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Se non pago il mantenimento cosa succede

20 Ottobre 2020
Se non pago il mantenimento cosa succede

Non sempre l’omesso versamento dell’assegno di mantenimento all’ex moglie costituisce reato: se non c’è uno stato di bisogno non c’è neanche illecito penale.

Cosa succede a chi non paga il mantenimento all’ex coniuge? Per quanto il giudice, nel quantificare la misura degli alimenti, debba tenere conto delle effettive possibilità economiche del soggetto obbligato, possono intervenire, nella vita di quest’ultimo, una serie di eventi che ne alterino le condizioni patrimoniali. È ad esempio l’ipotesi di chi perde il lavoro o subisce una malattia e debba per questo affrontare ingenti spese mediche. Oppure potrebbe trattarsi di un semplice evento episodico e straordinario, che comprometta però il bilancio personale (si pensi alla necessità di cambiare auto a seguito di un incidente stradale, alla rottura dei tubi dell’appartamento, a un trasferimento, e così via).

Insomma, il futuro è sempre incerto. E quando si vive con un reddito appena sufficiente per far quadrare l’ordinaria amministrazione, è facile trovarsi in cattive acque per le più svariate cause.

Ebbene, in una di queste ipotesi, è normale chiedersi: «Se non pago il mantenimento cosa succede?». Cosa si rischia se l’ex coniuge non riceve gli alimenti?

Sarà a tutti noto che la legge punisce penalmente l’omesso versamento degli alimenti, tanto ai figli quanto al coniuge. Tuttavia, se per i primi il reato scatta in automatico – poiché, se minorenni, si presumono essere sempre in una condizione di incapacità economica – per il coniuge invece non è così. Il reato di omesso versamento del mantenimento all’ex coniuge scatta solo quando questi versa in una condizione di bisogno. Tale aspetto, assai determinante per stabilire quando l’inadempimento costituisce reato e quando no, è stato messo in rilievo da una recente sentenza della Cassazione penale [1]. Ma procediamo con ordine e vediamo cosa succede se non si paga il mantenimento. 

Il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare 

L’articolo 570 del Codice penale stabilisce la pena della reclusione fino a 1 anno o la multa da 103 a 1.032 euro a carico di chi «si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, alla tutela legale, o alla qualità di coniuge».

Perché si configuri il reato, devono sussistere i seguenti elementi:

  • la vittima deve versare in stato di bisogno. Come anticipato sopra, rispetto ai figli minori lo stato di bisogno è presunto e insito nel fatto stesso che si tratta di soggetti che non possono procurarsi un reddito proprio;
  • il soggetto obbligato deve avere la concreta capacità di fornire i mezzi di sussistenza. Se invece si trova nell’impossibilità assoluta e incolpevole di somministrare tali mezzi, il reato è escluso, come specificato al n. 6194;
  • la mancata assistenza deve avere l’effetto di far mancare totalmente o parzialmente i mezzi di sussistenza. 

Quando si parla di mezzi di sussistenza si intende:

  • tutto ciò che attiene ai bisogni elementari dell’esistenza (vitto, abbigliamento, abitazione, medicinali, ecc.);
  • spese per l’istruzione dei figli;
  • altri beni importanti anche se relativi ad esigenze qualificabili come secondarie o complementari alla vita quotidiana, come i libri di istruzione per i figli minori, i mezzi di trasporto, i canoni per luce, gas, riscaldamento.

Lo stato di bisogno dell’ex coniuge

L’omesso versamento dell’assegno, in assenza di un vero stato di bisogno dell’ex, non costituisce reato se dovuto a precarie condizioni economiche del soggetto obbligato.

Pertanto, «in assenza del presupposto dello stato di bisogno di un coniuge, anche quando la capacità del soggetto obbligato non possa dirsi venuta meno, la stessa deve comunque essere comparata con quella dell’altro, onde stabilire se e come possano modularsi i rapporti economici al fine di assicurare il tendenziale mantenimento del medesimo regime».

Ne deriva «la necessità di stabilire un confronto con la situazione ipotizzabile nel caso di regolare menage familiare, esposto agli effetti derivanti da eventi incidenti in senso eventualmente peggiorativo».

Lo stato di bisogno

Non può essere punito chi non versa il mantenimento perché si trova in uno stato di indigenza tale da non consentire neppure un adempimento parziale. L’impossibilità economica deve essere quindi oggettiva e totale. 

Il semplice fatto di non lavorare o di essere stati licenziati non basta ad escludere la responsabilità penale se il soggetto è proprietario di altri beni (ad esempio, una casa), potendo procedere a vendere questi ultimi per procurarsi quanto necessario per il versamento degli alimenti. 

Lo stato di indigenza deve essere involontario e incolpevole, come nel caso del sopraggiungere di una malattia che incide sulle capacità di produzione di reddito.  

A tal proposito, i giudici richiamano la recente decisione che ha sancito il principio secondo cui «ai fini della configurabilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio».

Se non pago il mantenimento cosa succede?

In sintesi, chi non paga il mantenimento può subire un procedimento penale a meno che non dimostri di versare in condizioni di oggettiva incapacità non dipendenti da sua volontà (sarebbe il caso di chi si dimette volontariamente dal lavoro) o che l’ex coniuge non versi in un effettivo stato di bisogno.


note

[1] Cass. sent. n. 28774/20 del 16.10.2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 30 settembre – 16 ottobre 2020, n. 28774

Presidente Bricchetti – Relatore Ricciarelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 24/4/2019 la Corte di appello dell’Aquila ha confermato la condanna di D.S.R. , pronunciata dal Tribunale di Avezzano in data 21/3/2018, ma ha riqualificato il fatto ai sensi dell’art. 570 c.p., comma 1, rideterminando la pena.

2. Ha presentato ricorso il D.S. tramite il suo difensore.

Con l’unico articolato motivo denuncia violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’attribuibilità della condotta e alla sussistenza dell’elemento sia oggettivo che soggettivo del reato.

Premessa una ricostruzione dell’evoluzione dell’interpretazione

giurisprudenziale, segnala che il reato di violazione dell’obbligo di assistenza, in relazione al mancato versamento dell’assegno fissato dal Presidente del Tribunale in sede civile, avrebbe potuto ravvisarsi solo ove si fosse accertato che il fatto era il segno della volontà del soggetto di disconoscere i doveri di assistenza e non la conseguenza di precarie condizioni economiche.

Ma in tale quadro era stata pretermessa la valutazione degli elementi addotti a sostegno dell’assunto dell’impossibilità per il ricorrente di corrispondere l’assegno in favore dell’ex coniuge, a fronte del versamento di quanto dovuto al figlio minore.

Inoltre, non era stato considerato il dato probatorio costituito dalla sentenza pronunciata in sede di separazione, con la quale era stato revocato l’assegno di mantenimento in favore dell’ex-coniuge nel presupposto che non residuasse una capacità contributiva ulteriore del ricorrente.

D’altro canto, le dichiarazioni della persona offesa non erano state sottoposte ad una valutazione rigorosa e penetrante di attendibilità ed era mancata una idonea motivazione fondata su un’analisi completa degli elementi indiziari.

Sul piano soggettivo non era stata verificata la deliberata intenzione del ricorrente di venir meno agli obblighi, a fronte delle addotte precarie condizioni economiche e della necessità di avvalersi dell’aiuto dei familiari per far fronte agli obblighi verso il minore.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. La Corte, nel dar conto della mancanza di elementi tali da comprovare uno stato di bisogno dell’ex-coniuge, ha tuttavia ritenuto che la condotta di omesso versamento di alcune mensilità dell’assegno fissato con provvedimento presidenziale in sede civile costituisse violazione dell’obbligo di assistenza, rilevante agli effetti dell’art. 570 c.p., comma 1.

3. Va al riguardo rimarcato che tale obbligo, a seguito della separazione, implica uno specifico riferimento alla rispettiva capacità contributiva in funzione della conservazione di un corrispondente regime.

Ciò comporta che, in assenza del presupposto dello stato di bisogno di un coniuge, anche quando la capacità del soggetto obbligato non possa dirsi venuta meno, la stessa debba comunque essere comparata con quella dell’altro, onde stabilire se e come possano modularsi i rapporti economici al fine di assicurare il tendenziale mantenimento del medesimo regime.

Di qui la necessità di stabilire un confronto con la situazione ipotizzabile nel caso di regolare menage familiare, esposto agli effetti derivanti da eventi incidenti in senso eventualmente peggiorativo.

Proprio in tale prospettiva può dirsi che l’omesso versamento dell’assegno, in assenza di un vero stato di bisogno dell’avente diritto, possa rientrare nella violazione dell’obbligo di assistenza, contemplato dall’art. 570 c.p., comma 1, in quanto la condotta si ponga in conflitto con il riconoscimento di quell’obbligo e non sia invece ascrivibile a precarie condizioni economiche.

Deve del resto sul punto richiamarsi un recente arresto, che ha specificamente ribadito il principio secondo cui “ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570 c.p., comma 1, in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio” (Sez. 6, n. 25246 del 3/5/2018, T., Rv. 273274; in senso conforme Sez. 6, n. 52393 del 26/11/2014, S., Rv. 261593).

4. Alla luce di tale analisi la motivazione della sentenza impugnata risulta all’evidenza mancante, in quanto da un lato ascrive all’imputato l’onere di allegare elementi comprovanti l’impossibilità di adempiere, ma dall’altro non si sofferma specificamente sugli stessi in funzione della valutazione necessaria, alla luce del quadro valutativo come sopra rappresentato.

In particolare la Corte ha del tutto omesso di prendere in considerazione un dato essenziale, costituito dalla sentenza di separazione pronunciata dal Tribunale, con la quale era stato revocato l’obbligo di mantenimento in favore dell’ex-coniuge a carico del ricorrente, nel presupposto che non residuasse una sua capacità contributiva ulteriore: si tratta di elemento idoneo a fotografare la situazione dalla quale potrebbe desumersi la configurabilità di un obbligo di assistenza, elemento che avrebbe dovuto dunque essere sottoposto a rigoroso vaglio, al fine di trarne conseguenze rilevanti o se del caso al fine di escludere che la situazione rappresentata nella sentenza di separazione corrispondesse a quella sussistente nel periodo di tempo oggetto dell’imputazione.

Va del resto rimarcato come con la sentenza in precedenza citata (Sez. 6, n. 25246 del 3/5/2018) fosse stata annullata la sentenza di condanna in una situazione specularmente corrispondente a quella in esame, in quanto il giudice di merito non aveva valutato l’incidenza sull’esistenza dell’obbligo di reciproca contribuzione dei coniugi della successiva revoca dell’assegno di mantenimento stabilito con l’ordinanza presidenziale, potendo detta circostanza influire sul tenore della vita coniugale e determinare delle modifiche delle rispettive situazioni reddituali.

5. In conclusione si impone l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di Perugia.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di Perugia.


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