57 del 1992) o il raggiungimento del massimo (ex plurimis, sentenza n. 227 del 1997 ed ordinanza n. 195 del 2000). Peraltro, all’univoco indirizzo descritto non ha fatto seguito un puntuale adeguamento delle diverse legislazioni di settore succedutesi nel tempo, per cui – anche nella normativa attualmente in esame riguardante i dirigenti medici del S.s.n., ivi compresi i responsabili di struttura complessa – la permanenza in deroga fino al settantesimo anno di età al fine del conseguimento del diritto minimo alla pensione non era contemplata.

Ne consegue che, per questa parte il suindicato combinato normativo vigente al momento della cessazione dal servizio del dirigente sanitario di cui si tratta, risulta in contrasto con l’art. 38, secondo comma, cost., nei termini dianzi detti. Viceversa, la modifica introdotta con l’art. 22 della l. n. 183 del 2010 risulta contenuta – sotto i profili evocati – entro i limiti della discrezionalità del legislatore in subiecta materia. Analogamente non sono costituzionalmente tutelati né un indiscriminato ed incondizionato diritto alla reintegrazione in servizio, senza alcuna considerazione delle esigenze organizzative dell’ente datore di lavoro né un diritto alla conferma nel medesimo incarico dirigenziale ricoperto dall’interessato all’atto della cessazione del servizio (laddove, ad esempio, venissero a mancare i requisiti oppure il posto di funzione non fosse più disponibile). Infatti, nell’ambito della p.a. e dei servizi pubblici i principi di buon andamento e di ragionevolezza di cui agli art. 97 e 3 cost. si realizzano di regola proprio attraverso la previsione di appropriati requisiti per l’accesso alle diverse funzioni dirigenziali, la coerenza tra dotazioni organiche ed assunzioni, il ragionevole bilanciamento tra tipi di funzioni attribuiti alle diverse figure professionali ed età-limite per il loro svolgimento.

Corte Costituzionale, 06/03/2013, n.33

Liquidazione del danno futuro

Lo strumento risarcitorio della rendita vitalizia ex art. 2057 c.c. applicato al risarcimento del futuro danno patrimoniale da lucro cessante per la riduzione della capacità lavorativa specifica, individuato nel triplo della pensione minima, al risarcimento delle spese di assistenza, nonché per quelle previste per la terapia farmacologica di supporto appare lo strumento più idoneo al fine di evitare i problemi legati all’individuazione della durata della vita media del soggetto, all’impiego di coefficienti desueti, e all’anticipata liquidazione del danno futuro.

Tribunale Bergamo sez. IV, 24/02/2016, n.679

Integrazione diretta a garantire la pensione minima

L’art. 46 n. 2, lett. a), regolamento (Cee) del Consiglio, del 14 giugno 1971 n. 1408, relativo all’applicazione dei regimi di sicurezza sociale ai lavoratori subordinati, ai lavoratori autonomi e ai loro familiari che si spostano all’interno della Comunità deve essere interpretato nel senso che, ai fini della determinazione dell’importo teorico della pensione assunto come base di calcolo del prorata della pensione, l’ente competente non è obbligato a prendere in considerazione un’integrazione diretta a garantire la pensione minima prevista dalla normativa nazionale qualora, per effetto del superamento dei limiti di reddito fissati dalla normativa nazionale relativa all’integrazione medesima, un assicurato che abbia svolto la propria attività lavorativa interamente nello Stato membro interessato non possa aver diritto all’integrazione medesima.

Corte giustizia UE sez. I, 21/07/2005, n.30

Maturazione dei requisiti minimi per la pensione

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, commi 1, 2 e 3, d.l. 24 giugno 2014, n. 90, conv., con modif., nella l. 11 agosto 2014, n. 114, censurato per violazione degli artt. 2,4 e 38 Cost., nella parte in cui, nel dettare la normativa transitoria in conseguenza dell’abolizione dell’istituto del trattenimento in servizio, vìolerebbe il diritto dei magistrati a maturare i requisiti minimi per la pensione, non consentendo agli stessi, in caso di raggiungimento del limite massimo di età per il collocamento a riposo senza avere compiuto il numero degli anni richiesti per ottenere il minimo della pensione, di rimanere, su richiesta, in servizio fino al conseguimento di tale anzianità minima.

La questione è basata su un erroneo presupposto interpretativo, atteso che il rimettente censura la normativa transitoria connessa all’abolizione dell’istituto del trattenimento in servizio, in quanto desume erroneamente la lesione del diritto alla pensione minima dall’impossibilità, per i consiglieri di cassazione nominati per meriti insigni fra gli avvocati con almeno quindici anni d’esercizio, iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori, in base alla l. n. 203 del 1998, di raggiungere il numero di anni necessari per ottenere la pensione previsto per i magistrati. Tale diritto è, invece, garantito proprio dall’impiego degli istituti volti ad assicurare, in varie forme e modalità, la possibilità di sommare le anzianità contributive versate presso le diverse gestioni previdenziali, al precipuo scopo di accedere alla pensione (sentt. nn. 238 del 1988, 461 del 1989, 444 del 1990, 282 del 1991, 227 del 1997, 61 del 1999, 33 del 2013, 133 del 2016).

Corte Costituzionale, 22/06/2018, n.131

Indennità integrativa speciale sullo stipendio

Il pensionato statale, che presti opera retribuita con autonoma indennità integrativa speciale sullo stipendio, ha diritto a percepire l’intera indennità integrativa speciale su quest’ultimo, mentre l’altra indennità compete solo nel caso che l’intero trattamento pensionistico (pensione più indennità integrativa speciale) sia inferiore alla pensione minima Inps, che in questo caso deve essere integrata fino al raggiungimento del minimo.

Corte Conti, (Veneto) sez. reg. giurisd., 01/10/1999, n.511

Contribuzione versata e situazione reddituale

Non è fondata la q.l.c. sollevata, in rapporto all’art. 3 cost., dell’art. 2 comma 4 l. 20 ottobre 1982 n. 773 (concernente la Cassa nazionale di previdenza e assistenza a favore dei geometri) nella parte in cui garantisce una pensione minima ai geometri iscritti alla relativa Cassa di previdenza, a prescindere dalla contribuzione versata e dalla situazione reddituale. Ciò in quanto l’accoglimento imporrebbe un intervento “additivo” circa l’individuazione del livello di reddito cui subordinare il diritto alla prestazione minima, requisito invece non imposto dalla Costituzione, che conferisce al legislatore un’ampia discrezionalità nel porre le condizioni per l’accesso al suddetto trattamento.

Corte Costituzionale, 06/05/1997, n.119

Pensionato statale: il trattamento di quiescenza

Il pensionato statale che presta opera retribuita con autonoma indennità integrativa speciale sullo stipendio ha diritto a percepire l’intera indennità sullo stipendio, mentre l’altra indennità sulla pensione compete solo nel caso in cui l’intero trattamento di quiescenza (pensione più indennità integrativa speciale) sia inferiore alla pensione minima Inps, nel qual caso la pensione deve essere integrata al minimo su quella parte che serve per ottenere l’integrazione stessa.

Corte Conti, (Veneto) sez. reg. giurisd., 18/04/1997, n.311

Fondo pensioni lavoratori dipendenti

Le pronunzie della Corte cost. n. 172 del 1991 e n. 494 del 1993, con le quali sono stati emendati, rispettivamente, gli art. 17 l. n. 843 del 1978 e 99 comma 2, d.P.R. n. 1092 del 1973, nella parte in cui dette norme non prevedevano che – pur rimanendo vietato il cumulo di due indennità integrative speciali nei confronti del titolare di due trattamenti pensionistici – dovesse comunque essere fatto salvo l’importo minimo corrispondente alla pensione minima Inps per il fondo pensioni lavoratori dipendenti, costituiscono tipiche sentenze “manipolative – additive”, aventi perciò l’effetto di integrare il disposto delle norme interessate nel senso sopra indicato, trovano applicazione – ai sensi degli art. 136 cost. e 30, comma 3 l. 11 marzo 1953 n. 87 – per tutti i rapporti pendenti, cioè non ancora definiti con sentenza passata in giudicato ovvero relativi a situazioni soggettive subordinate a termini prescrizionali o decadenziali non ancora decorsi.

Corte Conti, (Toscana) sez. reg. giurisd., 28/10/1996, n.527

Corresponsione dell’indennità integrativa speciale

In coerenza con il generale divieto di cumulo di due indennità integrative speciali, attesa la funzione di adeguamento alle variazioni del costo della vita di detta indennità, non è dovuta la corresponsione dell’indennità integrativa speciale al professore associato, già titolare di pensione per pregressa prestata attività (professore incaricato esterno) qualora, l’intero trattamento pensionistico costituito dalla pensione e dalla indennità integrativa speciale non risulti inferiore alla pensione minima Inps.

Corte Conti, (Veneto) sez. reg. giurisd., 03/09/1996, n.323

Divieto di cumulo di due indennità integrative speciali

Costituisce consolidato orientamento giurisprudenziale quello secondo il quale è da ritenere esistente un generale divieto di cumulo di due indennità integrative speciali, stante la natura unica di tale indennità in relazione alla sua funzione di adeguamento alle variazioni del costo della vita; deve, pertanto, ritenersi che il pensionato statale con diritto alla indennità integrativa speciale, che presti altresì opera retribuita alle dipendenze dello Stato con stipendio e con autonoma indennità integrativa speciale, ha diritto a percepire per intero solo l’indennità integrativa speciale corrisposta con lo stipendio, mentre, per quanto concerne l’altra indennità integrativa speciale sulla pensione, essa rimane esclusa e non dovuta limitatamente alla parte dell’intero trattamento pensionistico (pensione più indennità integrativa speciale) che superi la pensione minima Inps.

Corte Conti, (Lazio) sez. reg. giurisd., 22/11/1994, n.334/C

L’insufficienza della pensione minima

Il riferimento all’insufficienza della “pensione minima” per pubblicizzare una polizza diretta ad ottenere una rendita integrativa è ingannevole in primo luogo perché trattasi di espressione non di uso corrente per indicare la pensione tabellare ed insinua – contro il vero – che quest’ultima sia in valore assoluto di entità trascurabile ed in secondo luogo perché l’espressione evoca i problemi e i drammi connessi ai trattamenti pensionistici di mera sussistenza.

Giurì cod. aut. pubb.ria, 20/05/1994, n.34

Il raggiungimento della pensione minima

Nell’ipotesi prevista dall’art. 21 della conv. italo jugoslava del 14 novembre 1957, ratificata con l. 11 giugno 1960 n. 885 – secondo cui, se l’assicurato matura un diritto a prestazioni a carico degli enti assicuratori di entrambi i paesi contraenti e se la somma di queste prestazioni non raggiunge la pensione minima del paese in cui il beneficiario risiede, l’ente assicuratore concede in aggiunta l’importo necessario per raggiungere la pensione minima – l’istituto del paese dove risiede l’assicurato è tenuto a corrispondere per intero, e non “pro rata”, l’integrazione al minimo del trattamento pensionistico spettante al medesimo.

Cassazione civile sez. lav., 27/12/1993, n.12815

Diritto ad ottenere l’assegno pari alla pensione minima Inps

Va riconosciuto il diritto ad ottenere, dal giorno successivo al compimento del 65mo anno, l’assegno pari alla pensione minima Inps in sostituzione dell’assegno di incollocabilità (accessorio alla sua pensione privilegiata) fino a quell’età dovuto in quanto detto trattamento sostitutivo continua ad essere disciplinato dall’art. 104, comma 3 d.P.R. n. 1092 del 1973 che non è stato oggetto di abrogazione nè esplicita, nè implicita.

Corte Conti sez. III, 07/05/1997, n.149/A



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