Diritto e Fisco | Articoli

Contratto sotto ricatto

23 Ottobre 2020
Contratto sotto ricatto

Vendita, donazione e altri contratti: la volontà deve essere sempre spontanea.

Qual è la sorte di un contratto nel caso in cui sia stato sottoscritto in una situazione di debolezza psicologica derivante, ad esempio, da un ricatto? Si pensi a una donazione o alla compravendita di un immobile. La vittima potrebbe essere stata costretta a sottoscrivere l’atto di trasferimento, contrariamente al proprio effettivo volere, solo perché posta dinanzi a latenti minacce: una scelta obbligata, quindi, per salvare sé o altre persone da un male ingiusto.

Il contratto sotto ricatto, come vedremo a breve, è annullabile, ma solo a determinate condizioni. Di tanto si è occupata, proprio di recente, la Cassazione [1]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Impugnazione contratto per violenza

In un precedente articolo abbiamo parlato dell’annullamento del contratto per incapacità di intendere e volere. L’incapacità non è però l’unico vizio che può intaccare la volontà della parte e, quindi, la validità dell’atto giuridico. La violenza è un altro tipico caso in cui è possibile esperire, entro cinque anni, l’azione di annullamento dell’atto per vizio della volontà. 

Si parla, a riguardo, di violenza morale. La violenza morale è la minaccia di un male ingiusto, di natura tale da far impressione su di una persona sensata e indurla a concludere un contratto che altrimenti non avrebbe concluso.

La minaccia non deve essere necessariamente collegata a una ripercussione fisica (ad esempio: «Se non firmi il contratto ti ammazzo» oppure «rapisco i tuoi figli») o sul patrimonio («Se non ti servirai della nostra impresa bruceremo la tua casa»). 

Sul piano penale tali comportamenti configurano il reato di estorsione, punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

Potrebbe trattarsi anche di un male morale come l’abbandono (si pensi alla moglie che dice al marito: «Se non intesti a me la tua casa chiedo la separazione». Oppure si pensi al figlio, convivente con la madre sola, che le dice: «Se non mi lasci tutti i tuoi beni io me ne vado a vivere da un’altra parte e tu rimarrai per sempre sola»). In questi casi, però, la minaccia deve incutere un particolare timore sulla vittima che deve trovarsi in una condizione di debolezza fisica o psicologica.

Contratto sotto ricatto: cosa fare?

Da quando è cessata la situazione di debolezza, la vittima del contratto ha cinque anni di tempo per rivolgersi al giudice e far annullare il contratto, facendone decadere tutti gli effetti giuridici. Così, in caso di compravendita o di donazione, il bene tornerà al precedente proprietario.

Quando c’è davvero violenza e ricatto?

Non può essere ritenuta come “violenza” qualsiasi pressione minacciosa. L’articolo 1435 del Codice civile stabilisce infatti che:

«La violenza deve essere di tal natura da fare impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni a un male ingiusto e notevole. Si ha riguardo, in questa materia, all’età, al sesso e alla condizione delle persone».

Sostanzialmente, per giustificare il ricorso al giudice e l’annullamento del contratto per ricatto, il male minacciato deve essere contrario al diritto (ossia ingiusto) e superiore al danno derivante dalla conclusione del contratto.

Inoltre, nel valutare l’effetto della minaccia il giudice deve tenere conto dell’impressionabilità della persona sulla base di una serie di valutazioni concrete. Bisognerà quindi considerare la sua età, la condizione personale e il sesso. È noto, infatti, che un anziano sia più facilmente impressionabile che un giovane, che un povero lo sia di più di una persona benestante, e così via.

La violenza può consentire l’annullamento del contratto anche quando il male minacciato riguarda la persona o i beni del coniuge del contraente oppure un suo discendente (figlio, nipote) o un suo ascendente (genitore, nonno).

Se il male minacciato riguarda altre persone, la possibilità di annullare il contratto è rimessa alla valutazione del giudice. 

La minaccia di adire le vie legali

Come abbiamo anticipato, la minaccia rileva come causa di annullamento del contratto solo se il male minacciato è ingiusto e non consentito dall’ordinamento. Dire pertanto «Se non mi restituisci la casa che mi spetta per testamento ti faccio causa» non costituisce una minaccia. Difatti, in questo caso, l’agente intende agire con le vie che gli riconosce la legge, ossia il ricorso alla giustizia, che è un diritto costituzionale. E questo a prescindere che il ricorso al tribunale sia fondato o meno (in questo secondo caso, le spese processuali saranno la sanzione). 

Dunque, nell’ambito di una transazione volta a prevenire o porre fine a una causa in tribunale non si può mai parlare di minaccia o violenza proprio perché l’alternativa – ossia il prosieguo dell’azione giudiziaria – non è classificabile come male ingiusto. 


note

[1] Cass. sent. n. 17959/2020 del 27.08.2020.


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