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Commercialista sbaglia la contabilità: chi paga?

21 Ottobre 2020 | Autore:
Commercialista sbaglia la contabilità: chi paga?

In quali casi può affermarsi la responsabilità del professionista per errori o negligenze e quali sono le voci di danno risarcibile al contribuente assistito.

Il tuo commercialista si sta rivelando piuttosto negligente: dimentica di informarti sulle opportunità di risparmio fiscale, è vago quando gli domandi qualcosa sugli obblighi e sulle scadenze e, soprattutto, commette errori seri nella tenuta delle scritture contabili, nella redazione dei bilanci e delle dichiarazioni dei redditi.

Non è solo distrazione o qualche dimenticanza occasionale, si tratta di qualcosa di più profondo e dunque più grave. Gli effetti per te potrebbero essere devastanti poiché, di fronte al Fisco, il primo (e spesso l’unico) a fare le spese di questi sbagli è il contribuente, non chi lo assiste.

Tuttavia, il professionista ha dei doveri nei tuoi confronti e deve svolgere le proprie prestazioni con diligenza ed attenzione. Bisogna allora capire quali sono le conseguenze della violazione di questi obblighi e arrivare a stabilire chi paga se il commercialista sbaglia la contabilità e gli adempimenti conseguenti che è suo compito porre in essere in quanto incaricato e delegato dal cliente.

Occorre stabilire innanzitutto a chi spetta, in tali casi, il pagamento delle sanzioni applicate dal Fisco per le violazioni riscontrate e, nel caso in cui il contribuente abbia già dovuto versarle, se è possibile ottenere il risarcimento dei danni dal commercialista che non ha svolto correttamente le funzioni assegnategli.

Ad aiutare in queste risposte impegnative è arrivata una nuova sentenza della Cassazione che ha definito i principi di tutela del cliente quando emergono delle carenze nella contabilità tenuta dal commercialista.

Commercialista: la responsabilità professionale

Il commercialista è un prestatore d’opera intellettuale: un professionista abilitato, in quanto iscritto nell’apposito Ordine dei Commercialisti e degli Esperti contabili, a prestare servizi e consulenza in materia fiscale e contabile ed a svolgere molti altri compiti e funzioni stabiliti dalla legge [1].

Nello svolgimento dell’attività, al professionista commercialista è richiesto un dovere di diligenza qualificata [2], vale a dire superiore rispetto a quella richiesta ad una persona comune; la sua misura è commisurata allo sforzo richiesto per soddisfare le esigenze del cliente, che possono essere più o meno complesse.

Nei casi che la legge [3] definisce «di speciale difficoltà» il professionista risponde dei danni solo in caso di dolo o di colpa grave; altrimenti risponde anche per negligenza, imprudenza o imperizia e, dunque, per colpa lieve, quando con le sue condotte attive oppure omissive compromette o aggrava la posizione del proprio assistito nei confronti dell’Erario.

Il danno risarcibile

Quando si realizza un inadempimento nel senso che abbiamo visto, il danno risarcibile sarà costituito dai maggiori oneri che il contribuente è costretto a sostenere nei confronti del Fisco in conseguenza degli errori commessi dal commercialista.

Si potrà trattare, quindi, di una perdita patrimoniale consistente in vari tipi di spese, ma tutte devono essere direttamente derivanti dall’omesso, inesatto, incompleto o tardivo adempimento degli obblighi tributari che, una volta constatato dall’Amministrazione finanziaria, comporterà l’irrogazione di sanzioni e l’applicazione di interessi, fermo restando che le imposte e le tasse rimangono sempre dovute dal contribuente (ma non quelle eventualmente maggiorate in conseguenza degli errori del commercialista, come vedremo tra poco).

Commercialista: gli errori tipici

Gli errori più frequenti che comportano l’insorgere di questa responsabilità professionale e risarcitoria riguardano la vasta congerie degli adempimenti fiscali e delle relative scadenze. I più comuni riguardano l’errata tenuta delle scritture contabili, l’omissione di alcune formalità previste dalla normativa tributaria (specialmente quella relativa al settore di attività in cui opera il contribuente), l’omesso, ritardato o errato invio delle dichiarazioni previste (a partire da quella dei redditi e dell’Iva) o delle comunicazioni periodiche all’Amministrazione finanziaria e la mancata informazione al cliente su alcuni suoi diritti e facoltà, come quella del contraddittorio preventivo con gli Uffici finanziari.

In concreto, le condotte possono essere le più svariate, come non registrare correttamente i documenti fiscali o sbagliare la compilazione di qualche quadro o rigo dei modelli dichiarativi. Un problema tipico è quello degli errori bloccanti il sistema telematico di interscambio con l’Agenzia delle Entrate, ma per la Cassazione [4] si tratta di «disguidi tecnici» che rientrano tra gli inconvenienti prevedibili che il professionista deve saper risolvere e superare (leggi “Dichiarazione in ritardo: quando è colpa del commercialista“).

Anche una consulenza fiscale può rivelarsi sbagliata, e la cattiva strategia o gli errati suggerimenti possono avere conseguenze devastanti per il contribuente, quando gli viene suggerita senza valida ragione una strada fiscalmente più onerosa anziché quella conveniente, che deve comunque essere sempre legittima e concretamente praticabile; perciò, essa comporta il risarcimento dei danni [5].

Gli errori nella tenuta della contabilità

Una nuova pronuncia della Cassazione [6] ha affermato che il cliente va risarcito delle maggiori imposte e sanzioni applicate dal Fisco e dovute alle carenze nella tenuta delle scritture contabili da parte del commercialista.

Nella vicenda, il professionista aveva omesso di informare la società assistita circa l’obbligo di allegare la documentazione necessaria per ottenere il riconoscimento della deducibilità dei costi (nel caso specifico, quelli di propaganda, pubblicità e rappresentanza).

La prestazione professionale svolta è stata ritenuta negligente poiché a seguito delle omissioni contabili si erano verificate gravi ripercussioni sulla redazione dei bilanci e sulla presentazione delle dichiarazioni dei redditi del contribuente, che aveva instaurato l’azione di risarcimento danni ottenendo, però, dalla Corte d’Appello il solo riconoscimento del diritto a rivalersi sul commercialista per le sanzioni applicate dall’Amministrazione finanziaria.

La Suprema Corte, invece, ha stabilito che in tal caso vanno risarcite anche le somme spese dal contribuente per le maggiori imposte applicate a seguito della mancata deducibilità dei costi, che era conseguenza degli errori colposi compiuti dal commercialista, al quale erano riconducibili le carenze.

Ma il giudizio non si è concluso: i giudici di piazza Cavour hanno rinviato alla Corte d’Appello per accertare se sia in concreto imputabile al professionista il «nesso di causalità giuridica» tra l’inadempimento del professionista e gli importi pagati dalla società committente a seguito dell’accertamento fiscale svolto nei suoi confronti e, in particolare, «se sia o meno imputabile al professionista, quale inesatto adempimento della prestazione dovuta, la mancata indicazione alla società dei caratteri che doveva avere la documentazione da allegare alle dichiarazioni fiscali ai fini della deducibilità dei costi di pubblicità, propaganda e rappresentanza, nonché se gli sia altresì imputabile la mancata corretta redazione del quadro EC della dichiarazione dei redditi, che ha determinato l’impossibilità di dedurre gli ammortamenti anticipati».

Per approfondire le tematiche trattate leggi anche questi articoli:


note

[1] Art. 1 D.Lgs. 28 giugno 2005, n. 139.

[2] Art. 1176 Cod. civ.

[3] Art. 2236 Cod. civ.

[4] Cass. sent. n. 19381 del 20 luglio 2018.

[5] Cass. ord. n. 14387 del 27 maggio 2019.

[6] Cass. ord. n. 22855 del 20 ottobre 2020.


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