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Lavoro occasionale dei familiari a titolo gratuito

12 Ottobre 2020
Lavoro occasionale dei familiari a titolo gratuito

Se la moglie aiuta il marito nel lavoro si considera un lavoratore dipendente? 

Cosa succede se, di tanto in tanto, la moglie aiuta il marito in negozio o all’interno dello studio professionale? Nel caso in cui i due dovessero successivamente separarsi, lei potrebbe richiedere un inquadramento come lavoratore dipendente e, pertanto, pretendere l’assunzione o il risarcimento? La questione del lavoro occasionale dei familiari a titolo gratuito è stato di recente oggetto di giudizio da parte della Cassazione [1]. 

La Corte ha analizzato una vicenda emblematica: una donna chiedeva il riconoscimento del vincolo della subordinazione per aver prestato la propria opera nei negozi gestiti dal marito. La ricorrente, però, non aveva fornito al giudice alcuna prova dell’esistenza di un vincolo di subordinazione. 

Ecco cosa dice la legge in merito al lavoro occasionale dei familiari a titolo gratuito.

L’impresa familiare

Prima di analizzare l’eventuale sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra familiari, dobbiamo parlare della famosa impresa familiare disciplinata dall’articolo 230-bis del Codice civile.

L’impresa familiare è l’impresa individuale in cui collaborano il titolare e i suoi familiari che possono essere il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo. Ai familiari è riconosciuta una quota degli utili dell’impresa in cambio della collaborazione prestata.

Questa forma di impresa non è legata a vincoli di dimensione (può essere piccola, media o grande) e può avere come oggetto un’attività commerciale, industriale o agricola. È invece vietato dalla legge l’esercizio dell’attività bancaria e assicurativa.

Un’impresa familiare esiste quando ricorrono alcune condizioni:

  • esistenza di una impresa;
  • natura particolare dei partecipanti (coniugi, familiari o conviventi);
  • svolgimento da parte del familiare di un’attività di lavoro continuativa;
  • accrescimento della produttività dell’impresa conseguente al lavoro del partecipante.

Presupposto dell’esistenza dell’impresa familiare è la costituzione di una impresa che coinvolge oltre all’imprenditore (titolare), almeno un suo familiare, in forza di un contratto oppure in base a una manifestazione di volontà espressa o tacita, ossia per fatti concludenti (ad esempio, è sufficiente che il gruppo familiare eserciti in modo continuativo un’attività economica o che il titolare accolga nella sua impresa uno o più familiari affinché vi collaborino in modo continuativo).

Si intendono per familiari i seguenti soggetti:

  • coniuge;
  • parenti entro il terzo grado. Sono tali le persone che discendono dalla stessa persona (cosiddetti discendenti: il figlio, il figlio del figlio ed il pronipote), gli ascendenti (il genitore, il nonno) e i collaterali (il fratello o la sorella, il nipote figlio di fratello o di sorella e lo zio);
  • affini entro il secondo grado. Rientrano in questa categoria il coniuge del figlio (genero o nuora), il coniuge del figlio del figlio, il coniuge del genitore quando non sia anch’egli genitore, il coniuge del fratello (cognato). Sono, inoltre, inclusi i seguenti parenti del coniuge: il figlio (solo del coniuge) e il figlio del figlio, il genitore e il nonno, il fratello e la sorella (parenti del coniuge, ad esempio: suoceri, cognati, ecc.).

Anche l’attività svolta dal convivente si deve inquadrare nell’ipotesi del lavoro in impresa familiare, trovando causa nei vincoli di solidarietà e affettività esistenti nella famiglia di fatto, la quale viene considerata una formazione sociale atipica protetta dalla Costituzione.

Lavoro occasionale a titolo gratuito

Tra persone che sono legate tra loro da un vincolo di parentela o di affinità, la prestazione lavorativa occasionale si intende di norma resa per motivi di affetto e benevolenza. Pertanto, si considera prestata a titolo gratuito fino a prova contraria.

Più precisamente, tale presunzione di gratuità può essere superata solo in presenza di una prova rigorosa degli elementi tipici della subordinazione.

Gli elementi tipici della subordinazione sono caratterizzati dai tre poteri che il datore può esercitare sul dipendete ossia:

  • potere direttivo: si tratta del potere di indicare al lavoratore subordinato le modalità di esecuzione della prestazione di lavoro. Il potere direttivo si esprime attraverso l’emanazione del regolamento disciplinare aziendale e di ordini, direttive, policy e istruzioni che vengono impartite durante il rapporto di lavoro;
  • potere di controllo: il datore di lavoro ha il potere di verificare che il lavoratore stia eseguendo la prestazione di lavoro in linea con le direttive aziendali;
  • potere disciplinare: se il lavoratore pone in essere comportamenti contrari ai propri doveri il datore di lavoro ha la possibilità di sanzionarlo con l’applicazione di sanzioni disciplinari.

Così, ad esempio, per affermare che la coniuge di un associato presta la propria opera in favore dell’impresa dell’associante occorre dimostrare, tra le altre cose, l’assoggettamento al potere direttivo-organizzativo altrui e l’onerosità della prestazione stessa. La presenza occasionale in azienda, a tal fine, non basta.

Se, quindi, la moglie è presente sul luogo di lavoro in maniera sporadica e i suoi interventi non sono né continuativi né significativi, la stessa non può essere considerata lavoratrice subordinata.


note

[1] Cass. sent. n. 20904/2020 del 30.09.2020.


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