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Serve il certificato carichi pendenti per lavorare in posta?

14 Dicembre 2020
Serve il certificato carichi pendenti per lavorare in posta?

La legge prevede un bilanciamento tra il diritto alla riservatezza del lavoratore e il diritto dell’azienda di verificare le attitudini professionali del dipendente.

Hai un procedimento penale a tuo carico? Ti sei candidato come portalettere per Poste Italiane? Vuoi sapere se ti verrà chiesto il certificato dei carichi pendenti? Lavorare alle Poste è un sogno per molti italiani. Non a caso, le Poste sono il principale datore di lavoro in Italia, con migliaia di dipendenti in ogni regione italiana. Prima di entrare alle Poste, i candidati si pongono una serie di domande. Chi ha qualche problema con la giustizia si chiede: serve il certificato carichi pendenti per lavorare in posta? La risposta a questa domanda dipende, essenzialmente, dal ruolo che si aspira a ricoprire presso Poste Italiane. In certi casi, infatti, il certificato dei carichi pendenti è necessario perché si ricollega alle mansioni che il lavoratore dovrà svolgere dopo l’assunzione.

Cos’è il certificato dei carichi pendenti?

Sono numerosi i casi in cui ad un cittadino viene richiesto di presentare documentazione inerente eventuali problemi con la giustizia.

Uno dei documenti che viene richiesto è, in particolare, il certificato dei carichi pendenti, ovvero, un’attestazione che contiene l’indicazione di eventuali procedimenti penali in corso e non ancora definiti.

Tale documento non indica, dunque, le condanne penali subite ma i procedimenti in corso, che potrebbero concludersi con l’assoluzione o con la condanna.

Cos’è il certificato del casellario giudiziale?

Nettamente diverso dai carichi pendenti è il certificato del casellario giudiziale che contiene i provvedimenti in materia penale, civile e amministrativa di cui il soggetto è stato destinatario.

In particolare, tale attestazione contiene:

  • i provvedimenti penali di condanna definitivi e i provvedimenti afferenti all’esecuzione penale;
  • i provvedimenti relativi alla capacità della persona (interdizione giudiziale, inabilitazione, interdizione legale, amministrazione di sostegno);
  • i provvedimenti relativi ai fallimenti;
  • i provvedimenti di espulsione e i ricorsi avverso questi.

Tale documento contiene, quindi, l’elenco dei precedenti penali e civili di ogni cittadino.

Il datore di lavoro può richiedere i certificati penali?

Capita spesso che il datore di lavoro, sia in fase pre-assuntiva che all’atto della sottoscrizione della lettera di assunzione, richieda al lavoratore documentazione relativa alle proprie pendenze con la giustizia.

Tale richiesta, tuttavia, non è sempre legittima in quanto:

  • lo Statuto dei lavoratori vieta al datore di lavoro di compiere indagini, sia ai fini dell’assunzione che nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavoratore [1];
  • la normativa in materia di dati personali prevede che la richiesta dei dati giudiziari è lecita solo se prevista e autorizzata dal diritto dell’Unione o dello Stato membro [2].

Inoltre, la Cassazione ha sempre distinto tra richiesta del certificato dei carichi pendenti e casellario giudiziale.

Secondo numerose decisioni [3], infatti, la richiesta del certificato dei carichi pendenti è sempre illegittima posto che il lavoratore, fino a condanna definitiva, deve essere ritenuto innocente in base al principio costituzionale della presunzione d’innocenza [4] che verrebbe altrimenti violato insieme alla riservatezza.

Assunzione alle Poste: è legittimo chiedere i carichi pendenti?

Una recente sentenza della Cassazione sembra, tuttavia, scompigliare l’assetto cui era giunta la giurisprudenza su questo tema.

Con una recentissima decisione [5], infatti, la Cassazione ha considerato corretto il comportamento di Poste Italiane che non aveva proceduto all’assunzione di un candidato portalettere poiché lo stesso aveva presentato un certificato dei carichi pendenti dal quale emergeva il suo coinvolgimento in due processi per concorso in furto e minaccia.

Essendo il portalettere chiamato a svolgere mansioni particolarmente delicate, in quanto aventi ad oggetto un bene di rilevanza costituzionale come la corrispondenza, Poste ha ritenuto di non procedere all’assunzione.

La Cassazione ha affermato che la pendenza dei due procedimenti penali per reati contro il patrimonio e la persona e l’assenza di un obbligo in capo alla società di perfezionare in ogni caso il contratto, hanno determinato legittimamente la sospensione dell’attività riguardante l’assunzione del lavoratore.

Inoltre, gli Ermellini, esprimendo un principio diverso da quanto affermato nel passato, affermano che il principio costituzionale di non colpevolezza fino alla condanna definitiva concerne le garanzie relative all’attuazione della pretesa punitiva dello Stato, e non può quindi applicarsi, in via analogica o estensiva, ai rapporti fra privati, come al rapporto di lavoro.


note

[1] Art. 8 L. 300/1970.

[2] Regolamento (UE) 679/2016.

[3] Cass. n. 19012 del 17.07.2018.

[4] Art. 27 Cost.

[5] Cass. n. 17167/2020.


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