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Tassa sul licenziamento: quando paga il dipendente?

18 Dicembre 2020 | Autore:
Tassa sul licenziamento: quando paga il dipendente?

In quali casi il lavoratore può essere obbligato a rimborsare all’azienda la tassa per l’accesso all’indennità di disoccupazione?

Il ticket sul licenziamento, tra i tanti balzelli che attanagliano le aziende, è uno dei più odiati: si tratta, per la precisione, di un contributo aggiuntivo dovuto all’Inps in caso di cessazione involontaria del rapporto di lavoro, cioè non dipendente dalla volontà del lavoratore.

Il dipendente, a seguito della cessazione involontaria del rapporto, ha infatti diritto alla Naspi (sussistendo i requisiti previsti dalla legge), l’indennità di disoccupazione spettante alla generalità dei lavoratori subordinati. Per coprire, in parte, l’onere a carico dell’Inps, il datore di lavoro è obbligato a versare la tassa sul licenziamento, o ticket Naspi, che a seconda dell’anzianità del lavoratore può arrivare sino a 1500 euro.

Capita, tuttavia, che il dipendente, per evitare di perdere la Naspi, pur volendo cessare il rapporto non rassegni le dimissioni e smetta di presentarsi in azienda, obbligando così il datore di lavoro a licenziarlo per giusta causa. In questo caso il ticket Naspi è a suo carico? In merito alla tassa sul licenziamento quando paga il dipendente?

Della problematica, piuttosto diffusa, avevamo discusso in passato nell’approfondimento Cosa fare se un dipendente sparisce, in quanto la dottrina ha ipotizzato la possibilità di assimilare la “sparizione” del lavoratore all’aspettativa non retribuita.

Sulla questione si era espressa anche la Cassazione [1], assimilando la “sparizione” del dipendente alle dimissioni di fatto. Bisogna osservare, però, che ad oggi la legge [2] prevede l’inefficacia assoluta delle dimissioni non rese con modalità telematiche sugli appositi moduli disponibili presso il sito web del ministero del Lavoro, salvo i casi di esonero o di dimissioni presentate nelle sedi protette.

È infine intervenuta in argomento una recente sentenza del tribunale di Udine [1], che ha disposto l’obbligo di rimborso della tassa sul licenziamento da parte del lavoratore. Ma procediamo con ordine.

Quando è dovuta la tassa sul licenziamento?

La tassa sul licenziamento, o ticket Naspi, è un contributo che il datore di lavoro deve versare all’Inps se licenzia un lavoratore dipendente a tempo indeterminato: la tassa, tuttavia, non è dovuta solo nei casi di licenziamento, ma anche in alcune ipotesi di dimissioni del lavoratore, come quelle per giusta causa e per maternità, nonché in caso di risoluzione consensuale a seguito della procedura di conciliazione obbligatoria davanti all’ispettorato del lavoro.

Il contributo, difatti, serve per finanziare la Naspi, la nuova indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti, pertanto va versato, assieme ai contributi Inps, ogni qualvolta il lavoratore abbia, almeno teoricamente, diritto all’indennità.

Quando non è dovuta la tassa sul licenziamento?

Il contributo sul licenziamento non è dovuto se il rapporto cessa in seguito alle dimissioni volontarie del dipendente (mentre è dovuto se le dimissioni sono per giusta causa o durante il periodo tutelato di maternità), oppure nelle seguenti ipotesi [4]:

  • scadenza del contratto a termine (il datore, in relazione a questo contratto, paga un contributo addizionale finalizzato a finanziare la Naspi);
  • risoluzione consensuale, al di fuori della procedura di conciliazione obbligatoria introdotta dal Jobs Act;
  • licenziamento del lavoratore domestico (colf e badanti);
  • licenziamento di lavoratori assicurati presso la gestione Inpgi (giornalisti);
  • licenziamento di operai agricoli;
  • licenziamento di apprendisti di 1° livello;
  • licenziamento di lavoratori extracomunitari stagionali;
  • decesso del lavoratore;
  • licenziamento del lavoratore collocato in Isopensione;
  • cessazione del rapporto di lavoro per esodo dei lavoratori anziani, concordata a seguito di accordi sindacali nell’ambito di procedure di licenziamento collettivo;
  • cessazione nell’ambito di processi di riduzione di personale dirigente, conclusi con accordo firmato dall’associazione sindacale stipulante il contratto collettivo di lavoro della categoria;
  • interruzioni dei rapporti di lavoro con incentivi all’esodo che diano luogo a un assegno straordinario;
  • aziende in procedura fallimentare o in amministrazione straordinaria richiedenti la cassa integrazione straordinaria (Cigs);
  • interruzione del rapporto di lavoro conseguente a licenziamenti effettuati in conseguenza di cambio appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in applicazione delle clausole sociali che garantiscano continuità di occupazione;
  • interruzione di rapporto di lavoro a tempo indeterminato, nel settore delle costruzioni edili, per completamento delle attività e chiusura del cantiere (se impossibile la ricollocazione del lavoratore);
  • datori di lavoro tenuti al versamento del contributo di ingresso alla procedura di mobilità, per evitare la doppia imposizione;
  • lavoratore già pensionato.

A quanto ammonta la tassa sul licenziamento?

La tassa sul licenziamento, per il 2020, ammonta a 503,30 euro per ogni anno di anzianità del lavoratore, sino a un massimo di 3 anni, quindi di 1.509,90 euro.

Il valore è infatti pari al 41% del massimale mensile di Naspi per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni.

Chi paga la tassa sul licenziamento?

Il ticket Naspi, quando dovuto, è a carico del datore di lavoro. La situazione risulta difatti la seguente:

  • la tassa sul licenziamento è dovuta: il datore di lavoro è obbligato al versamento e il lavoratore percepisce la Naspi (salvo assenza dei requisiti, mancato invio della domanda nei termini, rioccupazione con perdita del diritto all’indennità);
  • la tassa sul licenziamento non è dovuta: il lavoratore non paga nulla, ma non percepisce la Naspi.

Resta fuori dalle due casistiche, però, l’ipotesi in cui il lavoratore rassegni le dimissioni “di fatto”, ossia smetta di andare al lavoro senza presentare le dimissioni con le dovute procedure: un simile comportamento, considerata l’inefficacia delle dimissioni prevista dalla legge [2], obbliga il datore di lavoro a licenziare per giusta causa il dipendente, nonostante l’assenza della volontà di cessare il rapporto da parte dell’azienda.

Per il lavoratore, il licenziamento per giusta causa costituisce un importante vantaggio, in quanto, trattandosi di una causa di cessazione involontaria del rapporto, non perde la Naspi pur essendosi, di fatto, dimesso.

Tassa sul licenziamento a carico del dipendente

In argomento, è intervenuta dapprima una sentenza della Cassazione, che assimila il comportamento del dipendente alle dimissioni effettive. Da ultimo, è intervenuta una sentenza da parte del tribunale di Udine [3]: secondo la pronuncia, l’azienda costretta a licenziare il dipendente per via delle assenze ingiustificate ha diritto a ottenere dal lavoratore il risarcimento del danno corrispondente all’importo del ticket Naspi versato all’Inps. La volontà di cessare il rapporto è difatti riconducibile esclusivamente al lavoratore, assentatosi deliberatamente al solo fine di farsi licenziare e poter così aver diritto alla Naspi.

In pratica, se il lavoratore “sparisce” senza rassegnare le dimissioni la tassa sul licenziamento è a suo carico. Deve essere, però, adeguatamente provato che l’iniziativa di cessare il rapporto è stata presa esclusivamente dal dipendente, il quale, a fronte del rifiuto dell’azienda, si assenta deliberatamente al solo fine di farsi licenziare e conseguire il diritto alla Naspi.


note

[1] Cass. sent. 25583/2019.

[2] Art. 26, Co.1, D.lgs. 151/2015.

[3] Trib. Udine, sent. 106/2020.

[4] Circ. Inps 40/2020.


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