Statali: chi dovrà lavorare in smart working

13 Ottobre 2020
Statali: chi dovrà lavorare in smart working

Per cercare di arginare i contagi da Coronavirus e una maggiore circolazione del Sars-CoV-2, il Governo punta anche sul lavoro agile.

Almeno il 50% dei dipendenti della pubblica amministrazione in smart working. Nessuna imposizione ai privati, ma il lavoro da remoto, vista l’escalation dei contagi da Coronavirus, è altamente raccomandato. Lo dice il nuovo decreto del presidente del Consiglio dei ministri (dpcm) Giuseppe Conte, firmato a quattro mani con il ministro della Salute Roberto Speranza.

Con la seconda ondata di Coronavirus che non dà tregua, il nuovo provvedimento del Governo punta sul lavoro agile. Il decreto non arriva a prescrivere di mettere in smart working il 70% dei dipendenti pubblici, come si era ipotizzato nei giorni scorsi. Nelle pubbliche amministrazioni, si legge sul testo, viene «incentivato il lavoro agile con le modalità stabilite da uno o più decreti del ministro della Pubblica amministrazione, garantendo almeno la percentuale» del decreto Rilancio, che chiedeva lavoro agile per il «50% del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità».

Di fatto, vengono prorogate le norme per il lavoro agile attinte dal decreto Rilancio e che sarebbero scadute il 15 ottobre, laddove lo stato di emergenza non fosse stato rinnovato. Quel che cambia e viene aggiunto al testo del decreto Rilancio, in sostanza, è una espressione chiave: «Almeno il 50%». Che tradotto, fondamentalmente, significa: tutti coloro che sono assunti da una pubblica amministrazione e che possono farlo senza problemi, lavorino in smart working. Modalità preferibile, se si vuole ottenere una minore circolazione del virus.

In particolare, il dpcm prescrive che le attività professionali «siano attuate anche mediante modalità di lavoro agile, ove possano essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza»; «siano incentivate le ferie e i congedi retribuiti per i dipendenti nonché gli altri strumenti previsti dalla contrattazione collettiva»; «siano assunti protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di almeno un metro come principale misura di contenimento, con adozione di strumenti di protezione individuale»; «siano incentivate le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro, anche utilizzando a tal fine gli ammortizzatori sociali».

I sindacati calcolano che, su 3,2 milioni di impiegati statali, 1,2 milioni lavorano nel campo della ricerca e dell’istruzione, 648mila nella sanità e più di 500mila nelle forze armate e altri dipendenti con un contratto di diritto pubblico: tutte mansioni in cui il lavoro agile è un po’ una chimera ed è di difficile attuazione. Più semplice, invece, destinare allo smart working chi lavora nei ministeri (circa 234mila persone) e negli enti locali (circa 512mila). «Chiediamo un’interlocuzione per decidere quali sono le attività che si possono ricondurre allo smart working», dice Florindo Oliviero, segretario nazionale della Fp-Cgil.

Per il leader della Cgil Maurizio Landini l’argomento smart working dovrebbe essere compreso nelle trattative sui contratti nazionali: «È una delle richieste che stiamo portando avanti in tutti i tavoli – dichiara Landini -. Anche perché la novità è il fatto che è la stessa persona che si troverà a dover lavorare in presenza e a distanza. È lo stesso lavoratore che dovrà acquisire le competenze per lavorare in entrambe le modalità, pertanto è necessario che queste persone abbiano gli stessi diritti e tutele sia quando lavorano a distanza sia in presenza».

Non mancano le polemiche e le critiche. Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil, ritiene che il lavoro agile manchi di un’adeguata regolamentazione: «È superficiale, senza regole né criteri di scelta – afferma – non ci sono ragionamenti sui servizi da erogare né sui diritti dei lavoratori. E poi, se le cose non funzioneranno, come al solito diranno che il problema sono i dipendenti pubblici fannulloni. Allora fateli rientrare tutti, perché vogliono fare il loro mestiere al meglio e dare il loro contributo per la ripartenza del Paese».



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