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Come impugnare un licenziamento

14 Aprile 2022
Come impugnare un licenziamento

Si può licenziare un lavoratore solo se c’è una giusta causa o un giustificato motivo. Come contestare la motivazione invalida; i termini per ricorrere al giudice.

Hai ricevuto una lettera di licenziamento che non ti aspettavi. Ritieni che le motivazioni scritte nella comunicazione siano insussistenti. Ti chiedi se puoi reagire a questo provvedimento ingiusto ed ottenere delle tutele, e in caso positivo se puoi essere reintegrato nel posto di lavoro e se hai diritto a un risarcimento. Quindi vuoi sapere quale iter devi seguire per far valere i tuoi diritti e arrivare a questo risultato. Come impugnare un licenziamento?

Una delle principali forme di protezione del lavoratore subordinato prevista dal nostro ordinamento è la tutela contro il licenziamento illegittimo. Considerati gli effetti che la perdita del lavoro produce nella vita del dipendente e della sua famiglia, la legge prevede che il datore di lavoro possa licenziare un dipendente solo se sussiste una «giusta causa» o un «giustificato motivo». Nel prosieguo dell’articolo ti spiegheremo questi concetti. Intanto devi sapere che tale motivazione deve essere esplicitata nella lettera di licenziamento e deve essere realmente sussistente. Il datore di lavoro non può accampare pretesti e inventare scuse per sbarazzarsi facilmente dei suoi dipendenti.

Quindi, cosa bisogna fare, in caso di licenziamento, per tutelare i propri diritti? Come impugnare un licenziamento? Come vedremo, il lavoratore ha la possibilità di far accertare ad un giudice la reale sussistenza della motivazione posta alla base del recesso datoriale. Per farlo, tuttavia, per prima cosa deve impugnare il licenziamento nei modi e nei termini che ora ti indicheremo.

Licenziamento: che cos’è?

Le parti del rapporto di lavoro possono recedere dal contratto nel rispetto del periodo di preavviso previsto dal contratto collettivo applicato [1]. Tuttavia, datore di lavoro e lavoratore non hanno la stessa libertà nell’esercizio del recesso.

Il lavoratore, infatti, può sempre recedere liberamente dal rapporto di lavoro, rassegnando le proprie dimissioni volontarie, con il solo obbligo di rispettare il periodo di preavviso previsto dal Ccnl applicato. Il datore di lavoro, invece, oltre al rispetto del dovuto preavviso, può licenziare un dipendente solo se sussiste una giusta causa o giustificato motivo [2]. La «giusta causa» consiste in un comportamento del lavoratore talmente grave da non giustificare la prosecuzione del rapporto: ad esempio, un dipendente che sottrae beni aziendali (leggi qui quali sono i motivi di giusta causa per licenziare).

Lettera di licenziamento: quale motivazione?

La ragione posta alla base del recesso datoriale deve essere esplicitata nella lettera di licenziamento che deve essere trasmessa per iscritto al lavoratore (non necessariamente su carta: la giurisprudenza recente riconosce valide anche altre forme di comunicazione, come la posta elettronica, purché sia assicurato il recapito e la corretta ricezione da parte del destinatario).

La motivazione che ha portato al licenziamento può discendere, a seconda dei casi, da ragioni disciplinari che riguardano il singolo dipendente oppure da esigenze tecniche organizzative e produttive aziendali che riguardano l’intera impresa o, comunque, ampi gruppi di lavoratori. Nel primo caso, parliamo di licenziamento disciplinare, mentre nella seconda ipotesi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Licenziamento ingiustificato: cosa si intende?

Non sempre la ragione posta alla base del licenziamento è effettivamente sussistente. Si parla di licenziamento ingiustificato quando la motivazione addotta dal datore di lavoro, in realtà, non sussiste o non è veritiera. In questo caso, la legge prevede una serie di tutele a favore del lavoratore illegittimamente licenziato.

L’applicazione delle varie forme di tutela previste dalla legge dipende essenzialmente da:

  • data di assunzione del lavoratore;
  • dimensioni aziendali;
  • anzianità di servizio del lavoratore;
  • profilo che rende illegittimo il licenziamento.

In generale, la tutela che può ottenere il lavoratore, dimostrando che il licenziamento è ingiustificato, può andare dal risarcimento del danno (attraverso un’indennità risarcitoria commisurata alla retribuzione non percepita) fino alla reintegrazione nel posto di lavoro. In entrambi i casi il lavoratore ingiustamente licenziato recupera anche i contributi previdenziali che il datore avrebbe dovuto versare dalla data di licenziamento fino alla declaratoria di illegittimità del provvedimento e fino alla riassunzione mediante reintegra nel posto.

Come impugnare un licenziamento illegittimo?

Per ottenere le tutele previste dall’ordinamento in caso di licenziamento illegittimo, tuttavia, il lavoratore deve attivarsi e impugnare il licenziamento.

Il primo passo da compiere è inviare al datore di lavoro, entro 60 giorni dalla data di ricezione della lettera di licenziamento, un atto di impugnazione stragiudiziale del licenziamento. Si tratta di una lettera, che può essere scritta direttamente dal lavoratore oppure dall’ufficio vertenze di un sindacato oppure da un avvocato, con cui il dipendente comunica al datore di lavoro la sua volontà di impugnare a tutti gli effetti di legge il recesso che viene considerato illegittimo.

Nella lettera di impugnazione del licenziamento, è importante che il lavoratore offra formalmente la propria prestazione di lavoro: è una «messa a disposizione», necessaria al fine di costituire in mora il datore di lavoro. Se, infatti, il giudice ordinerà la reintegrazione del dipendente nel posto di lavoro stabilirà anche l’obbligo del datore di lavoro di corrispondere al lavoratore tutte le retribuzioni maturate dopo l’offerta formale della prestazione di lavoro.

Il secondo step da seguire è l’impugnazione giudiziale del licenziamento. Entro 180 giorni dalla data in cui è stata inviata l’impugnazione stragiudiziale del licenziamento, il lavoratore, per il tramite del proprio avvocato, deve depositare presso la cancelleria del Tribunale del Lavoro competente per territorio un ricorso con il quale chiede al giudice di accertare l’illegittimità del licenziamento e condannare il datore di lavoro ad erogare al lavoratore le tutele previste dalla legge.

Impugnazione licenziamento: termini di decadenza e prescrizione

È indispensabile rispettare i suddetti termini, di 60 e di 180 giorni, previsti per le due fasi di impugnazione del licenziamento, perché sono previsti a pena di decadenza [3]. Infatti, se l’impugnazione viene presentata tardivamente, il lavoratore decade dal diritto di ottenere le tutele previste in caso di recesso datoriale illegittimo.

Solo se il licenziamento è intimato in forma verbale, anziché per iscritto, non si applicano i termini di decadenza, perché tale licenziamento è considerato inesistente e dunque può essere impugnato in qualsiasi momento, purché entro il termine generale di prescrizione dei rapporti di lavoro, che è di 5 anni dal momento della cessazione (leggi “Licenziamento orale: conseguenze“).


note

[1] Art. 2118 Cod. civ.

[2] Artt. 1 e 3, L. 604/1966.

[3] Art. 6 L. n. 604/1966 e L. n. 92/2012.


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