Diritto e Fisco | Articoli

L’azienda deve versare i contributi se c’è sospensione dell’attività?

19 Ottobre 2020
L’azienda deve versare i contributi se c’è sospensione dell’attività?

In caso di sospensione dell’attività lavorativa, anche se concordata con i dipendenti, è necessario versare il minimale contributivo?

L’azienda presso cui lavori ha deciso di sospendere l’attività per qualche mese e ti ha fatto firmare un accordo dinanzi ai sindacati? Ti chiedi se, durante questo periodo, ti saranno comunque versati i contributi previdenziali all’Inps? La risposta è contenuta in una recente ordinanza della Cassazione [1].

In particolare, alla Corte è stato chiesto se l’azienda deve versare i contributi se c’è sospensione dell’attività. Ecco qual è stata la risposta.

La vicenda: l’azienda che non paga i contributi ai dipendenti

La vicenda parte da un ricorso presentato da un datore di lavoro contro un verbale ispettivo dell’Inps. 

L’Inps aveva contestato all’azienda l’omesso versamento dei contributi durante tutto il periodo di sospensione dell’attività, sospensione concordata coi dipendenti stessi. La Corte di Appello di Bologna aveva annullato il verbale, cosicché l’Inps ha presentato ricorso in Cassazione. 

Dinanzi alla Cassazione, si sono dunque scontrate le due tesi: da un lato quella del datore di lavoro secondo cui, durante la sospensione dell’attività, non è obbligatorio versare i contributi previdenziali e, dall’altro, quella dell’Inps che contestava la violazione dell’art. 1, d.l. n. 338/1989 [2] per aver la sentenza impugnata escluso la contribuzione nonostante l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo.

La Cassazione ha dato ragione all’ente di previdenza. Il principio è stabilito dalla Corte semplice: l’attenuazione o cessazione temporanea dell’attività lavorativa per insussistenza di commesse non escludono l’obbligo contributivo in capo al datore di lavoro. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Attività sospesa e contributi Inps

Secondo la Corte, in caso di sospensione dell’attività lavorativa, seppur pattuita da lavoratori e datore di lavoro, permane l’obbligo per quest’ultimo di versare i contributi all’Inps nella misura della cosiddetta contribuzione minimale. Il debito dei contributi verso l’Inps è infatti svincolato dalla retribuzione effettivamente corrisposta.

La Cassazione da sempre ha riconosciuto l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo, con la conseguente affermazione della regola del cosiddetto minimale contributivo: regola secondo cui sussiste un obbligo del datore – a prescindere da eventuali patti difformi nell’ambito del rapporto di lavoro – di rispettare l’obbligo contributivo previdenziale in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiori all’orario normale previsto dalla contrattazione collettiva.

Sempre la giurisprudenza della Cassazione ha altresì affermato che «la regola del minimale contributivo opera sia con riferimento all’ammontare della retribuzione contributiva, sia con riferimento all’orario di lavoro da prendere a parametro, che dev’essere l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore. Difatti è evidente che se ai lavoratori vengono retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e su tale retribuzione viene calcolata la contribuzione, non vi può essere il rispetto del minimo contributivo nei termini sopra rappresentati» [3].

In buona sostanza, se la sospensione del rapporto deriva da scelta del datore o accordo tra le parti permane l’obbligo contributivo a carico del datore [4]. La questione si pone soprattutto nell’ambito del lavoro edile.

La Cassazione esclude dunque ogni dubbio sul fatto che «la contribuzione è dovuta anche in caso di assenze o di sospensione concordata della prestazione che non trovino giustificazione nella legge o nel contratto collettivo, bensì in un accordo tra le parti che derivi da una libera scelta del datore di lavoro».


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 8 luglio – 6 ottobre 2020, n. 21479

Presidente Manna – Relatore Buffa

Rilevato che:

1. Con sentenza del 28.1.14, la Corte d’Appello di Bologna, in riforma di sentenza del tribunale di Forlì, ha accolto la domanda del datore di lavoro indicato in epigrafe volta ad opporsi a verbale ispettivo INPS e ad accertare negativamente la sussistenza del debito per contributi previdenziali nei confronti dell’INPS, con riferimento al periodo 1.1.02-30.6.02, per importo complessivo di oltre Euro 100.228,00.

2. In particolare, la corte territoriale ha affermato l’inesistenza del debito contributivo in questione in ragione della sospensione -disposta dal datore ed accettata dai dipendenti – del lavoro, per mancanza di commesse, e della corrispettiva obbligazione retributiva.

3. Avverso tale sentenza ricorre l’INPS per un motivo; il datore è rimasto intimato.

Considerato che:

4. Con unico motivo di ricorso – proposto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – si deduce violazione del D.L. n. 338 del 1989, art. 1 conv. in L. n. 389 del 1989, per avere la sentenza impugnata escluso la contribuzione nonostante l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo.

5. Il motivo è fondato.

6. La giurisprudenza di questa Corte ha da tempo affermato l’autonomia del rapporto contributivo rispetto a quello lavorativo (Cass. Sez. L, Sentenza n. 3491 del 14/02/2014).

7. Da tale principio di autonomia del rapporto contributivo rispetto alle vicende dell’obbligazione retributiva deriva la regola del cd. minimale contributivo, che prevede l’obbligo datoriale – a prescindere da eventuali pattuizioni individuali difformi nell’ambito del rapporto di lavoro – di rispetto della misura dell’obbligo contributivo previdenziale in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dalla contrattazione collettiva, secondo il riferimento ad essi fatto con esclusiva incidenza sul rapporto previdenziale – dal D.L. 9 ottobre 1989, n. 338, art. 1 (convertito in L. 7 dicembre 1989, n. 389).

8. Il principio ha fondamento nelle stesse finalità pubblicistiche della contribuzione previdenziale, posto che – come evidenziato dalla Corte costituzionale nella sentenza 20 luglio 1992, n. 342 – “una retribuzione (…) imponibile non inferiore a quella minima (è) necessaria per l’assolvimento degli oneri contributivi e per la realizzazione delle finalità assicurative e previdenziali, (in quanto), se si dovesse prendere in considerazione una retribuzione imponibile inferiore, i contributi determinati in base ad essa risulterebbero tali da non poter in alcun modo soddisfare le suddette esigenze”.

9. In relazione a ciò, questa Corte (Cass. Sez. L -, Sentenza n. 15120 del 03/06/2019, Rv. 654101 – 01) ha già avuto modo di affermare, in via generale ed a prescindere dal settore di attività del datore, che la, regola del cd. minimale contributivo opera sia con riferimento all’ammontare della retribuzione c.d. contributiva, sia con riferimento all’orario di lavoro da prendere a parametro, che dev’essere l’orario di lavoro normale stabilito dalla contrattazione collettiva o dal contratto individuale se superiore, atteso che è evidente che se ai lavoratori vengono retribuite meno ore di quelle previste dal normale orario di lavoro e su tale retribuzione viene calcolata la contribuzione, non vi può essere il rispetto del minimo contributivo nei termini sopra rappresentati.

10. Ne deriva che la contribuzione è dovuta anche in caso di assenze o di sospensione concordata della prestazione che non trovino giustificazione nella legge o nel contratto collettivo, bensì in un accordo tra le parti che derivi da una libera scelta del datore di lavoro (v. Cass. n. 21700 del 13/10/2009, Cass. n. 9805 del 04/05/2011 e successive conformi, che hanno superato la diversa soluzione adottata da Cass. n. 1301 del 24/01/2006, ed altre precedenti).

11. Va infatti esclusa la libertà delle parti di modulare l’orario di lavoro e la stessa presenza al lavoro con effetto sull’obbligazione contributiva, considerato che quest’ultima è svincolata dalla retribuzione effettivamente corrisposta e dev’essere connotata dai caratteri di predeterminabilità, oggettività e possibilità di controllo.

12. Ciò vale anche nel caso di attenuazione o cessazione temporanea dell’attività lavorativa per insussistenza di commesse, essendo tali eventi ricompresi nell’ambito del rischio imprenditoriale che grava sul datore di lavoro in via esclusiva, senza che ciò possa riflettersi sull’obbligo contributivo.

13. La sentenza impugnata deve dunque essere cassata in parte qua e la causa va rinviata alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione, anche per le spese di lite.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso e, per l’effetto, cassa la sentenza impugnata in parte qua e rinvia alla Corte d’appello di Bologna in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.

note

[1] Cass. ord. n. 21479/20 del 6.10.2020.

[2] Conv. in legge n. 389/1989.

[3] Cass. sent. n. 15120/2019.

[4] Cass. sent. n. 10134/2018: «

In tema di contribuzione dovuta dai datori di lavoro esercenti attività edile, l’art. 29 del d.l. n. 244 del 1995, conv. nella l. n. 341 del 1995, nel determinare la misura dell’obbligo contributivo previdenziale ed assistenziale in riferimento ad una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario normale di lavoro stabilito dalla contrattazione collettiva, prevede l’esclusione dall’obbligo contributivo di una varietà di assenze, tra di loro accomunate dal fatto che vengono in considerazione situazioni in cui è la legge ad imporre al datore di lavoro di sospendere il rapporto. Ne consegue che, ove la sospensione del rapporto derivi da una libera scelta del datore di lavoro e costituisca il risultato di un accordo tra le parti, continua a permanere intatto l’obbligo retributivo, dovendosi escludere, attesa l’assenza di una identità di “ratio” tra le situazioni considerate, la possibilità di una interpretazione estensiva o, comunque, analogica, e ciò tanto più che la disposizione ha natura eccezionale e regola espressamente la possibilità e le modalità di un ampliamento dei casi d’esonero da contribuzione, che può essere effettuato esclusivamente mediante decreti interministeriali».


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube