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Messaggi WhatsApp: quando scatta il divieto di avvicinamento?

16 Ottobre 2020 | Autore:
Messaggi WhatsApp: quando scatta il divieto di avvicinamento?

Persecuzione telematica sui social network: lo stalking in Internet giustifica la misura cautelare del divieto di avvicinarsi alla vittima?

Non c’è italiano che non sappia cos’è il delitto di stalking. Per quei pochi che ancora non ne fossero al corrente, lo stalking è il reato che commette chi molesta con insistenza un’altra persona, inducendola a temere per la propria incolumità oppure a costringerla a vivere in un costante stato d’ansia. Per integrare lo stalking sono sufficienti anche alcuni messaggi sui social network, come Facebook e WhatsApp. Ciò che non tutti sanno, però, è che il giudice, prima ancora di giungere a una condanna, potrebbe costringere l’autore della persecuzione a non avvicinarsi alla vittima, anche se lo stalking è avvenuto solamente a mezzo social network. Con questo articolo spiegheremo quando scatta il divieto di avvicinamento per messaggi WhatsApp.

Come vedremo, il divieto di avvicinamento è una misura cautelare che il giudice può emanare prima ancora che la responsabilità penale di una persona sia accertata. Lo scopo di ogni misura cautelare è di impedire che, durante i lunghi tempi della giustizia italiana, la vittima possa continuare a subire le prepotenze della persona indagata o imputata di un reato. La Corte di Cassazione si è occupata di chiarire la portata del divieto di avvicinamento in relazione allo stalking e, in particolare, agli atti persecutori effettuati mediante messaggi WhatsApp. Approfondiamo questo argomento.

Divieto di avvicinamento: cos’è?

Il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima è una misura cautelare disposta dal giudice nel caso in cui si stia procedendo per specifici reati.

Secondo la legge, con il provvedimento che dispone il divieto di avvicinamento, il giudice prescrive all’indagato/imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla vittima [1].

Il divieto di avvicinamento è un classico ordine restrittivo, cioè il provvedimento che limita la libertà di chi ne è destinatario.

Per garantire l’osservanza di tale divieto, il giudice può imporre al destinatario della misura l’obbligo di indossare particolari strumenti elettronici che ne facilitino il controllo negli spostamenti: pensa, ad esempio, al braccialetto elettronico.

Il giudice può spingersi ancora oltre. Qualora sussistano ulteriori esigenze di tutela, il magistrato può prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi abitualmente frequentati dai prossimi congiunti della persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o da tali persone.

Il giudice può perfino spingersi a vietare all’imputato di comunicare, attraverso qualsiasi mezzo (telefono, Internet, ecc.), con la persona offesa o con i familiari di questa.

Il divieto di avvicinamento può attenuarsi solamente nell’ipotesi in cui il destinatario della misura cautelare debba necessariamente frequentare determinati luoghi per valide ragioni, ad esempio per motivi di lavoro.

Stalking: è legittimo il divieto di avvicinamento?

Il divieto di avvicinamento è stato pensato proprio per le vittime dello stalking; infatti, questa particolare misura cautelare è stata introdotta nel 2009 con la legge che ha introdotto il reato di stalking in Italia, prima di allora sconosciuto.

Ciò non significa, però, che ogni tipo di stalking faccia scattare il divieto di avvicinamento. Il giudice deve tener conto del reato così com’è concretamente avvenuto. Di conseguenza, se la condotta dello stalker appare tutto sommato lieve, allora non sarà giustificabile l’applicazione del divieto di avvicinamento alla vittima.

Alla stessa maniera, se lo stalker che pedinava le vittime si è nel frattempo trasferito in un’altra città, la misura cautelare risulterà superflua e, dunque, illegittima.

In sintesi, la persona indagata/imputata per stalking non deve necessariamente essere raggiunta dalla misura cautelare del divieto di avvicinamento.

Stalking per WhatsApp: è legale il divieto di avvicinamento?

La Corte di Cassazione [3] ha affrontato il tema dell’applicazione del divieto di avvicinamento allo stalker che utilizza, per compiere la sua persecuzione ai danni della vittima, i più comuni mezzi social (WhatsApp, Facebook, ecc.).

Nella fattispecie, la Suprema Corte ha confermato il divieto di avvicinamento a carico di una donna che aveva inviato molti messaggi all’ex compagno e a sua figlia, arrivando, in un’occasione, a pedinarli.

Secondo la Corte di Cassazione, dai numerosi messaggi e post su WhatsApp e Facebook si desume la gravità indiziaria del contestato reato di stalking, nella forma di persecuzione telematica posta in essere dall’indagata nei confronti dell’ex convivente e della figlia di costui, divenuti vittima altresì di pedinamenti, inseguimenti con l’auto e un’aggressione fisica ai danni dell’uomo.

In pratica, secondo la Suprema Corte, anche lo stalking telematico può giustificare la misura cautelare del divieto di avvicinamento, soprattutto se alla persecuzione mediante messaggi, chat ed email fanno seguito ulteriori condotte pericolose, come minacce, aggressioni e pedinamenti.


Anche lo stalking telematico può giustificare la misura cautelare del divieto di avvicinamento, soprattutto se alla persecuzione mediante messaggi, chat ed email fanno seguito ulteriori condotte pericolose, come minacce, aggressioni e pedinamenti.

note

[1] Art. 282-ter cod. proc. pen.

[2] Cass., sent. n. 28571 del 14 ottobre 2020.

Autore immagine: Canva.com


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