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Mancata riparazione prodotto difettoso

16 Ottobre 2020
Mancata riparazione prodotto difettoso

Garanzia: cosa fare se si acquista merce con dei difetti di costruzione e, nonostante la richiesta di riparazione, il prodotto non funziona? Si può chiedere la restituzione dei soldi?

La legge consente, a chi compra un oggetto difettoso, di chiederne la riparazione o la sostituzione integrale con un altro prodotto identico. 

Questo diritto può essere esercitato, per chi compra in veste di consumatore (senza cioè chiedere la fattura) entro due anni dall’acquisto, con l’unico vincolo di denunciare al venditore il vizio entro 60 giorni dalla scoperta dello stesso. Invece, per chi compra con partita Iva i termini si riducono: la garanzia passa da due a un anno e il termine per denunciare i difetti è solo di otto giorni.

Cosa succede però in caso di mancata riparazione del prodotto difettoso ed entro quanto tempo deve avvenire detta riparazione? La questione è stata di recente affrontata dalla Cassazione [1] con riferimento a un tale che aveva acquistato un’automobile rivelatasi poi difettosa. Nonostante i continui ricoveri in officina, per lo più mediante carroattrezzi, la vettura non era stata riparata in modo soddisfacente. 

Vediamo cosa prevede la legge a riguardo e qual è l’indirizzo giurisprudenziale. 

Entro quanto tempo deve essere riparato un prodotto difettoso?

Come abbiamo già spiegato in “Prodotto difettoso: cosa dice il Codice del consumo?“, quando si acquista un oggetto che presenta dei difetti di costruzione, l’acquirente può chiederne la riparazione o la sostituzione entro 2 anni (1 anno se acquista nell’esercizio della propria attività lavorativa). 

Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un «lasso di tempo ragionevole». Il venditore non può chiedere alcun costo aggiuntivo per eseguire l’obbligo di ripristino della conformità del bene, a prescindere dalla circostanza che ciò avvenga tramite la riparazione o la sostituzione del bene non conforme. 

Che succede in caso di mancata riparazione?

Potrebbe succedere (come nel caso giudiziario che qui è in commento) che, nonostante i numerosi tentativi di riparazione, la merce non funzioni correttamente. Cosa prevede la legge in casi come questo? Il Codice del consumo stabilisce che il compratore ha la possibilità di scegliere tra:

  • la risoluzione del contratto;
  • una riduzione del prezzo di vendita proporzionata alla riduzione del valore della merce.

Nel primo caso, si ottiene quindi la restituzione dell’intera cifra versata all’atto dell’acquisto, dietro riconsegna dell’oggetto. Nel secondo caso, invece, se ne ottiene solo una parte, mantenendo però la proprietà del bene difettoso. 

È l’acquirente a decidere per quale delle due possibilità optare. Né il venditore, in caso di risoluzione del contratto, può esigere il pagamento di una penale o di qualsiasi altra somma a titolo di risarcimento. 

Applicando questi principi, la Cassazione, con la pronuncia in commento, ha riconosciuto il diritto alla restituzione del prezzo pagato per l’acquisto di un’auto difettosa dopo due anni di inutili corse in officina.

Spetta dunque la risoluzione del contratto di acquisto anche se inizialmente l’acquirente ha optato per la riparazione ma questa non è andata a buon fine. Con la risoluzione si ha diritto alla restituzione del prezzo senza che il venditore, o la casa produttrice, possano detrarre dal dovuto una somma a titolo di indennità per l’uso, considerati i mille disagi subiti dall’acquirente tali da non consentire un impiego regolare dell’oggetto.  

La scelta spetta all’acquirente

La Corte ha chiarito che «in tema di vendita di beni di consumo affetti da vizio di conformità, ove l’acquirente abbia inizialmente richiesto la riparazione del bene, non è preclusa la possibilità di agire per la risoluzione del contratto, ove sia scaduto il termine ritenuto congruo per la riparazione, senza che il venditore vi abbia tempestivamente provveduto, ovvero se la stessa abbia arrecato un notevole inconveniente».

La legge «ha optato per una gerarchia dei rimedi a favore del consumatore». «Nel caso di non conformità del bene al contratto – si legge nella sentenza – il consumatore è tenuto a chiedere in un primo momento la sostituzione oppure la riparazione del bene, e solo qualora ciò non sia possibile, ovvero sia manifestamente oneroso (ossia troppo costoso), è legittimato ad avvalersi dei cosiddetti rimedi secondari» quali appunto la risoluzione del contratto (restituzione dell’oggetto e del prezzo pagato) o la riduzione del corrispettivo (con rimborso parziale). 

La scelta spetta sempre al consumatore. L’unico onere imposto a quest’ultimo è che debba avvalersi prima dei rimedi primari e, solo una volta che questi si rivelino inidonei a risolvere il problema, è dato ricorrere ai rimedi secondari. 

Inoltre, il Codice del consumo dispone che le riparazioni o le sostituzioni «debbano essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non debbano arrecare notevoli inconvenienti al consumatore, tenendo conto della natura del bene e dello scopo per il quale è avvenuto l’acquisto». 


note

[1] Cass. sent. n. 22146 del 14.10.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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