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Medico chiede soldi per operazione: che fare

21 Ottobre 2020 | Autore:
Medico chiede soldi per operazione: che fare

Abuso e costrizione del paziente fanno scattare il reato di concussione; ma i requisiti e le condizioni per arrivare alla condanna sono stringenti.

Hai necessità di sottoporti ad un intervento chirurgico, ma il medico ospedaliero al quale ti sei rivolto ti chiede – anzi, ti costringe, vista la tua situazione – a dargli dei soldi affinché tu possa essere operato in tempi brevi in una sua clinica privata o in una diversa struttura convenzionata con il Servizio sanitario nazionale, dove ci sono posti liberi, così saltando le liste di attesa.

Che fare se il medico chiede soldi per un’operazione? Per la Cassazione egli risponde del grave reato di concussione, ma attenzione: per arrivare alla sua condanna occorre una rigorosa prova dell’abuso compiuto e della costrizione svolta sul malato, non sono sufficienti la sola richiesta del denaro e la sua avvenuta consegna.

Il reato di concussione in ambito medico

Il delitto di concussione [1] sussiste quando un pubblico ufficiale o  un incaricato di un pubblico servizio, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe un’altra persona a dare o a promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altre utilità. Per questo reato è prevista la pena della reclusione da 6 a 12 anni.

Il medico risponde di questo reato perché è un pubblico ufficiale, quando svolge la sua attività in una struttura pubblica oppure convenzionata con il Servizio sanitario nazionale (Ssn) [2]. In quest’ultimo caso, il regime di affidamento attribuisce a soggetti privati alcune attività proprie e tipiche del Ssn.

L’abuso della sua qualità o dei suoi poteri (prescrivere esami, visitare, diagnosticare malattie, operare, formulare terapie, rilasciare certificati, ecc.) avviene quando egli li esercita per scopi diversi da quelli per i quali gli sono stati attribuiti e, dunque, per finalità esorbitanti da quelle ad essi proprie. Così viene leso, in particolare, il principio di imparzialità di trattamento.

La costrizione si realizza quando c’è una coartazione della volontà altrui, con una pressione psicologica che non lascia un margine di scelta se non quello di aderire alla pretesa illecita, versando il denaro o le altre utilità richieste pur di ottenere la prestazione sanitaria.

Se manca questa costrizione e c’è solo l’abuso di qualità o poteri, l’agente risponderà del più lieve reato di induzione indebita a dare o promettere denaro o altre utilità [3]. In entrambi i casi, si deve sporgere denuncia per le condotte illecite di cui si è vittima.

Medico invita i pazienti nello studio privato

Scendendo nel concreto, può accadere che un medico inviti i pazienti della struttura pubblica, o convenzionata con il Ssn, a recarsi nel suo studio privato. Tale comportamento è legittimo se egli propone la prestazione privata come possibile ed anche efficace alternativa a quella del servizio sanitario pubblico, ma diventa illecita se egli la prospetta come unico rimedio valido per far ottenere al paziente ciò che, altrimenti, sarebbe ostacolato o impossibile.

Se l’invito non assume i caratteri della costrizione che abbiamo esaminato, non sussisterà il reato di concussione. Un metodo per capire se la richiesta di fare una visita privata o di ricoverarsi presso una struttura non accreditata presso il Ssn è illecita può essere quello di chiedere le differenze, in termini di trattamento e di risultati, tra le possibilità offerte dal servizio pubblico e quello privato. Se la risposta dovesse far capire al paziente che l’unica soluzione praticabile è quella di ricorrere al servizio privato – guarda caso proprio e solo quello proposto dal medico in questione – dovrà scattare il campanello d’allarme.

La Corte di Cassazione [4] ha affermato che il medico della struttura pubblica che dirotta le pazienti presso il suo studio privato per eseguire aborti illegali, allungando i tempi di attesa per praticare l’interruzione di gravidanza in ospedale, risponde di concussione.

Medico chiede soldi per praticare un intervento

Un caso tipico di concussione è quello in cui il medico ospedaliero propone di operare personalmente un ammalato grave, dandogli precedenza sugli altri pazienti, prospettandogli l’urgenza dell’intervento “salvavita” e chiedendogli, per praticarlo, una somma di denaro. Il paziente è costretto a cedere ed effettua il pagamento indebito temendo altrimenti di poter morire in assenza di questa operazione chirurgica che gli è stata prospettata come unica possibilità di salvezza.

Recentemente, la Cassazione [5] si è occupata di un caso riguardante un medico chirurgo che avrebbe costretto un paziente a versargli una somma di denaro per rendere possibile un intervento presso una clinica convenzionata con il Ssn dove egli lavorava come libero professionista.

Qui, però, la Suprema Corte non ha confermato la condanna per concussione emessa dalla Corte d’Appello ed ha annullato la sentenza con rinvio per un nuovo giudizio di merito. Non era emersa compiutamente, infatti, la prova della costrizione del paziente alla consegna del denaro e, in particolare, non era stata prospettata «l’alternativa cruciale di continuare a soffrire o di essere operata» (l’ammalata era affetta da stenosi alla spina dorsale).

Nel caso esaminato – osservano gli Ermellini – per l’intervento specialistico era necessaria una proposta di ricovero da parte di un medico prescrittore, altrimenti non avrebbe potuto essere eseguito. Inoltre, il medico in questione aveva un suo determinato “spazio operatorio” assegnatogli dalla clinica, che poteva gestire con autonomia quanto ai tempi di effettuazione degli interventi e senza liste di attesa; ma nel giudizio penale non era emerso perché l’intervento presso la struttura accreditata «fosse l’unica speranza per la paziente, laddove era pur sempre possibile il ricorso a strutture pubbliche o comunque ad altre cliniche private accreditate».

Perciò, i giudici di piazza Cavour hanno rilevato che nella vicenda non erano emerse «forme di strumentalizzazione» da parte del medico nella gestione della malattia, «tali da creare una «situazione di pressione sulla paziente in funzione della soluzione “salvifica” dell’intervento presso la struttura convenzionata».


note

[1] Art. 317 Cod. pen.

[2] D.Lgs. n. 502 del 30 dicembre 1992.

[3] Art. 319 quater Cod. pen.

[4] Cass. sent. n. 1082 del 11 gennaio 2017 e Cass. sent. n. 13411 del 5 marzo 2019.

[5] Cass. sent. n. 28952 del 20 ottobre 2020.


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