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Aspettativa per motivi personali: ultime sentenze

21 Novembre 2020
Aspettativa per motivi personali: ultime sentenze

Interruzione delle prestazioni del servizio per le esigenze personali del lavoratore.

Aspettativa per motivi personali o di famiglia

In tema di tutela delle lavoratrici madri, i periodi di assenza dal lavoro a titolo di aspettativa, congedo o permesso senza retribuzione, giustificati da motivi di famiglia o altre ragioni personali, non sono esclusi dal computo dei sessanta giorni immediatamente antecedenti al congedo di maternità di cui all’art. 24, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001, in quanto le ipotesi di deroga di cui al comma 3 dello stesso articolo hanno un contenuto limitato, né tale esclusione è ingiustificata o discriminatoria, come chiarito dalla Corte cost. (sentenza n. 106 del 1980), nel vigore dell’art. 17 della l. n. 1204 del 1971, con riferimento alle ipotesi di assenza volontaria.

Cassazione civile sez. lav., 24/03/2017, n.7675

Aspettativa per motivi personali e indennità di maternità

L’art. 11, punto 4, II comma, della direttiva 92/85/Cee sull’attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute sul lavoro delle lavoratrici gestanti, puerpere o in periodo di allattamento (X direttiva particolare ex art. 16, §. 1 della direttiva 89/391/Cee) deve essere interpretato nel senso che esso osta a che uno Stato membro rifiuti di corrispondere a una lavoratrice un’indennità di maternità in quanto essa, come dipendente pubblica che ha ottenuto una messa in aspettativa per motivi personali al fine di esercitare un’attività lavorativa subordinata nel settore privato, non ha maturato, nell’ambito di quest’ultima attività, il periodo contributivo minimo previsto dal diritto nazionale per fruire della predetta indennità di maternità, sebbene abbia lavorato per più di dodici mesi immediatamente prima della data presunta del suo parto.

Corte giustizia UE sez. IV, 21/05/2015, n.65

Le esigenze personali del dipendente

L’istituto dell’aspettativa per motivi di famiglia – in quanto diretto a soddisfare esigenze personali del dipendente attraverso l’interruzione delle prestazioni del servizio – è subordinato tanto alle esigenze generali dell’amministrazione, quanto a quelle specifiche del servizio. Pertanto il dipendente non vanta alcun diritto alla concessione dell’aspettativa ed è legittimo il diniego dell’Amministrazione che ha giustificato la propria determinazione negativa proprio con riferimento a specifiche esigenze del servizio e a ragioni organizzative del tutto ragionevoli e quindi non sindacabili in sede di giudizio amministrativo.

Consiglio di Stato sez. V, 27/09/2011, n.5384

Illegittimità del decreto di non ammissione al concorso

Il servizio prestato da docente incaricato di religione cattolica va considerato, a tutti gli effetti, come servizio effettivamente prestato anche allorché non sia stato espletato per gravi motivi personali, stante l’assimilazione di tale situazione a quella dell’aspettativa per motivi familiari. È pertanto illegittimo il decreto di non ammissione al concorso riservato a posti di insegnante di religione cattolica motivato con riferimento alla non computabilità di tale periodo.

T.A.R. Napoli, (Campania) sez. II, 22/12/2005, n.20534

Aspettativa per motivi personali: il rifiuto dell’azienda

Ove, come nella specie, l’azienda non abbia mai fatto acquiescenza alla richiesta di aspettative della lavoratrice per assistenza al figlio, ex art. 7 legge n. 1204/1971, successive ad un primo rifiuto dell’azienda di concedere l’aspettativa per motivi personali, deve ritenersi legittimo il comportamento dell’azienda che ha imputato le aspettative a motivi di carattere privato, come tali non computabili ai fini della maturazione degli scatti, con i conseguenti riflessi sull’accantonamento del t.f.r. e sulla retribuzione.

Tribunale Milano, 12/09/1992

Assenze dal lavoro a titolo di aspettativa

La legge n. 1204 del 1971 contiene, all’art. 17, una precisa ed articolata regolamentazione delle diverse ipotesi di interruzione dell’attività di lavoro anteriormente all’inizio del periodo di astensione obbligatoria, e in relazione alle loro cause variamente disciplina il diritto delle lavoratrici gestanti al godimento della indennità giornaliera di maternità con scelte di natura politico-legislativa, non sindacabili, quindi, nemmeno in riferimento ai principi enunciati negli artt. 31 e 37, comma primo, Cost., la cui concreta attuazione è rimessa alla discrezionalità del legislatore ordinario.

Nelle ipotesi di assenza volontaria dal lavoro, protratta oltre due mesi, la esclusione dal godimento dell’indennità di maternità non può dirsi ingiustificata, né discriminatoria rispetto al regime fatto nei casi di astensione involontaria, per disoccupazione, sospensione o risoluzione non imputabile dei rapporti di lavoro; mentre per esse non ricorrono le ragioni che suffragano una doverosa eccezione per le assenze facoltative dipendenti da una precedente maternità.

(Infondatezza, in riferimento agli artt. 3, 31 e 37, primo comma, della questione di legittimità costituzionale del citato art. 17, secondo comma, nella parte in cui non esclude dal computo dei sessanta giorni immediatamente antecedenti all’inizio del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro, ai fini del godimento dell’indennità giornaliera di maternità, i casi di assenza dal lavoro a titolo di aspettativa, congedo, o permesso senza retribuzione, ove siano giustificati da motivi di famiglia o da altra ragione personale).

Corte Costituzionale, Sentenza, 07/07/1980, n. 106

Violazione dell’obbligo di esclusività della prestazione di lavoro

La l. n. 29 del 1979 nel riconoscere il diritto alla ricongiunzione di diversi periodi assicurativi presso un’unica gestione previdenziale non pone, per i periodi chiesti in valorizzazione, limitazioni riferite alla qualificazione di legittimità del rapporto di lavoro cui è correlata l’iscrizione previdenziale; pertanto, in mancanza di una apposita statuizione normativa, nel caso di violazione dell’obbligo di esclusività della prestazione di lavoro resa durante un periodo di aspettativa per motivi personali, non è consentito aggiungere, alle comminatorie disciplinari, anche la sanzione previdenziale della non ricongiungibilità del lavoro svolto fatto durante il periodo di aspettativa.

Corte Conti, (Friuli-Venezia Giulia) sez. reg. giurisd., 10/01/2001, n.11

Mancata concessione di un periodo di aspettativa da parte di un Comune 

La mancata concessione da parte di un comune di un periodo di aspettativa senza assegni per motivi familiari o personali richiesto da un proprio dipendente, non esonera l’amministrazione, in caso di assenza protratta oltre il termine di quindici giorni cui consegue la decadenza dall’impiego, dall’accertamento della volontarietà dell’abbandono del servizio, presupposto del provvedimento di estinzione del rapporto, avuto riguardo alla diversa finalità, limiti e parametri di valutazione dei due istituti (nella specie si è ritenuto che le motivazioni addotte da un’impiegata di prestare assistenza a un figlio ammalato, pur non essendo state ritenute sufficienti dall’amministrazione ai fini della concessione della richiesta aspettativa, tuttavia dovevano essere oggetto di accertamento al fine di riscontrare la volontà dell’abbandono del servizio).

Consiglio di Stato sez. V, 21/07/1990, n.605



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