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Lavoratore rifiuta compiti: cosa rischia

16 Ottobre 2020 | Autore:
Lavoratore rifiuta compiti: cosa rischia

Le conseguenze del diniego di eseguire determinate attività: quando l’insubordinazione è legittima e quando comporta sanzioni disciplinari fino al licenziamento.

Il tuo datore di lavoro pretende che tu esegua un determinato compito, ma tu vorresti rifiutarlo perché lo consideri non consono e inadeguato alle tue mansioni, oppure poco sicuro o palesemente violativo di disposizioni normative e, dunque, illegittimo.

Nella dialettica dello svolgimento quotidiano dei rapporti di lavoro spesso si verificano esigenze particolari o mutamenti organizzativi che richiedono, di volta in volta, ai dipendenti di compiere determinate attività, alcune delle quali possono risultare “fuori schema” rispetto alle qualifiche di inquadramento contrattuale ed ai compiti ordinariamente assegnati. Altre volte, il comportamento richiesto è esorbitante rispetto a quanto previsto nel contratto di lavoro.

Di fronte al datore che insiste, preme e pretende lo svolgimento di un determinato compito, il lavoratore deve avere le idee chiare e capire cosa rischia se rifiuta alcuni compiti. Altrettanto vale per il titolare dell’impresa che deve capire cosa può richiedere ai suoi dipendenti e cosa, invece, non gli è consentito.

La caratteristica principale del lavoro dipendente è che esso comporta obblighi di subordinazione alle direttive impartite dal datore di lavoro e un preciso dovere di fedeltà. Le normative generali e di settore aiutano a capire quando un ordine è illegittimo e dunque la prestazione lavorativa può non essere resa, ma in molti casi il confine appare dubbio e occorre rivolgersi al giudice.

L’insubordinazione

Il Codice civile [1] stabilisce la subordinazione del lavoratore e il correlativo potere di direzione del datore nei suoi confronti. C’è quindi un vincolo di sottoposizione gerarchica che comporta l’obbligo di osservare le direttive impartite.

Ma questo vincolo si spezza quando l’ordine è palesemente illegittimo o comporta il sacrificio di beni primari come la salute, gli obblighi fiscali o la sicurezza sui luoghi di lavoro. In tali casi, il rifiuto di eseguirlo, e il conseguente inadempimento della prestazione lavorativa illecitamente richiesta, sono giustificati. Diventa, pertanto, possibile e lecito il diniego di svolgere quanto richiesto, così come rifiutare di svolgere mansioni diverse.

Carla è la ragioniera di un’azienda. Riceve dal direttore amministrativo l’ordine di non emettere, annotare e registrare determinate fatture e documenti contabili. L’ordine viola palesemente la normativa tributaria e Carla potrà legittimamente rifiutarsi di eseguirlo, altrimenti diventerebbe complice dell’illecito fiscale.

Aldo è un operaio di fabbrica. Il suo capo reparto gli impone di spegnere i sistemi di sicurezza in modo da incrementare la velocità della catena produttiva e di usare un determinato macchinario in modo non conforme alle prescrizioni d’uso. In questo modo, è messa a repentaglio la sicurezza dei lavoratori. Aldo dovrà rifiutare l’esecuzione di questi ordini.

La disobbedienza alle direttive datoriali è giustificata anche quando esse integrano una violazione delle leggi a tutela dei prestatori di lavoro o di specifiche norme dei contratti collettivi.

Enzo viene “fortemente invitato” dal suo capo a svolgere alcune ore di lavoro straordinario eccedenti il limite massimo consentito. Può legittimamente disobbedire, respingendo la richiesta.

Al di fuori di questi casi, si verifica un’insubordinazione al datore di lavoro. L’insubordinazione consiste in una volontaria disobbedienza del sottoposto a una direttiva dei propri superiori, quando essa riguarda un ordine specifico che il dipendente rifiuta di eseguire senza motivo valido (leggi anche “Quando si può rifiutare un ordine di servizio“).

Il demansionamento

Un fenomeno molto diverso dal precedente è il demansionamento. Può succedere che il datore ti imponga di eseguire, in via transitoria o permanente, compiti diversi da quelli per i quali sei stato assunto. Queste attività potrebbero essere non in linea con la tua preparazione professionale e di rango inferiore rispetto alla tua qualifica.

In linea generale, non puoi essere tu l’arbitro della decisione, perché il datore ha il potere di organizzare le prestazioni lavorative dei propri dipendenti anche distribuendo i compiti necessari. Il punto di riferimento è la qualifica contrattuale di appartenenza (quella di assunzione o la successiva maturata per anzianità o promozioni). Se essa viene palesemente violata, è senz’altro possibile ricorrere al giudice. Per maggiori particolari sulla proposizione del ricorso leggi “Come e quando fare causa per demansionamento“.

Tieni presente che il demansionamento è legittimo quando è previsto dai contratti collettivi di lavoro, quello nazionale relativo al comparto o quelli specifici aziendali. In ogni caso, il demansionamento deve rispettare i principi di buona fede e proporzionalità, anche nei casi di esigenze sopravvenute ed eccezionali che lo rendono consentito.

Ad esempio, è legittimo che un impiegato sostituisca il centralinista mentre questi è per tre giorni in malattia, mentre l’attribuzione di queste mansioni in via duratura o permanente violerebbe le regole di inquadramento e attribuzione della qualifica.

Le conseguenze del rifiuto

Quando il rifiuto del lavoratore di eseguire un determinato compito impartito dal datore è ingiustificato, la violazione può comportare le sanzioni disciplinari previste dal contratto di lavoro di categoria o individuale, fino ad arrivare al licenziamento nei casi più gravi. Deve sussistere comunque un nesso di proporzionalità tra l’infrazione e la sanzione adottata [2].

L’insubordinazione, infatti, spezza il vincolo di fedeltà e il legame di fiducia che deve sussistere tra il lavoratore dipendente e chi lo ha assunto e questa rottura può essere irrimediabile, cioè tale da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro.

In questa ottica sanzionatoria, l’insubordinazione non va vista come un gesto in sé ma come espressione di un fenomeno: la Cassazione ha precisato che essa può anche consistere in «atteggiamenti di sfida e disprezzo» e «risultare dalla somma di diversi comportamenti e non necessariamente da un singolo episodio» [3].

Stefano rifiuta ripetutamente, nonostante i continui richiami, di indossare in modo corretto l’uniforme aziendale e i dispositivi di protezione. Quando viene ripreso dà in escandescenze ed abbandona il posto di lavoro.

In tali casi, può essere impartito il licenziamento per giusta causa. Se il comportamento è meno grave, lo saranno anche le conseguenze disciplinari e la sanzione sarà gradata; ad esempio, potrà essere irrogata la sospensione dal servizio o formulato un richiamo scritto. Se i regolamenti disciplinari lo prevedono, sarà possibile anche il trasferimento ad altro reparto o unità produttiva dell’azienda (in proposito leggi anche “Insubordinazione: quando il licenziamento?“).

In un recente caso, la Corte di Cassazione [4] ha respinto il ricorso di un lavoratore di un’azienda di trasporti ferroviari che era stato sospeso per 5 giorni dal servizio e dalla retribuzione per aver rifiutato di eseguire una determinata lavorazione secondo le specifiche disposizioni impartite; anzi, aveva minacciato il capo operatore dicendogli che gli avrebbe fatto «ricordare quel giorno». Questa condotta violava il regolamento applicabile nel comparto, che menzionava espressamente il «volontario inadempimento dei doveri d’ufficio» tale da apportare «danni al servizio o agli interessi dell’azienda».


note

[1] Art. 2086 Cod. civ. ed art. 2104 Cod. civ.

[2] Art. 2106 Cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 22382/18 del 13 settembre 2018.

[4] Cass. ord. n. 22219/20 del 14 ottobre 2020.


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