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Gli standard museali: cosa sono e a cosa servono

11 Dicembre 2020 | Autore: Daniele Nuzzolese
Gli standard museali: cosa sono e a cosa servono

Percorso di definizione dei criteri di valutazione di un museo. 

Parchi archeologici, pinacoteche, musei demoetnoantropologici e giù di lì. Il tuo territorio sarà sicuramente costellato di istituzioni museali impegnate attivamente a conservare la memoria e trasmetterla alle generazioni successive. Agli occhi del fruitore e, più in generale, a chi vive fuori dal museo, può risultare difficile capire in che modo questo ente culturale dialoghi con l’ambiente che lo circonda.

Più nello specifico, il dubbio che potresti esserti posto è: come fa un museo a capire quando potenziare la propria offerta verso il pubblico visitatore? Sono in molti a credere che i musei siano entità impegnate a dialogare con se stesse. In realtà, non è così e, anzi, esistono degli strumenti chiamati “standard” che permettono ai musei di valutare il proprio operato. È per questo che l’articolo è dedicato a uno degli aspetti più intimi degli istituti culturali italiani, gli standard museali: cosa sono e a cosa servono? Rinomati anche a livello europeo, questi criteri di valutazione hanno suggerito la possibilità di accostare il museo ad altre realtà economiche, nel tentativo di mettere a punto e vero e proprio management dei beni culturali e del turismo. In definitiva, con questo articolo scoprirai tutto ciò che orbita intorno agli standard museali.

Definizione degli standard museali: dal contesto internazionale all’Italia

Nel corso degli anni Sessanta, gli Stati Uniti, sotto la spinta dell’American Association of Museums, hanno messo a punto l’Accreditation Scheme. Questo piano di certificazione nazionale fissa dei criteri di qualità alla portata di qualunque tipo di museo, anche quelli molto piccoli.

Sulla scia di tale definizione, anche la Gran Bretagna, a partire dal 1988, ha avviato un programma di certificazione territoriale, noto come Registration SchemeQuesto tipo di riconoscimento copre svariati aspetti dell’attività museale: da come viene tutelata la collezione agli aspetti gestionali, senza dimenticare la documentazione e i supporti professionali.

Per comprendere il sistema di valutazione britannico basta pensare a una scala: al livello più basso, si collocano quei musei del tutto privi di inventario; al livello massimo, invece, sono posti i musei con inventari completi, aggiornati e compilati nel rispetto degli standard proposti.

L’obiettivo che il Regno Unito era intenzionato a raggiungere era quello di stabilire dei criteri oggettivi per creare una rete museale omogenea. Ma non meno importante era anche la necessità di distribuire in modo virtuoso i contributi provenienti dal Dipartimento per la cultura, i media e lo sport.

Poco prima che l’Inghilterra si impegnasse nella definizione della certificazione nazionale dei musei, l’International Council of Museums (ICOM) aveva già stilato un codice deontologico nel quale si individuavano i criteri minimi essenziali per far funzionare bene un museo.

Quanto all’Italia, invece, nel 1998, il Governo giunse alla definizione delle funzioni e dei compiti amministrativi propri dello Stato da conferire alle Regioni e agli altri enti locali [1]. Questo processo era già iniziato nel 1997 [2], ma solo l’anno successivo si rese indispensabile individuare gli standard minimi che potessero aiutare l’amministrazione centrale a capire quali musei mantenere sotto la propria gestione e quali, invece, delegare agli altri enti territoriali [3].

In questo percorso, fu fondamentale la Commissione Paritetica, composta da 5 rappresentanti di quello che all’epoca era il Ministero per i beni culturali e ambientali e da altrettanti rappresentanti degli enti territoriali [4].

Nel 2000, questo comitato di valutazione fu affiancato da un gruppo tecnico di lavoro sotto il coordinamento di Cristina Acidini, da poco Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze [5].

Fu soltanto nel 2001 che i diversi organismi coinvolti giunsero alla definizione di un Atto di indirizzo all’interno del quale si enunciano, oltre ai criteri tecnico-scientifici, anche gli standard di funzionamento e di sviluppo dei musei.

La definizione e gli obiettivi degli standard museali

Il termine “standard”, desunto dall’inglese, indica una norma, un criterio. Nel pensiero collettivo, la parola in esame ha svariate sfumature, finanche quella di canone. Invece, nella terminologia tecnica museale, lo standard di qualità è il valore che un’istituzione pubblica intende ottenere da un determinato aspetto relativo alla gestione.

Dunque, per cominciare, il gruppo di lavoro all’opera per la definizione degli standard museali dovette, prima di ogni altra cosa, individuare un significato univoco per questo lemma. La parola standard venne caricata, per la prima volta in ambito legislativo nazionale, di un significato connesso alla cultura della gestione.

Il portato di questo strumento era davvero innovativo, soprattutto perché avrebbe dovuto avere una valenza generale e utile a qualunque museo, a prescindere da grandezza, numero di visitatori annui, tipo di collezione etc.. Insomma, tanto al Museo Casa Giorgione di Castelfranco Veneto quanto agli Uffizi di Firenze.

Nonostante le intenzioni, da parte ministeriale poco è stato fatto per la definizione di un sistema omogeneo di valutazione e ancora non si riesce a superare l’impasse che dipende dallo status di museo, dalla collezione, nonché le differenze tra museo grande, medio e piccolo.

Diverso, invece, il caso delle Regioni, cui spetta la valorizzazione dei beni culturali [6] e che molto hanno fatto per rendere operativo l’Atto di indirizzo. Si pensi, a titolo di esempio, ai percorsi intrapresi dall’Emilia Romagna, dal Veneto e dalla Lombardia, impegnati a coinvolgere i musei degli enti locali in una strategia di autovalutazione e miglioramento.

Questo processo di autodiagnosi, a onor del vero, si è avviato in molte realtà locali, sempre sotto la sorveglianza – e la collaborazione – delle Regioni. Tale cooperazione ha permesso di stabilire dei valori di riferimento che hanno permesso di confrontare diverse realtà. In questo modo, l’amministrazione responsabile può facilmente interagire per fornire assistenza e sostegno di qualsiasi tipo.

In definitiva, gli standard museali permettono di ripensare l’organizzazione museale in modo che essa sia frutto della contaminazione tra management e cultura dell’istituzione pubblica.

Quali sono gli standard museali?

Gli standard museali altro non sono che parametri guida necessari a un processo di autoanalisi. Un museo, quindi, viene suddiviso in alcune macro-aree di attività, alcune delle quali sottoposte a sotto-aree di riferimento.

Nello specifico, l’Atto di indirizzo elaborato nel 2001 elenca 8 ambiti di applicazione:

  1. status giuridico: ogni museo deve essere dotato di uno statuto o un regolamento scritto;
  2. assetto finanziario: utilizzare un bilancio preventivo e uno consuntivo, nonché la loro pubblicazione. In questo modo, il museo disporrà di risorse economiche adeguate;
  3. strutture del museo: gli spazi museali devono essere adeguati alle funzioni, alla politica e agli obiettivi educativi del museo stesso;
  4. personale: ogni museo deve essere dotato di personale in numero sufficiente e con opportuna qualificazione professionale;
  5. sicurezza del museo: non solo quella strutturale, anticrimine e antincendio, ma anche quella ambientale;
  6. gestione e cura delle collezioni: queste azioni sono volte all’incremento, all’inalienabilità e alla conservazione delle collezioni museali;
  7. rapporti del museo con il pubblico: questi rapporti investono importanti servizi museali, come l’accesso agli spazi espositivi, la consultazione della documentazione conservata nel museo, la fruizione delle attività svolte e una corretta informazione sulle medesime;
  8. rapporti con il territorio: la gestione e l’organizzazione del museo vanno pensate nell’ambito del sistema territoriale di appartenenza.

Questi 8 punti permettono di generare documenti, report, griglie e ciascuno di questi file rende numericamente visibile la crescita del museo, qualora crescita ci sia stata.

Ma a chi spetta compiere l’autoanalisi e l’autovalutazione più volte menzionata nel corso di questo articolo? Essa tocca certamente al personale responsabile del museo. Questa incombenza, che può apparire un’ovvietà, permette di formulare ipotesi di crescita in ciascuno degli ambiti di qualità. Nulla vieta, all’ente museale, di confrontarsi con realtà avanzate, ovvero con il concorso di figure professionali esperte in un determinato ambito.

Cosa sono gli standard museali?

Ora che abbiamo visto quali sono, sarà più facile capire cosa sono gli standard museali.

Uno standard museale è assimilabile a una voce del bilancio d’esercizio ma, a differenza di quello redatto da un’azienda, può non essere costituito solo da valori numerici e avvalersi di qualsiasi informazione ritenuta utile. Prendiamo come esempio lo standard di qualità relativo al rapporto del museo con il pubblico.

L’ente culturale in questione stilerà sicuramente una tabella da cui emergerà quanti biglietti totali sono stati staccati nel corso di un determinato periodo. All’interno di questa tabella, sarà poi utile differenziare i ticket interi venduti, quelli ridotti e quelli gratuiti. Registrare questo dato è importante per tanti motivi: per esempio, serve a capire in quale periodo dell’anno c’è più affluenza all’interno del museo, oppure quale tipo di mostra ha attirato più persone.

Restando nell’ambito dello standard del rapporto con il pubblico, il museo provvederà anche a realizzare un report che indichi quali laboratori didattici sono stati maggiormente frequentati dalle scuole. Un dato del genere è fondamentale per monitorare concretamente la mission educativa del museo. Infine, resta da ricordare che una struttura museale è spesso sede di biblioteche specializzate e fototeche, poli indispensabili ai fini della ricerca. Sapere quali testi sono stati consultati e quali foto sono state acquistate per questioni editoriali, aiuta la direzione museale a capire come implementare le collezioni bibliografiche e fotografiche.

Una mole di informazioni davvero incredibile che, se moltiplicata per gli 8 ambiti sopra menzionati, restituisce bene la possibilità di crescita di un museo attraverso il sistema degli standard museali.

Il processo di aziendalizzazione degli istituti museali

Nel corso di questo articolo, abbiamo più volte assimilato il museo a un’azienda. In effetti, negli ultimi due decenni del nuovo millennio, la direzione culturale è stata proprio questa.

Il processo autodiagnostico supportato da valutazioni esterne sembra essere particolarmente apprezzato dall’European Museum Forum (EMF), ente di beneficenza indipendente e senza fini di lucro posto sotto l’egida del Consiglio d’Europa.

Interessante, se non altro dal punto di vista museologico, è la collaborazione dell’Emf con l’Istituto per i Beni Culturali dell’Emilia Romagna. Da questo gioco di squadra è emerso che il Total Quality Management (TQM) può affiancare gli standard museali nella valutazione del museo.

La gestione totale della qualità, sorta in Giappone e sviluppato negli Stati Uniti tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, è un modello organizzativo adottato dalle più importanti aziende del mondo.

Il paradigma della gestione totale della qualità – applicato in un contesto aziendale – ha l’obiettivo di di conseguire l’eccellenza nel business.

Proprio come gli standard di qualità, anche il Tqm ha 8 ambiti di gestione ed esso è stato applicato, per la prima volta in Italia, nel Museo degli Usi e dei Costumi della Gente di Romagna (Santarcangelo di Romagna).

Al lettore attento non sarà certo sfuggita la differenza che intercorre tra un’azienda, il cui target per eccellenza è il profitto, e un ente no profit, che oltre alla soddisfazione del cliente, deve mirare anche a fini culturali.



Di Daniele Nuzzolese

note

[1] D. Lgs. n. 112/1998.

[2] Art. 17 co. 131 L. n. 127/1997.

[3] Art. 150 D. Lgs. n. 112/1998.

[4] Art. 150 co. 1 del D. Lgs. n. 112/1998.

[5] D.M. 25.07.2000.

[6] Art. 117, co. 3 Cost.


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