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Quali sono i lavori socialmente utili?

23 Dicembre 2020
Quali sono i lavori socialmente utili?

LSU: storia, normativa e retribuzione.

Si autodefiniscono “elle-esse-u” e sono presenti in qualsiasi ufficio pubblico. Anche tu, forse senza nemmeno saperlo, potresti esserti imbattuto in queste persone che mettono a disposizione della comunità il proprio bagaglio formativo e conoscitivo. Certo, la curiosità avanza soprattutto se consideri che un “elle-esse-u” può lavorare in Regione, ovvero all’Agenzia delle Entrate, oppure in un museo. Visti così, questi tipi di dipendenti possono essere impiegati davvero in qualsiasi contesto lavorativo. Probabilmente, ti sarai chiesto come sia possibile una cosa del genere e, quindi, hai iniziato a fare un po’ di ricerche. Il segreto è che si tratta di individui che versano in condizioni particolari, tali da permettere loro di lavorare per la società.

Se anche tu ti sei chiesto quali sono i lavori socialmente utili, sei approdato proprio nel posto giusto. In questo articolo, affrontiamo alcune tematiche connesse ai LSU, concentrandoci soprattutto sulle diverse tipologie di lavori che è possibile fare rientrando in determinate categorie.

Cosa sono e quando sono stati introdotti i lavori socialmente utili?

Come suggerisce il nome stesso, i lavori socialmente utili (LSU) sono attività svolte da particolari categorie di soggetti che mettono le proprie competenze e abilità al servizio della collettività e del pubblico benessere.

Per esempio, un lavoro socialmente utile è quello svolto da un individuo alla reception di una biblioteca comunale. Lo stesso tipo di lavoro si può svolgere presso la portineria e all’accoglienza di un Palazzo della Regione.

Lavori socialmente utili: la nascita

Questi tipi di lavori furono introdotti agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso con l’obiettivo di impegnare i lavoratori sospesi dalle medie e grandi imprese. Queste persone percepivano la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS), uno strumento di previdenza sociale erogato dall’INPS per aiutare il lavoratore momentaneamente sospeso. In altre parole, il dipendente, l’operaio, o il socio di un’azienda percepivano l’80% della retribuzione mensile così come veniva pagata dall’azienda.

Per lo Stato, questo costo doveva essere in qualche modo ammortizzato e, pertanto, si pensò di impiegare i percettori della CIGS in lavori di pubblica utilità [1]. Si trattava, quindi, di un sistema per razionalizzare la spesa pubblica.

Nel corso dei primi tre anni dall’epoca dell’introduzione dei LSU, si riscontrò un altissimo bacino d’utenza.

Da quel momento in avanti, le direzioni percorse dallo Stato furono due:

  1. da un lato, si estese la possibilità di accedere ai LSU, tant’è che, nel 1997, anche chi era in mobilità e i disoccupati di lunga durata potevano fare domanda per svolgere questi tipi di mansioni;
  2. dall’altro, la gestione dei LSU veniva spalmata tra centro e periferia; infatti, anche le Regioni e i Comuni venivano coinvolti nel progetto di creazione lavorativa. Anche più importante, però, fu il tentativo da parte dello Stato di trasformare quella che era ormai diventata una forma di assistenzialismo in condizione lavorativa capace di sostenersi autonomamente [2].

In altre parole, cosa accadde da quel momento in avanti? Chi aveva svolto LSU per almeno tre anni avrebbe potuto partecipare a concorsi pubblici finalizzati all’assunzione nelle amministrazioni pubbliche. In questo modo, lo strumento nato nel ’93 poteva diventare un canale privilegiato per accedere a posizioni di rilievo della PA. Nei fatti, quello che inizialmente era un lavoro socialmente utile avrebbe potuto trasformarsi in un lavoro a tempo indeterminato.

Questa piccola falla nel sistema, unita al generale clima di risentimento verso una forma assistenzialistica pura, fece sì che, tra il 1997 e il 2000, si assistesse a uno svuotamento delle liste di potenziali lavoratori socialmente utili [3].

Gli strumenti adottati per raggiungere tale scopo furono, tra gli altri, contributi economici rivolti a datori di lavoro che avessero assunto lavoratori socialmente utili e garanzie di accesso al prestito d’onore.

Dal 2000 ad oggi

All’inizio del nuovo millennio, l’istituto dei lavori socialmente utili è stato comunque prorogato[4] e, anzi, sono stati introdotti nuovi sistemi di finanziamento.

Nel 2008, per esempio, è stato istituito il Fondo Sociale Occupazione e Formazione, una sorta di portafoglio gestito dallo Stato con il quale vengono erogati i salari ai lavoratori socialmente utili [5].

Categorie di lavoratori socialmente utili

I lavoratori che svolgono impieghi socialmente utili possono essere di tre tipi:

  1. quelli appartenenti alla cosiddetta platea storica: si chiamano in questo modo quei lavoratori impiegati in attività sociali dal ’93 e che sono finanziati con le risorse del Fondo Sociale Occupazione e Formazione;
  2. quelli autofinanziati: appartengono a questa categoria i lavoratori retribuiti dagli enti presso cui svolgono l’attività sociale da almeno 8 anni;
  3. i lavoratori che percepiscono forme di sostegno reddituali, impiegati dalla pubblica amministrazione in attività socialmente utili per la durata del beneficio goduto. Se, ad esempio, un individuo percepisce il Reddito di Inclusione (REI) per 18 mesi, svolgerà per pari numero di mesi un LSU sulla base delle proprie competenze.

Formalmente, tra queste tre tipologie di lavoratori socialmente utili non sussiste alcuna differenza di sorta. A cambiare, come forse potrà essere subito chiaro, è l’ente che eroga il sussidio.  Nel primo caso, sarà lo Stato a pagare i lavoratori socialmente utili; nel secondo, la retribuzione giungerà dall’ente pubblico coinvolto (Regione, Comune, etc.); nel terzo, il pagamento toccherà alla PA di competenza (per esempio, Agenzia del Demanio, Agenzia delle Entrate, l’Accademia della Crusca etc.).

Quali sono i lavori socialmente utili?

I lavori socialmente utili sono tanti, almeno quanti sono gli uffici entro cui si radica il sistema amministrativo statale italiano. Tuttavia, se è impresa vana tentare di elencarli tutti, è possibile raggrupparli nelle seguenti categorie specifiche:

  1. cura della persona, dell’ambiente, del territorio e della natura;
  2. sviluppo rurale, montano e dell’acquacoltura;
  3. recupero e riqualificazione degli spazi urbani e dei beni culturali.

Cura della persona, dell’ambiente, del territorio e della natura

Questi LSU permettono di esaltare il benessere della collettività, intesa come agglomerato di persone. Rientrano, in questo tipo di lavori socialmente utili:

  • quelli diretti al benessere dei bambini, degli adolescenti e degli anziani. Un esempio di lavoro socialmente utile di questo tipo è il bidello statale che, messo in cassa integrazione dalla propria cooperativa, riesca ad avere un ulteriore sussidio svolgendo le sue mansioni in una scuola;
  • quelli che intendono riabilitare e recuperare: tossicodipendenti, portatori di handicap e detenuti. Uno psicologo attivo nel comparto della gestione delle risorse umane, ora messo in mobilità, può mettere a disposizione la sua professionalità in uno dei Servizi per la Tossicodipendenza (SERT), facendo un lavoro socialmente utile;
  • la gestione delle discariche e il trattamento dei rifiuti solidi urbani: un classico esempio di lavoratori socialmente utili attivi in questo ambito sono i netturbini che ampliano l’organico responsabile della raccolta dei rifiuti.

Sviluppo rurale, montano e dell’acquacoltura

Appartengono a questo secondo gruppo quei LSU che pensano alla collettività come agglomerato di servizi. In questo caso, si pongono l’obiettivo di:

  • modernizzare la rete idrica locale. Un’azienda pubblica che si occupa di gestione del servizio idrico integrato, può assumere ingegneri civili come lavoratori socialmente utili;
  • tutelare gli assetti idrogeologici. Ad esempio, un vigilante già impegnato per un istituto locale e ora in cassa integrazione, può entrare a far parte della Protezione Civile, dove svolgerà lavori socialmente utili per prevenire le criticità connesse ai dissesti idrogeologici locali;
  • incentivare l’agricoltura biologica. Un dottore agronomo che versi in stato di prolungata disoccupazione, può, per esempio, lavorare per il proprio Comune, magari aiutandolo a redigere un disciplinare di agricoltura biologica.

Recupero e riqualificazione degli spazi urbani e dei beni culturali

In questo terzo gruppo, rientrano i lavori socialmente utili che pensano alla collettività come produttrice e fruitrice di un patrimonio comune. Pertanto, i lavoratori impiegati si occuperanno di:

  • recuperare e valorizzare il patrimonio culturale: la Regione, per esempio, può coinvolgere LSU per gestire l’accoglienza in un museo locale. Si pensi al servizio di ticketing, agli accompagnatori oppure al personale che si occupa della vigilanza notturna;
  • migliorare le condizioni di sviluppo del turismo: molto utilizzati in ambito turistico sono i lavoratori socialmente utili collocati dal Comune nei punti strategici di informazioni turistiche.

Come viene pagato un lavoratore socialmente utile?

Il lavoro socialmente utile viene retribuito mediante l’assegno per le attività socialmente utili (Asu). A questo, se ne può aggiungere un secondo, detto assegno per il nucleo familiare (Anf), vincolato alla presenza o meno di famiglia a carico del lavoratore.

Il compenso per LSU varia di anno in anno e si aggira, mediamente, intorno ai 580 euro. L’assegno Asu copre le 20 ore settimanali svolte dal lavoratore socialmente utile, che non può essere impiegato per più di 8 ore al giorno. Qualora ci fosse un esubero di ore giornaliere, la retribuzione di queste ultime spetta all’ente presso il quale il lavoratore presta il suo servizio.

In alcuni casi, il Fondo Sociale Occupazione e Formazione provvede a finanziare l’adozione dei lavori socialmente utili. Più nello specifico, i comuni con una popolazione inferiore ai 5 mila abitanti ottengono un incentivo annuale per ogni lavoratore socialmente utile appartenente alla platea storica.

Lo stesso Fondo provvede a finanziare anche i comuni con meno di 50.000 abitanti. In tal caso, però, l’incentivo sostiene l’assunzione di lavoratori socialmente utili esclusivamente autofinanziati.


note

[1] Art. 1, Rapporto annuale dell’occupazione del Protocollo Ciampi-Giugni.

[2] Art. 4, D. L. n. 468/1997.

[3] L. n. 144/1999.

[4] L. n. 388/2000.

[5] Art. 18, co. 1, lett. a) del D. L. n. 185/2008.


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