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Se mi licenzio ho diritto alla Naspi?

14 Ottobre 2020
Se mi licenzio ho diritto alla Naspi?

La legge offre una tutela economica ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.

L’attività lavorativa di cui ti occupi non ti dà più gli stimoli che ti dava un tempo. Hai deciso di cambiare lavoro ma ti preoccupa il rischio di dover stare per diversi mesi senza una retribuzione. Ti chiedi se, in caso di dimissioni, puoi avere accesso all’indennità di disoccupazione.

Non vi è dubbio che molte persone vorrebbero cambiare lavoro ma sono frenate nel farlo dal rischio di ritrovarsi senza retribuzione per un certo periodo di tempo. In tutti questi casi, il lavoratore si chiede: se mi licenzio ho diritto alla Naspi?

A partire dal 2015, infatti, l’indennità di disoccupazione viene detta Naspi e, per potervi accedere, è necessario aver perso il posto di lavoro contro la propria volontà. Le dimissioni possono dare diritto alla disoccupazione solo in alcuni casi specifici. Ma andiamo per ordine.

Che cos’è la Naspi?

Una delle prestazioni sociali che caratterizza il nostro sistema di sicurezza sociale è l’indennità di disoccupazione. Perdere il lavoro, infatti, significa lasciare il lavoratore e la propria famiglia senza una tutela reddituale.

L’improvvisa scomparsa del reddito potrebbe condurre a conseguenze sociali molto gravi e, per questo, la legge ha sempre previsto il diritto del lavoratore disoccupato a percepire un’indennità economica a carico dello Stato.

A partire dal 1° maggio 2015, quando il lavoratore perde involontariamente il lavoro può accedere alla Naspi, acronimo di Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego [1].

Si tratta di una prestazione economica erogata dall’Inps ai lavoratori che abbiano perso involontariamente il lavoro e consiste nell’erogazione di un assegno mensile al disoccupato.

Naspi: la perdita involontaria del lavoro

Il requisito fondamentale per poter accedere alla Naspi è la perdita involontaria del lavoro.

In linea teorica, dunque, possono accedere all’indennità di disoccupazione solo i lavoratori che hanno perso il posto di lavoro contro la propria volontà, per una scelta unilaterale del datore di lavoro. Devono, invece, ritenersi esclusi dal campo di applicazione della disoccupazione quei lavoratori che, per libera scelta, hanno deciso di lasciare il posto di lavoro.

Ne deriva che, almeno in generale, la Naspi spetta solo in caso di licenziamento ed è invece esclusa in caso di dimissioni del lavoratore o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

Tale regola prevede però alcune eccezioni. Ci sono, in effetti, dei casi in cui il rapporto di lavoro termina per effetto delle dimissioni del dipendente o della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, ma la scelta di chiudere il rapporto non è realmente libera e volontaria da parte del lavoratore essendo stata, in qualche modo, indotta dal datore di lavoro.

Se mi licenzio ho diritto alla Naspi?

Come abbiamo detto, in linea generale, il lavoratore che si licenzia, ovvero che rassegna le dimissioni dal rapporto di lavoro, non può prendere la Naspi. A questa regola fa eccezione il caso delle dimissioni per giusta causa [2]. In tale ipotesi, infatti, il dipendente si dimette dal posto di lavoro a causa di una condotta gravissima posta in essere dal datore di lavoro che non consente la prosecuzione nemmeno temporanea del rapporto di lavoro.

In questo caso, al lavoratore spettano le tutele previste per il lavoratore licenziato ossia, il diritto all’indennità di preavviso e il diritto alla Naspi.

Ma quando le dimissioni per giusta causa sono legittime? Quali sono le condotte datoriali che possono giustificare le dimissioni per giusta causa? Nel corso del tempo, sulla base delle indicazioni provenienti dalle decisioni della magistratura, sono state individuate quelle condotte del datore di lavoro che possono legittimare le dimissioni per giusta causa del dipendente [3].

In particolare, devono considerarsi rassegnate per giusta causa le dimissioni determinate da:

  • omesso pagamento dello stipendio mensile;
  • molestie sessuali subite dal dipendente in ambito lavorativo;
  • demansionamento sul posto di lavoro;
  • mobbing;
  • notevoli variazioni delle condizioni di lavoro subite dal lavoratore a seguito del trasferimento di azienda o di un ramo di essa;
  • trasferimento del lavoratore in un’altra sede in assenza delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive richieste dalla legge;
  • comportamento ingiurioso posto in essere dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

Tale elencazione ha carattere meramente indicativo ed esemplificativo posto che, come ricorda la giurisprudenza, la nozione di giusta causa di dimissioni è una nozione legale ed è sempre compito del giudice verificare, nel caso concreto posto alla sua attenzione, se il comportamento posto in essere dal datore di lavoro abbia connotati di gravità tali da ricondurlo a tale fattispecie.

Naspi: gli altri requisiti

Occorre, infine, chiarire che la perdita involontaria del lavoro non è requisito sufficiente all’ottenimento della Naspi.

Infatti, oltre che aver perso il lavoro contro la propria volontà, il lavoratore può ottenere la disoccupazione solo se sono presenti anche gli altri requisiti richiesti dalla legge e, in particolare:

  • requisito contributivo: devono risultare versate almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione involontaria nei 4 anni che precedono la fine del rapporto di lavoro;
  • requisito lavorativo: il lavoratore deve aver lavorato per almeno 30 giornate di effettivo lavoro nei dodici mesi che precedono l’inizio dello stato di disoccupazione.

Se ricorrono tutti questi requisiti, il lavoratore può richiedere la Naspi all’Inps.


note

[1] D.lgs. 22/2015.

[2] Art. 2119 cod. civ.

[3] Circolare Inps n. 163 del 20.10.2003.


2 Commenti

  1. Salve sono stato licenziato nel 2019 per una cazzata lavoravo in azienda atm Messina vorrei delle informazione perché non percepisco la disoccupazione

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