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Disturbi del linguaggio: sintomi, cause e cure

20 Dicembre 2020 | Autore:
Disturbi del linguaggio: sintomi, cause e cure

Come riconoscere i disturbi del linguaggio, come diagnosticarli e come intervenire? Qual è il ruolo del neuropsichiatra infantile? Le ultime pronunce della Corte di Cassazione sulla balbuzie.

Quando il bambino cresce, i genitori fanno a gara affinché la prima parola che il piccolo pronunci sia corrispondente al proprio ruolo genitoriale. Dirà prima «mamma» o «papà»? Talvolta, le prime paroline tardano ad arrivare. Come mai? C’è da preoccuparsi? Bisogna rispettare i tempi del bambino? Il piccolo avrà un disturbo del linguaggio o, magari, è semplicemente un parlatore tardivo (late talker)? Se hai qualche dubbio relativo alla comunicazione verbale del tuo bambino, ti consiglio di rivolgerti ad un medico specialista, in particolare ad un neuropsichiatra infantile.

Spesso, molti genitori quando notano un certo ritardo nel parlare, allora su consiglio degli esperti, tentano di incoraggiare il proprio figlio in modo da accelerare i tempi di acquisizione del linguaggio. Così questi genitori escogitano tanti trucchetti e giochi divertenti per aiutare il bambino ad imparare parole nuove. C’è chi racconta delle fiabe prima di andare a dormire, chi canta loro delle canzoncine per allietare i loro sogni, chi sperimenta giochi in cui il bambino può assegnare agli oggetti dei nomi e dare un senso al loro utilizzo.

Ci sono altri genitori, invece, che lasciano tutto il giorno i bimbi davanti alla tv mentre fanno le faccende domestiche oppure per riposarsi dedicando loro davvero lo stretto necessario (giusto il tempo della pappa, del cambio del pannolino e della nanna). La giustificazione più ricorrente è che, a loro parere, stando di fronte al televisore, i bambini possono arricchire il loro vocabolario, infatti spesso ripetono ciò che ascoltano in tv, ma senza attribuire a quelle parole un senso compiuto.

Ma come mai i bambini fanno fatica a parlare? Quali sono le cause dei disturbi del linguaggio? Alla base di questi disturbi del neurosviluppo, troviamo una familiarità e una componente genetica.

Quali sono i sintomi dei disturbi del linguaggio? Alcuni bambini non parlano bene, articolano male le parole (in questo caso, si parla di disprassia), non riescono a coniugare i verbi, non usano correttamente gli articoli e gli accenti, non si esprimono in maniera fluente e tendono a ripetere o prolungare i suoni e/o le sillabe (in tal caso, siamo in presenza della cosiddetta balbuzie).

La maturazione delle abilità comunicative sono influenzate dai fattori esterni? Pensiamo ad esempio, alla vita sociale, agli stimoli genitoriali alla conversazione, alla presenza di fratelli e sorelle. Come distinguere i bambini affetti da disturbi del linguaggio dai parlatori tardivi, ovvero dai bambini che riescono a recuperare il gap entro un anno di ritardo rispetto alla norma?

Prosegui nella lettura del mio articolo per saperne di più sui disturbi del linguaggio: sintomi, cause e cure. A seguire, troverai l’intervista al dr. Stefano Vicari, professore ordinario dell’Università Cattolica di Roma, primario neuropsichiatria infantile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma e autore di numerosi libri.

Dopo l’intervista allo specialista, ti spiegherò quali sono state le decisioni della Suprema Corte nei casi sottoposti alla sua attenzione, in riferimento ai soggetti con disturbo del linguaggio vittime dei reati di diffamazione e di esercizio abusivo della professione.

A cosa si fa riferimento quando si parla di disturbi del linguaggio? 

I disturbi del linguaggio sono delle difficoltà che il bambino mostra nell’utilizzo del linguaggio verbale. Quindi, quando parliamo di disturbi del linguaggio, aggiungiamo anche il termine della «comunicazione», in quanto facciamo riferimento alla comunicazione più in generale. Provo a spiegarmi meglio.

Un bambino comunica ancora prima di possedere un linguaggio verbale formale. All’età di un anno, il bambino utilizza molto i gesti, ad esempio, per indicare, per salutare, per mandare il bacino. Queste sono forme di comunicazione. Il linguaggio verbale, invece, è legato all’utilizzo del canale vocale; quindi, il bambino usa le parole e, poi, le frasi.

Che differenza c’è tra disturbi primari e disturbi specifici del linguaggio? 

Il disturbo primario è un’etichetta che sostituisce quello che un tempo era il disturbo specifico del linguaggio. Questa è una questione un po’ sottile, però non è difficile da comprendere. Per disturbo specifico si intendeva un disturbo non associato ad altri problemi particolari come, ad esempio, il deficit dell’intelligenza, i problemi neurologici, il ritardo mentale, la paralisi cerebrale, ecc.

Ad esempio, un bambino con la sindrome di down che ha una difficoltà del linguaggio non ha un disturbo specifico perché le sue difficoltà possono essere riconducibili direttamente alla sindrome. Al contrario, un bambino che, in passato, veniva diagnosticato come un disturbo specifico, e oggi come disturbo primario, è un bambino che non ha altri disturbi associati.

Si è preferito sostituire al termine «specifico» il termine di «disturbo primario» perché in realtà molto spesso i disturbi del linguaggio, pur non essendo associati al ritardo mentale o ad altro, si associano a dei disturbi come all’iperattività, alla disregolazione emotiva o alla disprassia (cioè la difficoltà ad organizzare movimenti volontari).

Quindi, l’espressione «disturbo specifico del linguaggio» implica una cosa molto selettiva, cioè soltanto i problemi del linguaggio, mentre il «disturbo primario» è un disturbo non riconducibile ad altre cause note, ma può essere associato ad altri disturbi del neurosviluppo.

Cosa sono i disturbi del linguaggio secondari?

I disturbi di linguaggio secondari sono tutto quello che non è specifico o primario, cioè i disturbi del linguaggio associati a: ritardo mentale, paralisi cerebrale, sindromi genetiche, disturbi neurologici, forme di epilessia ecc. Ad esempio, se un bambino spastico parla male, il disturbo del linguaggio è secondario alla spasticità cerebrale.

Quali sono le cause dei disturbi del linguaggio secondari?

Sono disturbi del neurosviluppo, c’è quindi una base genetica e familiarità. Per loro natura, questi disturbi sono evolutivi, cioè accompagnano per molti anni, se non per tutta la vita, il bambino e tendono spesso ad associarsi tra loro. Ad esempio, il disturbo del linguaggio è secondario nel bambino autistico. La causa del disturbo del linguaggio, in tal caso, è l’autismo.

Quali sono le cause dei disturbi del linguaggio primari?

Essendo disturbi del neurosviluppo, c’è una forte componente genetica. In genere, i bambini che hanno disturbi del linguaggio primari hanno genitori o parenti prossimi che hanno avuto la stessa difficoltà o, magari, hanno avuto disturbi del neurosviluppo simili. Ad esempio, in famiglia potrebbe esserci qualcuno che ha l’Adhd, l’autismo, ecc.

Oltre alla genetica, le ipo-stimolazioni possono facilitare la comparsa dei disturbi del linguaggio. Una delle cause più frequenti di scarsa stimolazione ai giorni nostri è l’esposizione prolungata la televisore, allo smartphone o al tablet.

Perché è consigliabile limitare l’esposizione al televisore?

Pe un bambino che, a due anni (o anche prima), resta per molte ore davanti al televisore, questo diventa un ostacolo per lo sviluppo del linguaggio e non una facilitazione. Durante l’esposizione al televisore, il bambino ripete sì alcune frasi; tuttavia, quella non è una forma di comunicazione, ma un modo stereotipato per usare il linguaggio, cioè senza un fine comunicativo.

Cosa vuol dire «fine comunicativo»?

Faccio un esempio per essere più chiaro. In questo momento, io sto rispondendo alle tue domande al fine di comunicare un concetto che riguarda i disturbi del linguaggio. Se ripetessi delle frasi vuote, come le frasi dei cartoni animati, non starei comunicando nulla. In tal caso, sì, è vero che sto utilizzando il linguaggio, ma non a scopo comunicativo, perciò parlo di un modo stereotipato, cioè ripetitivo senza alcun fine.

Quindi, il linguaggio può avere una forte valenza pragmatica comunicativa oppure può essere vuoto non attinente al contesto. Il disturbo del linguaggio è ancorato alla valenza comunicativa. Seguire passivamente il televisore, non ci espone alla valenza comunicativa.

La visione passiva del televisore non serve a nulla. Se i genitori hanno questo desiderio irrefrenabile di far vedere il televisore ai bambini, devono mettersi accanto a loro ed il televisore deve diventare uno strumento comunicativo. Allora, sì che può essere utile. In molte case, il televisore è sempre acceso. Il bambino passa, si ferma lì davanti e poi riparte. Questo non solo è inutile, ma è anche dannoso cioè può causare un ritardo nell’acquisizione del linguaggio.

Ripetere le parole è utile per acquisire il linguaggio?

Molti genitori fanno ripetere ai propri figli delle paroline pensando che questo esercizio favorisca l’acquisizione del linguaggio, ma questo non serve a niente. È come imparare a parlare l’inglese ripetendo le singole parole. Impari molto di più se quelle parole sono inserite in un contesto comunicativo, cioè un contesto in cui devi utilizzare il linguaggio per esprimere dei bisogni, dei desideri o dei pensieri. L’acquisizione del linguaggio deve essere ancorata al pensiero, perché è la forma con cui il pensiero si esprime.

In che modo viene stimolato il linguaggio?

Il linguaggio viene stimolato attraverso la relazione tra mamma, papà e ogni altra figura di riferimento adulta e il bambino. È molto importante sottolinearlo. Uno degli strumenti più efficaci per fare apprendere il linguaggio sono i giochi linguistici, le canzoncine, le filastrocche e la lettura dei libri. Anche per i bambini di due anni che hanno dei tempi di attenzione limitati, è consigliabile raccontare piccole e brevi storie, in quanto si è visto che questo facilita l’acquisizione del linguaggio.

Quando un bambino inizia a pronunciare le prime parole?

L’acquisizione del linguaggio segue delle tappe che, ormai, sono abbastanza note e sono anche piuttosto stabili tra i bambini. Addirittura prima della nascita, il bambino può già comunicare con la propria mamma. Appena nato, comunica con il pianto i propri bisogni, poi comincia a comunicare con lo sguardo, poi inizia a produrre il gesto. Di solito, quando la produzione gestuale è abbastanza ricca, intorno all’anno, compaiono le prime parole.

Ci sono bambini che dicono «mamma» e «papà» a 10 mesi, mentre altri bambini pronunciano queste parole tra i 15 e i 18 mesi. Non c’è un momento preciso, non è una cambiale che scade. Tutti questi casi sono normali, perché la variabilità è enorme.

Quando compaiono le prime frasi?

Prima che il bambino componga le prime frasi, deve avere nel proprio vocabolario un numero di parole piuttosto consistente: diciamo tra le 50 e le 100 parole. Riprendiamo l’esempio della lingua straniera. Se conosci 10 parole, non puoi comporre una frase. Quindi, la grammatica segue il lessico. Le prime frasi compaiono intorno ai 24 mesi. Entro i due anni ci si aspettano le prime frasi. Se dopo i 24 mesi, il bambino non dice una parola oppure non compone delle frasi, a quel punto, parliamo di ritardo di linguaggio.

Che differenza c’è tra ritardo e disturbo del linguaggio?

Il ritardo del linguaggio non vuol dire malattia, ma significa semplicemente che un bambino normale potrebbe essere un late talker (cioè un parlatore tardivo). Noi iniziamo a preoccuparci a quattro anni. Se a questa età il bambino non compone delle frasi, non usa articoli e preposizioni, non coniuga i verbi correttamente, parliamo di un disturbo primario del linguaggio (se non ci sono altri disturbi associati).

Quali sono i parametri che bisogna valutare?

Finora, abbiamo parlato di produzione del linguaggio (cioè di quello che il bambino dice). C’è un’altra variabile molto critica che bisogna considerare ed è la comprensione. Quindi, i parametri da valutare sono la produzione e la comprensione del linguaggio.

Se a due anni, un bambino non capisce quello che mamma e papà gli dicono, allora questo è un elemento di forte preoccupazione, più della mancata produzione del linguaggio.

Perché la mancata comprensione deve preoccupare più della mancata produzione del linguaggio?

Perché un bambino che non capisce potrebbe essere un bambino sordo oppure potrebbe avere una forma di epilessia o altri disturbi che possono compromettere fortemente la comprensione. I bambini che hanno un deficit di comprensione hanno meno possibilità di recupero spontaneo e devono essere seguiti con una certa attenzione.

Diciamo che un bambino che capisce tutto, ma che a tre anni produce singole parole è un bambino che non deve destare particolare preoccupazione. Se, al contrario, a due anni il bambino non capisce nulla di ciò che mamma e papà gli dicono, allora forse bisogna porsi qualche domanda.

Poi, ovviamente, i disturbi del linguaggio possono essere legati ad altri problemi. Il bambino che tarda a parlare deve essere valutato dal neuropsichiatra. Un bambino che ha l’autismo arriva dal neuropsichiatra perché non parla. In genere, il primo segnale è questo.

Come distinguere i bambini affetti dai disturbi del linguaggio dai parlatori tardivi?

Questo non è facile capirlo. Se a due anni arriva un bambino che non parla, che parla poco e parla male, viene fatta una diagnosi di disturbo del linguaggio e si chiede ai genitori di non lasciarlo da solo davanti al televisore, di raccontargli delle storie, di usare il linguaggio a scopo comunicativo. Poi, bisogna seguirlo nel tempo e valutare come procede la situazione. Quindi, è importante la diagnosi differenziale del neuropsichiatra.

Cos’è la disprassia verbale?

Disprassia vuol dire difficoltà a coordinare i movimenti volontari. Ci sono bambini che hanno una buona competenza linguistica, cioè conoscono molte parole, sono in grado di usare le regole grammaticali (quindi, coniugano i verbi, usano bene le preposizioni e gli articoli), fanno fatica ad articolare correttamente le parole. Ad esempio, alcuni bambini non riescono a dire bene la «r», la «s». Altri bambini hanno difficoltà ancora più marcate: loro articolano così male le parole che non si capisce quello che dicono.

A cosa sono dovute queste difficoltà?

Il linguaggio nasce dal nostro cervello, però si realizza grazie all’articolazione, ai movimenti corretti di respirazione ed espirazione. Si è visto che questo tipo di problemi spesso sono legati ad un uso prolungato del ciuccio o del biberon che porta i bambini a stare con la bocca aperta. Si tratta di quei bambini che, ad esempio, possono russare, avere bruxismo, cioè digrignano i denti e sono sempre con la lingua un po’ di fuori. Ci sono bambini che non masticano abbastanza e preferiscono mangiare alimenti molto morbidi, addirittura frullati anche in età avanzata (verso un anno e un anno e mezzo).

In questo caso, occorre procedere con interventi mirati, evitare l’uso del ciuccio o del biberon, consumare determinati cibi che possano favorire la masticazione, ecc.

Quali sono le figure professionali a cui rivolgersi oltre al neuropsichiatra?

Il modello che adoperiamo noi è un modello integrato in cui operano insieme il neuropsichiatra, il logopedista e lo psicologo per fornire una visione della crescita del bambino completa a 360°.

C’è da ricordare che i logopedisti non sono abilitati a fare la diagnosi, ma è importante che facciano la valutazione coordinandosi con il neuropsichiatra e, possibilmente, anche con uno psicologo il quale può valutare le relazioni educative che intercorrono tra il bambino ed i genitori.

Come avviene la diagnosi dei disturbi del linguaggio?

In genere, quando un bambino ha difficoltà del linguaggio, bisogna rivolgersi ad un neuropsichiatra infantile. Spesso, quando c’è un grave disturbo del linguaggio, il primo esame, quello più importante da fare è l’esame biometrico. Si tratta di un esame finalizzato ad appurare la normoacusia, cioè la capacità di sentire da parte del bambino.

Dopo aver fatto la diagnosi di disturbi del linguaggio e dopo aver valutato se si tratta di un disturbo del linguaggio primario o secondario, piuttosto che di un autismo, sarà individuato il trattamento più efficace per il caso specifico.

Quali sono i trattamenti più efficaci per i disturbi del linguaggio?

Ad esempio, il trattamento logopedico per i disturbi di linguaggio primari. Se dovesse trattarsi del disturbo autistico si procederà con un trattamento cognitivo comportamentale. Se c’è un problema di epilessia, si consiglia un trattamento farmacologico. Ecco perché è importante un’equipe medica composta da diversi specialisti.

È bene che gli esperti forniscano ai genitori dei suggerimenti su come favorire la comunicazione e la comparsa del linguaggio. Ad esempio, i giochi linguistici. Bisogna sostenere l’azione educatrice dei genitori per favorire la comparsa del linguaggio. Inoltre, un bambino impara più velocemente a parlare se inserito in una piccola comunità di coetanei, ad esempio il nido. La scuola dell’infanzia ha una grande valenza.

Nella stragrande maggioranza dei casi, i disturbi del linguaggio primari hanno un’ottima evoluzione, cioè questi problemi si risolvono.

Se questi disturbi non vengono trattati correttamente, a quali conseguenze si va incontro?

Il rischio è che nella scuola primaria possano comparire dei Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa). È bene ricordare che il 50% dei dislessici ha avuto un disturbo del linguaggio. Ovviamente, non è detto che chi ha un disturbo del linguaggio in seguito possa avere un Dsa, non è una tappa obbligatoria, però è molto frequente e non bisogna sottovalutare queste difficoltà. Il Dsa può essere l’evoluzione di altri disturbi che ci sono alla base, come i disturbi del linguaggio.

Disturbi del linguaggio: giurisprudenza

Dopo aver approfondito i disturbi del linguaggio nell’intervista al dr. Stefano Vicari, a seguire ti parlerò di due interessanti pronunce della Corte di Cassazione.

Abusivo esercizio della professione

La Corte di Cassazione ha stabilito che il sociologo clinico che svolge atti di competenza dello psichiatra, dello psicologo o dello psicoterapeuta commette il reato di esercizio abusivo della professione.

Nel caso sottoposto all’esame della Suprema Corte si trattava di attività che per continuità, onerosità ed organizzazione erano state eseguite con modalità tali da creare l’oggettiva apparenza di un’attività professionale posta in essere da una persona con competenze specifiche e regolarmente abilitata. Nel caso di specie, il sociologo clinico aveva compiuto interventi diagnostici e trattamenti terapeutici relativi a balbuzie e depressione.

Diffusione di conversazione telefonica e balbuzie di uno dei conversanti

Con una recente sentenza, la Cassazione ha precisato che integra il reato di diffamazione la diffusione con modalità caricaturali di una conversazione telefonica in cui emerge chiaramente il balbettante eloquio di uno dei conversanti, in quanto non è possibile escludere l’offensività della condotta per essere la balbuzie della vittima già nota in ampio ambito sociale.


note

[1] Cass. sez. 6 pen. sent. n. 23843 del 31.05.2013.

[2] Cass. sez. 5 pen. sent. n. 47175 del 27.11.2013.


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8 Commenti

  1. E’ molto importante che i bambini con i disturbi del linguaggio vengano aiutati costantemente a casa e a scuola. Nelle scuole, ci sono insegnanti che con tanta pazienza incoraggiano i nostri piccoli. E non immaginate quanto sia importante per loro sentirsi accettati e non diversi.

  2. Quest’anno, nella classe di mio figlio, la maestra ha fatto preparare le poesie e le canzoncine natalizie. Facendo tutto a distanza, potete immaginare quanto sia stato difficile riuscire a coordinarci fra noi. Allora, il mio piccolo con entusiasmo ha provato e riprovato i compiti assegnati e giocando con il cappellino di Babbo Natale e le decorazioni natalizie abbiamo ripetuto e imparato insieme le poesie e le canzoncine. Non potete immaginare il suo sorriso soddisfatto quando è riuscito a recitare tutto e a cantare correttamente, nonostante le sue difficoltà. Ogni giorno, con il massimo impegno e la vicinanza degli insegnanti e degli alunni, anche a distanza, riusciamo a fare piccoli grandi passi.

  3. Queste informazioni sono molto utili. E’ fondamentale trattare questi argomenti e far capire ai genitori e agli insegnanti come bisogna aiutare i piccoli con disturbi del linguaggio. E’ possibile intervenire e non rassegnarsi mai. Bisogna star ancora più vicini ai bimbi con difficoltà e non farli sentire mai diversi dagli altri bambini, mai sbagliati. Non bisogna mai accusarli di non impegnarsi abbastanza, perché bisogna trovare il modo giusto per dirle certe cose ed essere pazienti, investire il tempo a nostra disposizione per incoraggiare i nostri figli. Io consiglio di rivolgersi a un’equipe ben strutturata così da individuare la terapia più efficace.

  4. I bambini che hanno un disturbo del linguaggio devono essere seguiti da specialisti e devono essere accolti in casa e in classe. A volte, i piccoli si sentono demotivati quando non riescono a pronunciare le paroline oppure hanno difficoltà a parlare in maniera fluente, ma è proprio qui che devono intervenire gli adulti e fungere da guida. Piazzarli davanti uno schermo (tv, tablet, pc, smartphone) non li aiuterà a parlare meglio e più in fretta. Bisogna seguirli con pazienza e stimolare le loro menti

  5. Sicuramente, questo periodo di pandemia non è stato d’aiuto per i piccoli che presentano questi disturbi. Come si fa ad insegnargli a leggere e a parlare correttamente con la didattica a distanza? Noi genitori lavoriamo in smart working e cerchiamo di seguire il nostro bambino durante le lezioni. Io e mio marito ci alterniamo per aiutarlo il più possibile, ma capite bene che tutta questa situazione diventa stressante per lui e per noi. Tuttavia, nonostante le difficoltà dei primi temi, ora sembra che piano piano le cose stanno migliorando e anche lui sta facendo i suoi progressi. Mi auguro che, con le dovute cautele, ricomincino le lezioni in presenza così da consentire anche a lui di socializzare con gli altri bambini e rapportarsi anche nel linguaggio con i suoi coetanei

  6. Concordo sul fatto che sia molto importante parlare di questi disturbi e fare corretta informazione anche per aiutare gli altri genitori a comprendere così da sensibilizzare i loro figli e insegnare come ci si comporta quando in classe ci sono bambini con queste difficoltà. L’elemento psicologico è molto importante dal mio punto di vista ed un bambino che non si sente accolto dagli altri può poi rinchiudersi in se stesso e isolarsi, diventare dipendente da videogiochi e Internet e arrivare alla depressione. Ecco perché bisogna sempre aiutare i bimbi e non farli sentire diversi, speciali. Tutti i bimbi devono essere trattati allo stesso modo e devono essere aiutati a superare certe difficoltà.

  7. Un tema molto interessante che è stato approdondito molto bene a mio parere. Vorrei capire se esistono delle strategie che possiamo mettere in pratica per aiutare questi bambini a sviluppare il linguaggio con maggiore facilità. Grazie mille

    1. Grazie mille. Continua a seguirci. Prossimamente, potrai trovare sulle nostre pagine un articolo sulla comunicazione alternativa aumentativa in cui spiegheremo come aiutare i bambini e gli adolescenti in età evolutiva.

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