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Quali sono i paesi comunisti nel mondo

12 Dicembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Quali sono i paesi comunisti nel mondo

Identikit dei Paesi socialisti: Cina, Cuba, Vietnam, Laos e Corea del Nord. La storia del comunismo e le strutture politiche più importanti degli Stati monopartitici. 

Negli ultimi mesi, ti sarà capitato di ascoltare notizie in TV o leggere articoli di giornali che parlano di uno scontro tra Stati Uniti e Cina. Senza contare le frequenti apparizioni dei grandi leader nord-coreani, che con la loro politica aggressiva catturano l’attenzione dei media mondiali.

Districarsi tra realpolitik e affari pubblici di un altro Stato può essere complicato, soprattutto se non si è a conoscenza delle istituzioni politiche che reggono il governo di un Paese. Ma cosa succede quando le sorti di una Nazione sono nelle mani di un solo partito? In questo caso, si parla di Stati monopartitici che possono essere riconosciuti o meno a livello costituzionale. Attualmente, il monopartitismo si assesta soprattutto laddove si ha una dittatura del proletariato.

In altre parole, dove il socialismo ha completamente soppiantato le aspirazioni capitalistiche. A questo punto, potrai chiederti: «Quali sono i Paesi comunisti del mondo?». Nel rispondere a questa domanda, ti accompagneremo alla scoperta delle Nazioni in cui la dittatura della classe operaia è riuscita a occupare i vertici politici, in alcuni casi ottenendo anche l’appoggio quasi unanime del popolo.

I Paesi comunisti nel mondo

Oggi, i Paesi con un orientamento comunista sono 5:

  1. Cina;
  2. Cuba;
  3. Vietnam;
  4. Laos;
  5. Corea del Nord.

A differenza di molti altri, negli Stati qui elencati sussiste un monopartitismo de iure, cioè legalmente riconosciuto da una Costituzione. La Repubblica del Congo, invece, che pure è guidata da un partito di ispirazione socialista come il Partito Congolese del Lavoro, ha un sistema politico monopartitico ancora non riconosciuto da alcun tipo di Carta.

Pertanto, in questo articolo ci limitiamo a tracciare un breve profilo storico e a individuare le strutture politiche dei Paesi comunisti per legge.

Storia della Cina Comunista

Prima di instaurare un regime dittatoriale, che formalmente ebbe inizio il 1° ottobre del 1949, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha passato diverse fasi, perlopiù caratterizzate da tentativi di autoaffermazione, lotte intestine e scontri aperti con realtà politiche allogene.

Fondato nel 1921, il principale alleato e, al tempo stesso, avversario del PCC, fu il Kuomintang (KMT), movimento nazionalista con il quale il neo-partito comunista cinese costituì, per ben due volte, un fronte unito per contrastare il governo dei Signori della Guerra e la dittatura borghese dei colonialisti britannici.

Quando, nel 1935, Mao Zedong assunse la leadership informale del PCC, la sua linea politica incentrata sullo strumento popolare come veicolo di diffusione del socialismo stalinista ebbe la meglio. Tuttavia, a quel punto, fu proprio il Comintern, l’organizzazione internazionale che riuniva tutti i partiti comunisti del mondo, a ostacolare i piani della Cina, evocando un certo moderatismo basato sul revisionismo marsxista.

Il PCC, invece, continuava a trovare nel Soviet stalinista il suo modello di riferimento, puntando alla vocazione industriale cinese. Questo balzo fu compiuto tra il 1958 e il 1961, ma si rivelò un grave errore politico: oltre al flop, si scatenò una carestia in grado di minare il già fragile sistema economico cinese.

Di fronte all’agitazione popolare e interna al PCC, Mao rispose avviando la dittatura, raggiunta mediante vaste epurazioni interne al partito. Con la morte di Mao nel ’77, il testimone passò ad Hua Guofeng che, nonostante fosse il migliore erede politico maoista, non era però dotato dello stesso carisma del suo predecessore. Così, Hua fu facilmente destituito e sostituito con Deng Xiaoping, politico diplomatico che riuscì a modernizzare il Paese mediante riforme nel settore agricolo, industriale, tecnologico e militare.

Nel 1993, la guida della dittatura passò a Jiang Zemin, che aprì la Cina al libero mercato, mentre il suo successore Hu Jintao, nel 2002, instaurò una leadership collettiva e meno personale. Il sogno di un moderno stato socialista, però, si è realizzato solo a partire dal 2012, quando Xi Jinping, continuando con l’applicazione del marxismo, ha valorizzato l’esercito e trasformato la Cina in superpotenza mondiale.

Strutture politiche della Cina comunista

La struttura del PCC somiglia a una piramide. Alla base, il Congresso Nazionale, strumento direttivo che si riunisce ogni cinque anni [1] e mantiene compiti di revisione della Costituzione del PCC, l’ elezione del Comitato centrale e della Commissione Centrale.

Il Comitato Centrale è l’organo che rappresenta il PCC in sede istituzionale [2] e si articola in:

  • Politburó: è un organismo con compiti ispettivi composto da un minimo di 19 e massimo 25 persone [3];
  • Segretariato del Comitato Centrale: detiene il potere esecutivo;
  • Comitato militare centrale: dirige il lavoro politico interno al partito servendosi delle forze armate [4].

Un discorso a parte merita il Comitato Permanente (CP): la storia di questo fondamentale organismo decisionale, collocato anche al di sopra del Politburó, non è ben nota. Ciò che è chiaro, invece, è che esso è il risultato di negoziazioni interne ai vertici del PCC, sicché a volte risulta composto da 9 persone, altre volte da 7, ma nei momenti di difficoltà e crisi politica, il CP è arrivato a contare anche 22 membri.

Storia del comunismo cubano

La storia del comunismo cubano intreccia i suoi esordi con la politica di roll back statunitense, volta al passaggio da una strategia estera di contenimento a una più invasiva. Questi fatti coincidono con due importanti svolte nella storia delle Americhe, succedutesi entrambe nell’arco di pochi anni. Nel gennaio del ’59, Fidel Castro succede al dittatore filo-americano Fulgencio Batista, mentre a due anni esatti di distanza, nel gennaio del ’61, John Fitzgerald Kennedy diventa il 35° Presidente degli Stati Uniti d’America.

Questi due eventi conflagrarono nell’invasione della baia dei Porci, il tentativo da parte statunitense di evitare che Fidel Castro instaurasse una democrazia di stampo operaio e contadina. Inoltre, nel 1960, il dittatore cubano in carica aveva espropriato i tre colossi dell’industria petrolifera mondiale (Esso, Shell e Texaco) in seguito al rifiuto, da parte di queste ultime, di raffinare petrolio di provenienza sovietica. Stesso destino spettò alle banche statunitensi, ai casinò e agli alberghi cubani sfruttati da mafiosi di diversa nazionalità per turismo sessuale.

Le forze militari cubane, supportate materialmente dal blocco orientale filo-sovietico, ricacciarono indietro gli invasori americani. A conclusione di questo breve scontro, Fidel Castro avviò la trasformazione in senso marxista della societò cubana. Nacque, così, il Partito Unitario della Rivoluzione Socialista cubana che, trasformato in Partito Comunista Cubano (PCC) nel 1965, riunì i capi e le rispettive fazioni che avevano già tentato di rovesciare il governo batistiano.

Strutture politiche del comunismo cubano

La Costituzione cubana, che nel 1976 è stata approvata con più del 97% degli aventi diritto di voto, stabilisce che i capisaldi del PCC sono quelli rintracciati da José Martì, scrittore e politico rivoluzionario, nonché i caratteri tipici del marxismo-leninismo [5]. L’interpretazione, in tal senso, è chiara: lo Stato socialista caraibico trova nella politica colonialista spagnola prima e in quella neo-colonialista e imperialista statunitense poi, i suoi nemici dichiarati.

Come per la Cina, anche per il partito comunista cubano l’organo più importante è il Congresso, che si riunisce a scadenza quinquennale. Mentre a questo consesso spetta il compito di dettare i programmi d’indirizzo a lungo termine, è il Comitato Centrale, secondo per importanza rispetto al precedente, a rendere operative le decisioni.

Ruoli più ispettivi spettano, invece, al Segretariato generale, coadiuvato a volte dal Buró Politico; la presenza dell’uno o dell’altro non è fissato da norme scritte, ma è probabilmente l’esito di decisioni interne al partito stesso. Tuttavia, quando è presente, è il Buró a detenere il potere esecutivo supremo, tant’è che le risoluzioni congressuali definitive spettano proprio a questo organismo.

Storia del Vietnam comunista

La risposta alla colonizzazione del Vietnam, iniziata dai francesi nel 1858, giunse solo agli inizi del XX secolo, quando si moltiplicarono le ribellioni locali in senso anti-francese. I fermenti indipendentisti e nazionalistici, però, furono subitaneamente soffocati nel sangue, amplificando il desiderio di libertà e democrazia.

Con l’affermarsi del colonialismo europeo, molti ragazzi asiatici preferirono trasferirsi in Europa per trovare lavoro. Tra questi, anche Ho Chi Minh che, in uno dei suoi viaggi a Parigi sul finire del secondo decennio del secolo, si accostò alle teorie marxiste-leniniste. Fu proprio Ho, nel 1920, a diventare uno dei fondatori del Partito Comunista Francese, mentre quattro anni dopo prese parte al Comintern tenutosi a Mosca.

Spostatosi a Canton, in Cina, fondò la Lega della Gioventù Comunista, dalla cui costola più rivoluzionaria nacque ad Hanoi, nel 1929, il Partito Comunista Indocinese (PCI). Mentre negli altri Stati comunisti i diversi partiti facevano difficoltà a mettere radici, quello vietnamita maturò subito e, anzi, la sua crescita fu sì repentina da dar vita a diverse associazioni. Il rovescio della medaglia fu, ovviamente, una eccessiva frammentazione.

Dietro “invito” dell’Internazionale Comunista, Ho Chi Minh fu chiamato a unificare i partiti e fu così che nel 1930, a Hong Kong, nacque il partito comunista del Vietnam, il cui nome rimase sempre PCI per sottolineare l’unificazione con Laos e Cambogia.

Con il rientro del leader in Vietnam nel 1941, le fondamenta del partito comunista furono rinsaldate e nacque il progetto politico militare del Viet Minh. Gli obiettivi di questa organizzazione egemonizzata dai comunisti erano:

  • contrastare i propositi colonialisti europei nonché quelli neo-colonialisti americani;
  • unirsi al potente fronte anti-fascista invocato dal Comintern.

L’egida socialista del Viet Minh, non più mascherabile, diede luogo a un finto scioglimento del PCI che, in realtà rimase in vita e attivo. Nel frattempo, nei Paesi limitrofi, le aspirazioni comuniste prendevano sempre più piede, tant’è che non aveva più motivo di esistere la direttiva dell’Internazionale relativa alla necessità di un partito unico sovranazionale.

Dunque, con la scissione del Laos e della Cambogia, nel 1951 nacque il Partito dei lavoratori del Vietnam, modificato nel 1976 in Partito Comunista del Vietnam (PCV) quando, con la vittoria comunista della guerra di resistenza contro l’America, il Paese ne uscì unificato.

Strutture politiche del comunismo vietnamita

Fino al 1969, la massima carica politica del Vietnam era quella del Presidente del Comitato centrale.

Gli anni Settanta rappresentarono un momento di svolta per il comunismo vietnamita. Dagli inizi del decennio, infatti, il Segretario generale del Politburò iniziò ad assumere sempre più importanza.

Nel 1976, invece, in seguito all’unificazione della Repubblica Socialista, il Congresso nazionale accettò di portare i membri del Comitato centrale da 77 a 133. Di conseguenza, anche il Politburò fu ampliato, contando fino a 17 membri.

Il socialismo di stampo marxista-leninista vietnamita è uno di quegli esempi di regime in grado di attecchire così tanto nelle strutture politiche che, a partire dal 2011, il Segretario generale del PCV, Nguyễn Phú Trọng, è anche Capo dello Stato.

Storia del comunismo laotiano

La storia del Partito Comunista della Repubblica del Laos è indissolubilmente legata al PCI, di cui quello laotiano rappresentava una sezione. Nel corso del suo secondo Congresso nazionale (1951), visti i risultati del processo di democratizzazione nel Laos e in Cambogia, il Partito Comunista Indocinese stabilì che anche in quegli Stati fosse giunta l’ora di dar vita a partiti comunisti locali.

A nascere, però, non fu un vero e proprio partito, bensì un movimento politico di ispirazione comunista chiamato Pathet Lao. In quel particolare momento storico, è bene ricordarlo, il Laos era un dominio francese e, pertanto, il fronte nazionale costituitosi dopo la scissione indocinese mirava all’indipendenza, all’uguaglianza fra tutte le etnie e alla riunificazione di Cambogia e Vietnam.

I tempi per la formazione di un’associazione politica, però, non erano maturi: prima della frammentazione in tre distinti gruppi, il PCI contava soltanto 31 comunisti laotiani. Inoltre, la diffusione dei principi di armonia decantati dal buddhismo, mal si accordavano con le intenzioni rivoluzionarie dei comunisti. In definitiva, il Pathet Lao altro non era che un fronte indipendentista nazionale arricchito da qualche sporadico membro di tendenze comuniste.

Ben si spiega, quindi, perché nel 1955, intorno alla figura di Kaysone Phomvihane, si coagularono in gran segreto altre forze socialiste: un processo che portò alla nascita del Partito del Popolo Lao. Oltre alle resistenze interne, il partito incontrò ostacoli anche nella violenta serie di guerre civili che insanguinarono il Laos dal 1952 al 1975. Nel corso di questo ventennio, dopo la caduta dei francesi, si giunse alla costituzione del Regno del Laos, finanziato segretamente dagli americani in funzione anti-comunista.

Questa alleanza che si muoveva nell’ombra non sfociò in nulla di buono e quando il Pathet Lao rinsaldò le proprie basi popolari riuscendo a minare la stabilità del regime monarchico, gli Stati Uniti risposero con raid violenti e massicci bombardamenti. Dopo aver cacciato gli americani dal suolo laotiano e proclamata la nascita della Repubblica Popolare Democratica del Laos, il movimento nazionalista e il partito guidato da Phomvihane formarono una coalizione: nacque il Partito Rivoluzionario del Popolo Lao (PRPL). A livello internazionale, il neo-partito comunista guardava alla Cina, ovviamente, ma anche all’Unione Sovietica e non mancava di rinsaldare i legami col Vietnam.

Spalleggiato da questi potenti Paesi comunisti, il rivoluzionario Kaysone Phomvihane fu eletto Presidente del Consiglio dei Ministri. Da quel momento in avanti, i Congressi del PRPL si tennero con maggiore frequenza in modo da dare al partito delle direttive più chiare. Ad esempio, il Congresso del 1986 segnò l’apertura del Laos a una politica economica liberale, mentre nel 1991 fu importante definire le nuove strategie in seguito al crollo del blocco sovietico.

Nel corso dei quinquenni successivi, si assistette a una omologazione tra membri del partito comunista e i vertici militari, tanto che, oggi, i membri provenienti dall’esercito rappresentano la maggioranza assoluta degli uffici politici.

Strutture politiche del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao

Il vertice politico del PRPL è il Congresso che si riunisce ogni cinque e anni e, oltre a dettare la direzione del governo, nomina anche il Comitato centrale, composto da 59 membri che guidano il partito tra un Congresso e l’altro.

Il Comitato centrale ha poi la responsabilità di nominare:

  • l’Ufficio Politico, composto da 11 laotiani ed espressione massima del partito;
  • la Segreteria, che invece è responsabile delle attività tecniche.

Il Segretario generale nonché capo del partito viene nominato sempre dal Comitato centrale. Questa figura è abbastanza ambigua e, in uno Stato monopartitico come quello del Laos, può capitare che, a governare a tutti gli effetti il Paese, non sarà necessariamente il Presidente della Repubblica, bensì il capo del PRPL.

Storia del comunismo nella Corea del Nord

Il 1910 segna, per la Corea, il momento di definitiva sottomissione all’impero giapponese. Sebbene le spinte indipendentiste non tardassero ad arrivare, fu solo nei primissimi anni Venti che i primi partiti comunisti videro la luce. Dopo quello fondato nel 1921 da Yi Tong-hwi, a quattro anni di distanza, nacque il Partito Comunista di Corea (PCC) con sede a Seul.

Qualche anno dopo, tra le fila del PCC, figurerà anche Kim Il-Sung, personalità carismatica e di spicco del futuro comunista coreano. Pronto a difendere i confini della sua nazione dall’invadente presenza giapponese, Kim si unì all’Esercito Unito, diventandone ben presto comandante in capo. Tuttavia, l’impero ebbe la meglio e la vittoria nipponica costrinse i militanti a fuoriuscire.

Lo stesso Kim fu costretto a riparare nell’Unione Sovietica, dove diventò capitano dell’Armata Rossa, potente strumento di guerra dell’URSS. Nel 1945, affiancato dai sovietici, Kim rientrò in Corea cacciando i giapponesi dall’isola, sostituiti dai militari URSS, che occuparono la parte settentrionale dell’isola, e dagli americani, che invece si assestarono a sud.

Questa bipartizione ebbe un riflesso anche sul futuro dei partiti comunisti, tant’è che in ciascuna delle due parti nacque una propria associazione socialista. Nonostante la frammentazione, l’obiettivo era il medesimo: unificare i comunisti della propria area con l’intento di unire la nazione. Le vicende storiche deposero a favore del partito comunista del nord, che, fondendosi con il Nuovo Partito del Popolo, diede vita al Partito del Lavoro della Corea del Nord. Per quanto riguarda il partito del meridione, invece, in seguito a una ferocissima repressione condotta dal governo in carica, i comunisti del sud fuggirono a Pyongyang.

A quel punto, apparve chiaro che non vi erano speranze di unire pacificamente la nazione e, pertanto, mentre a nord si formava la Repubblica popolare democratica della Corea, a sud nasceva la Repubblica di Corea.

Fu solo nel 1949 che i comunisti di entrambe le Repubbliche si unirono creando il Partito del lavoro di Corea (PLC). In seno a questo macro-organismo comunista, nel 1955, Kim Il-Sung gettò le basi del Juche, una variante del socialismo potenziato da vene patriottiche e ambizioni indipendentiste. Per realizzare questa corrente iper-ortodossa del comunismo, il Grande Leader dovette puntare sull’autonomia dalle superpotenze mondiali, su un apparato militare efficiente e sull’impiego di risorse nazionali.

Queste direttive politiche e militari sono tuttora alla base del comunismo coreano.

Strutture politiche del Partito del lavoro di Corea

Il Partito del Lavoro di Corea si è dotato di una Carta nella quale sono enunciati i principi fondamentali del centralismo democratico cui il socialismo coreano si ispira, nonché i ruoli e l’intero organigramma del partito.

Di grande importanza è il Congresso, che si riunisce a scadenza quinquennale – guerre permettendo – ed è investito di compiti decisionali, elettivi e ispettivi [6].

La più alta carica del PLC è il Segretario generale che, oltre a essere la guida del partito, è anche Presidente della Commissione militare centrale [7], coinvolta nelle strategie di sviluppo dell’industria militare coreana e nell’attuazione dei sistemi difensivi nazionali [8].

Quando il Congresso non è attivo, gli aspetti deliberativi toccano alla Commissione centrale che, tra l’altro, monitora il rispetto dell’ideologia del Juche.

Infine, la Commissione di controllo assicura che i membri del partito si attengano alla Carta del partito, indagando sulle sospette violazioni e intervenendo nei casi di irregolarità [9].



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] Art. 19 Cost. PCC.

[2] Art. 22 Cost. PCC.

[3] Art. 23 Cost. PCC.

[4] Art. 24 Cost. PCC.

[5] Art. 5 Cost. cubana.

[6] Art. 21 dello Statuto del PLC.

[7] Art. 22 dello Statuto del PLC.

[8] Art. 27 dello Statuto del PLC.

[9] Art. 28 dello Statuto del PLC.


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