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Assistenza di un genitore disabile: permessi e tutele per il lavoratore

8 dicembre 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 8 dicembre 2013



In caso di familiari con disabilità, la legge consente al lavoratore di usufruire di permessi, congedi e aspettativa.

La legge agevola i lavoratori nell’assistenza di familiari con difficoltà: si tratta di una serie di permessi e congedi, taluni retribuiti, altri, invece, non retribuiti.

L’aver beneficiato di un tipo di permessi non esclude la possibilità di attingere ad altro tipo di permesso. Tuttavia, essi non possono essere riconosciuti a più di un lavoratore per l’assistenza alla medesima persona (cosiddetto principio del “referente unico”).

Analizziamo i casi in cui a richiedere i benefici sia il figlio di una persona disabile. Tuttavia, in alcune situazioni (per esempio i permessi retribuiti di 3 giorni mensili), la legge riconosce anche altri beneficiari con un grado di parentela inferiore rispetto al figlio.

I PERMESSI RETRIBUITI

 

La legge [1] offre la possibilità di usufruire di 3 giorni di permesso al mese anche frazionabili in ore.

Essi spettano ai lavoratori dipendenti del settore privato e ai lavoratori delle imprese dello Stato, degli Enti Pubblici e degli Enti locali privatizzate, anche se part-time.

Può usufruirne, tra gli altri, il figlio di un soggetto portatore di handicap. Tuttavia, non è possibile che questa misura si cumuli a favore di più parenti del medesimo portatore di handicap.

Nel caso in cui i permessi giornalieri vengano utilizzati frazionandoli in ore, vi è un limite orario mensile; bisogna dividere l’orario di lavoro settimanale su il numero dei giorni lavorativi settimanali e poi moltiplicarlo per tre. Per esempio: se l’orario settimanale è di 40 ore suddiviso in 5 giorni lavorativi (otto ore per giornata lavorativa) le ore di permesso fruibili nell’arco di un mese sono 24 (40 diviso 5 x 3).

Gli ulteriori requisiti necessari sono:

– una situazione di handicap grave [2] riconosciuta dall’apposita commissione dell’ ASL in capo al familiare da assistere;

– che il familiare non si trovi ricoverato a tempo pieno (quando parla di ricovero a tempo pieno la legge fa riferimento a quello, per le intere ventiquattro ore, presso strutture ospedaliere sia pubbliche che private che offrano assistenza sanitaria continuativa).

I permessi, sia che siano presi a giorni che a ore, sono indennizzati sulla base della retribuzione effettivamente corrisposta.

CONGEDO RETRIBUITO DI DUE ANNI [3]

A seguito di una sentenza della Corte Costituzionale [4], i congedi retribuiti biennali possono essere concessi anche ai figli che assistono i genitori conviventi portatori di handicap, purché in assenza di altri soggetti idonei a prendersene cura. Per poter usufruire di tali congedi occorre:

– che il disabile non sia ricoverato a tempo pieno in un istituto di cura, salvo che la presenza di un familiare sia richiesta dalla medesima struttura sanitaria [5];

– che il lavoratore conviva con il familiare disabile: si intende quella situazione per cui “sia il disabile che il soggetto che lo assistite hanno la residenza nello stesso Comune, riferita allo stesso indirizzo: stesso numero civico anche se in interni diversi” [6];

– che il disabile non sia, a sua volta, lavoratore dipendente [7];

– che sia stato accertato al disabile un handicap grave (l’accertamento dipende dalla apposita Commissione presso l’Asl di residenza e non può essere sostituita con certificazioni di altro genere; qualora occorra richiedere l’accertamento ci si potrà rivolgere a un patronato o al proprio medico di base).

I periodi di congedo, al massimo di due anni, sono fruibili in modo continuativo o anche frazionato. Il beneficio è frazionabile anche a giorni interi. Non è, invece, prevista la frazionabilità ad ore.

Questi congedi vengono retribuiti con un’indennità che corrisponde all’ultima retribuzione percepita dal lavoratore e sono coperti da contribuzione figurativa ai fini pensionistici. L’indennità e la contribuzione figurativa spettano fino ad un importo complessivo massimo di 36.151,98 Euro all’anno (in caso di congedo annuale). Tale importo viene rivalutato ogni anno (a decorrere dal 2002) sulla base degli indici ISTAT. Se, invece, il congedo è richiesto per periodi frazionati, l’indennità e il contributo figurativo vengono rapportati in misura proporzionale a mesi e giorni. L’indennità per il congedo viene corrisposta nella misura dell’ultima retribuzione ricevuta e cioè quella percepita nell’ultimo mese di lavoro antecedente il congedo, comprensiva anche della tredicesima mensilità.

Durante il periodo di congedo non si può usufruire anche dei permessi di cui alla Legge 104/92 (v. sopra) e, inoltre, non maturano ferie, tredicesima mensilità e trattamento di fine rapporto [8].

ALTRI CONGEDI

La legge [9] prevede, inoltre, la concessione di altre forme di agevolazione in favore di tutti i lavoratori. Pertanto, possono essere utilizzate anche da coloro che assistono un familiare con grave handicap.

Le forme di flessibilità previste sono due:

– a) i congedi non retribuiti per gravi motivi familiari;

– b) i permessi retribuiti per il decesso o grave infermità di un familiare.

a) Congedi per gravi motivi familiari

Tale tipo di congedo è usufruibile dal lavoratore per due anni nell’arco della vita lavorativa e può essere utilizzato anche in modo frazionato.

Esso non è retribuito.

I gravi motivi devono riguardare i soggetti legati al lavoratore dipendente da un rapporto di parentela [10] (ossia coniuge, figli legittimi, legittimati, adottivi, genitori, generi e nuore, suoceri, fratelli e sorelle) anche non conviventi, nonché i portatori di handicap parenti o affini entro il terzo grado.

Fra i gravi motivi la legge elenca:

– le necessità derivanti dalla morte di un familiare;

– le situazioni da cui derivi un particolare impegno del lavoratore o della propria famiglia nella cura o nell’assistenza di familiari;

– le situazioni di grave disagio personale (fatta esclusione della malattia) nelle quali si trovi il lavoratore stesso;

– situazioni (escluse quelle che riguardano in modo diretto il lavoratore che richiede il congedo) derivanti da patologie acute o croniche:

– circostanze che determinano una riduzione o perdita, temporanea o permanente, dell’autonomia personale, o patologie che richiedono assistenza continua o frequenti monitoraggi clinici, ematochimici e strumentali;

–  circostanze che richiedono la partecipazione attiva del familiare nel trattamento sanitario.

Il lavoratore può richiedere tale congedo (anche in modo frazionato) anche per il decesso di un familiare nel caso in cui abbia già usufruito del relativo permesso retribuito previsto dai C.C.N.L.

La documentazione relativa alle patologie viene rilasciata da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o convenzionato, oppure dal medico di famiglia. Essa va presentata insieme alla richiesta di congedo.

Entro 10 giorni dalla richiesta del congedo, il datore di lavoro è tenuto ad esprimersi e a darne comunicazione al dipendente.

L’eventuale diniego, o la proposta di rinvio a un periodo successivo e determinato, o la concessione parziale del congedo, devono essere motivati o dalla mancanza delle condizioni di legge o da esigenze organizzative e produttive che non consentono di sostituire il dipendente.

Al lavoratore la legge offre la possibilità che la sua domanda venga riesaminata nei 20 giorni successivi.

Alla conclusione del congedo il lavoratore ha diritto a riprendere il suo posto e la sua mansione.

Inoltre il lavoratore può rientrare a lavoro anche anticipatamente purché ne dia preventiva comunicazione all’azienda.

b) Permessi retribuiti per cause particolari

Essi consistono in tre giorni di permesso per decesso o grave infermità del coniuge, anche se legalmente separato, o del parente entro il secondo grado, anche non convivente.

Nei giorni di permesso non sono considerati i giorni festivi o non lavorativi e sono cumulabili con quelli concessi ai lavoratori disabili e familiari di persone con handicap grave. Il lavoratore deve usufruire dei tre giorni di permesso entro sette giorni dal decesso o dall’insorgenza della grave infermità o della necessità di provvedere ai necessari interventi terapeutici.

Il lavoratore può concordare con il datore di lavoro di fruire dei giorni di permesso in modo articolato o frazionato. In alternativa alla fruizione continua dei tre giorni è anche possibile concordare di ridurre l’orario lavorativo.

Per ottenere questi permessi è necessario presentare, per la grave infermità, documentazione rilasciata da un medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o convenzionato o dal medico di famiglia; la documentazione va presentata entro cinque giorni dalla ripresa del lavoro.

In caso di morte del familiare, occorre la relativa certificazione o anche una dichiarazione sostitutiva.

I tre giorni all’anno sono relativi al lavoratore e non ai familiari cui si riferisce il permesso; in altre parole se, ad esempio, nel corso dello stesso anno un lavoratore si trova a dover gestire situazioni di grave infermità di due diversi parenti ( ad esempio, la  madre e il padre), egli avrà in ogni caso diritto di usufruire di un solo permesso di tre giornate.

In tale ipotesi, tuttavia, potrà richiedere, in modo frazionato, il congedo – non retribuito – di cui ho parlato sopra.

 
ASPETTATIVA 

Il lavoratore ha, inoltre, diritto a chiedere un periodo di aspettativa dal lavoro.

Si tratta di un’ipotesi di sospensione del rapporto di lavoro attraverso la quale la legge [11] vuole conciliare la posizione del lavoratore dipendente con la sussistenza di situazioni personali (anche relative a impegni pubblici) o familiari.

Tale aspettativa può essere concessa al lavoratore per un periodo di tempo più o meno lungo, con diritto a conservare il posto di lavoro e, nella maggior parte dei casi, con sospensione della retribuzione.

La legge garantisce la sospensione del rapporto per specifiche situazioni:

– nel caso in cui il lavoratore sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche elettive o sindacali;

– nei casi di cure termali e tossicodipendenza;

– per lo svolgimento del servizio militare e di funzioni presso seggi elettorali;

– altre ipotesi particolari (ad esempio motivi personali o familiari).

Molti contratti collettivi nazionali (sia nel settore pubblico che privato), prevedono la concessione di periodi di aspettativa al lavoratore dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato, per particolari motivi personali e/o familiari.

Questa aspettativa non va, però, confusa con il congedo per gravi motivi familiari (di cui sopra).

Si tratta di un’aspettativa non retribuita e senza decorrenza dell’anzianità di servizio.

Essa può essere chiesta per un periodo massimo di dodici mesi anche frazionabili.Nel pubblico impiego essa può essere frazionata per non più di due periodi e, in ogni caso, tra un periodo di aspettativa e l’altro devono intercorrere non meno di sei mesi di servizio.

Il datore di lavoro può subordinare la concessione dell’aspettativa a eventuali esigenze di servizio o di natura organizzativa.

In merito alle modalità di concessione e sulla durata massima del periodo di aspettativa va fatto riferimento ai diversi contatti collettivi nazionali del settore di appartenenza del singolo lavoratore.

note

[1] Art. 33 L. n. 104/92.

[2] Art. 3 comma 3 della L.104/92.

[3] Sono disciplinati dalla L. n. 388/00 (articolo 80, comma 2), dal D. Lgs. 151/2001 e dal D. Lgs. N. 119/2011.

[4] Corte Costituzionale sent. n. 19 del 30.01.09.

[5] D. Lgs. N.119/2011.

[6] Circolare Min. Lavoro del 18.2.2010.

[7] Circolare INPS n.64/2001.

[8] D. Lgs. n. 151/2001, articolo 42, comma 5-quinquies.

[9] L. 8 marzo 2000 n. 53.

[10] Art. 433 cod. civ.

[11] Leggi speciali o Contratto Collettivi Nazionali dei Lavoratori.

Autore foto: 123rf.com

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