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Quali lavori si devono fare con il Reddito di cittadinanza?

26 Ottobre 2020
Quali lavori si devono fare con il Reddito di cittadinanza?

I lavori idonei per chi percepisce il Rdc e i progetti utili alla collettività: criteri, tempi di impiego e quando poter dire di no. 

Tra plausi bipartisan e critiche che non accennano a diminuire, il Reddito di cittadinanza prosegue la sua corsa per dare una spinta ai consumi e salvaguardare le finanze delle famiglie in difficoltà. Nonostante i ritardi e gli impedimenti di diversa natura, il sussidio ha abbattuto la quota del milione di beneficiari, diventando uno dei più importanti aiuti economici erogati dallo Stato nell’ultimo secolo. In questa sua crescita esponenziale, il reddito minimo non poteva evitare di evolversi e, soprattutto negli ultimi mesi, sta passando da operazione assistenzialistica a motore del lavoro.

Probabilmente, anche tu rientri nell’alveo dei beneficiari di questo aiuto economico oppure stai pensando di avviare la pratica necessaria per richiederlo. Tuttavia, non ti sarà sfuggito che, sia in tv, sia sui giornali, non si fa altro che parlare di quali lavori si devono fare con il Reddito di cittadinanza.

Diciamolo sin da subito: il tema è scottante, soprattutto perché tira in ballo l’amministrazione pubblica e, quando ciò accade, bisogna fare i conti con le contorsioni burocratiche, le comunicazioni frammentarie e poco chiare provenienti da uffici diversi. Proprio per fare un po’ di chiarezza nelle idee del lettore, abbiamo pensato di riunire in un unico articolo tutte le informazioni relative ai lavori che è possibile fare o meno quando si beneficia del Rdc.

Lavoro e Reddito di cittadinanza: un rapporto possibile?

Lo strumento di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale, esordito nel 2019, si regge su una politica attiva del lavoro. Infatti, il Reddito di cittadinanza, oltre a integrare il reddito familiare, ha anche l’obiettivo di avvicinare la platea dei percettori al mondo del lavoro.

Per tagliare questo traguardo, il ministero del Lavoro ha previsto che coloro che beneficiano dell’accredito mensile erogato dallo Stato abbiano la possibilità di accedere:

  1. a un’offerta di lavoro congrua;
  2. a progetti utili alla collettività (PUC).

Prima di entrare nel vivo di queste due tipologie di lavoro, ricordiamo che, attualmente, gli italiani che percepiscono il Reddito di cittadinanza sono 1,2 milioni. Il dato tornerà utile nel corso della lettura dell’articolo, quando forniremo i dati relativi al bacino di utenti che hanno trovato lavoro o partecipano a PUC.

Offerta di lavoro congrua

Il fatto di percepire il Reddito di cittadinanza non significa che il beneficiario debba essere pronto a fare le valigie e trasferirsi a 1.300 km di distanza da casa. Non a caso, in occasione dell’esordio del sussidio, il ministero del Lavoro ci ha tenuto a coniare una nuova tipologia di offerta lavorativa: quella congrua.

Ma cosa si intende e quando si può parlare di offerta di lavoro congrua? Sintetizzando le direttive ministeriali, una proposta di lavoro si dice adeguata quando soddisfa due tipi di requisiti:

  1. quelli che fanno capo al beneficiario del Rdc in qualità di disoccupato;
  2. quelli che fanno capo al lavoro che si vuole proporre al beneficiario del Rdc.

Scopriamo meglio insieme questi due gruppi di caratteri.

Le qualità personali del beneficiario del Reddito di cittadinanza

In base ai requisiti personali del beneficiario del Rdc, un’offerta di lavoro si dice congrua quando essa tiene conto:

  1. della durata dello stato di disoccupazione;
  2. delle competenze acquisite dal lavoratore;
  3. della distanza del luogo di lavoro rispetto alla residenza del lavoratore.

Stando al primo punto, lo stato di disoccupazione è fondamentale perché è lo strumento utilizzato dai Centri per l’Impiego (CpI) per creare delle liste a scorrimento. Chi è presente nelle liste di collocamento da più tempo ha maggiori possibilità di essere inserito o reinserito nel mondo del lavoro.

Per quanto riguarda le competenze, per esempio, un ragazzo laureato in Economia e commercio e in cerca di lavoro non può essere impiegato come fresatore in una fabbrica metalmeccanica.

Più complessa, invece, la questione della distanza, per la quale dobbiamo immaginare una sorta di congruità elastica. Spieghiamoci meglio.

Nel corso dei primi 12 mesi di fruizione del sussidio, si considera adeguata qualsiasi offerta lavorativa proveniente entro un raggio di 100 km dalla residenza del beneficiario. Può capitare, però, che, pur essendo soddisfatto il criterio della competenza (punto n. 2), la persona in questione declini la proposta. A quel punto, la congruità dell’offerta lavorativa si estende a 250 km dalla propria residenza. Qualora anche questa seconda offerta lavorativa fosse rifiutata, la terza e ultima potrà provenire da qualsiasi zona d’Italia.

Al decorso dei primi 12 mesi di accredito, la prima e la seconda offerta di lavoro si diranno congrue se provengono entro un raggio di 250 km dalla residenza del beneficiario. La terza chiamata, invece, potrà provenire da ogni parte della nazione.

Come forse saprai, il Rdc ha una durata di 18 mesi, al termine dei quali è possibile fare un rinnovo. In tal caso, sarà bene considerare che il percettore potrà ricevere un’offerta di lavoro congrua insensibile alla residenza dello stesso.

Questo significa che, se il beneficiario del reddito minimo risiede a Melito di Porto Salvo (RC), potrebbe anche ricevere un’offerta lavorativa da Bordighera (IM).

Le qualità del lavoro offerto ai beneficiari del Rdc

Non tutti i lavori possono essere svolti da chi percepisce il Reddito. Infatti, per tutelare il pieno inserimento del beneficiario nel mondo del lavoro, devono essere prospettati impieghi:

  • con contratto a tempo indeterminato (ma possono essere previsti anche contratti a termine);
  • full-time o comunque con un orario lavorativo non inferiore all’80% rispetto all’ultimo contratto di lavoro;
  • con uno stipendio non inferiore a 858 euro, con riferimento alle tabelle del Contratto collettivo nazionale (Ccn).

Purtroppo, ad oggi, risulta che le uniche tipologie di contratti firmati siano proprio quelli a tempo determinato (ben 200mila). Tra questi tre criteri di congruità, a fare la parte del leone pare sia l’ultimo, cioè quello che stabilisce la soglia minima garantita di retribuzione.

Stando alla soglia indicata, il percettore del RdC non potrà mai essere chiamato per fare un part-time di 20 ore settimanali in un negozio di abbigliamento. In questo caso, infatti, il Ccn prevede una retribuzione di poco più di 800 euro. Preclusa, per lo stesso motivo, anche la figura di ausiliare generico autoferrotranviere, con una paga base mensile di 630 euro circa.

Tra le altre, le offerte di lavoro che invece sono congrue dal punto di vista del compenso sono: l’agente immobiliare, il custode di immobile che fruisce di alloggio presso lo stesso, l’operaio che si occupa dell’igiene urbana, l’impiegato di un’azienda turistica che abbia fino a 14 dipendenti etc.

Progetti utili alla collettività (PUC)

Se ci mettessimo nei panni di una famiglia che ottiene mensilmente il Reddito di cittadinanza, definiremmo questa elargizione soltanto come un sussidio rivolto ai meno abbienti. Dal punto di vista dello Stato, però, questa erogazione di denaro non può essere un mero strumento assistenzialistico. In tal caso, infatti, il Rdc sarebbe semplicemente un costo.

Come trasformare il reddito di base in un programma di produzione nazionale? La risposta è semplice! Si deve immaginare che l’accredito ricevuto mensilmente dai possessori dell’apposita carta PostePay sia, in realtà, una retribuzione per aver svolto un lavoro utile alla collettività.

Come suggerisce il nome stesso, i PUC sono lavori svolti al servizio di una comunità. La responsabilità della loro organizzazione spetta ai Comuni, che possono richiedere anche l’intervento di altri soggetti, pubblici o privati.

L’avvio dei PUC da parte di un ente comunale è vincolato al rispetto di due criteri essenziali:

  1. quello degli ambiti di intervento;
  2. quello dei bisogni e delle esigenze della collettività.

In merito al primo punto, i PUC possono essere organizzati esclusivamente nel settore:

  • culturale;
  • sociale;
  • artistico;
  • ambientale;
  • formativo;
  • della tutela dei beni comuni.

Per quanto riguarda il secondo punto, invece, non ci si deve mai dimenticare che lo scopo dei PUC è rivolto al benessere della società. Questo significa che il Comune protagonista deve prendere in considerazione solo quei comparti degli ambiti di intervento particolarmente bisognosi.

Se, per esempio, una biblioteca comunale soffre la mancanza di dipendenti, può avviare un PUC per risolvere il problema. L’ambito d’intervento, in questo caso, sarebbe quello culturale e il progetto permetterebbe di porre rimedio all’assenza di forza lavoro.

Finora abbiamo analizzato i PUC dal punto di vista di chi li organizza. Soffermiamoci ora sulle figure che sono tenute a partecipare ai progetti di utilità collettiva. Sono obbligati a svolgere questi lavori i percettori del Reddito di cittadinanza che hanno sottoscritto il Patto per il lavoro oppure il Patto per l’inclusione sociale. Se non sai cosa sono questi ultimi due Patti, non preoccuparti, affronteremo la questione a conclusione dell’articolo.

Ora, invece, è più importante fare una precisazione: ad oggi, i Comuni che sono riusciti a far partire i progetti di utilità collettiva sono 400 su 8mila. Un valore, quindi, che si ferma al 5%. Questo significa che, nonostante la percentuale sia destinata a crescere, anche con una certa velocità, non è detto che gli uffici amministrativi del Comune di residenza siano riusciti a far partire un PUC. E quest’ultima informazione ci conduce dritti alla prima caratteristica dei PUC: la persona che è tenuta a parteciparvi può svolgerlo solo ed esclusivamente nel Comune di residenza.

Inoltre, il beneficiario del Rdc dovrà essere impegnato per minimo 8 ore settimanali, che possono essere aumentate a 16 quando, ad esempio, si percepisce il massimo accredito possibile.

A questo punto della trattazione, apparirà chiaro che i PUC sono dei formidabili strumenti di inclusione e crescita. Dobbiamo aggiungere che questi progetti permettono anche un ottimale punto di incontro tra soggetto privato ed ente pubblico.

Infatti, prima di coinvolgere il percettore del Reddito di cittadinanza in un PUC, il Comune organizzatore dovrà verificare che le competenze professionali, gli interessi e le propensioni del beneficiario siano in linea con le mansioni che dovrà svolgere.

Da un punto di vista pratico, i PUC in questione possono consistere nella creazione di una nuova attività o nel potenziare una già esistente. Tuttavia, le funzioni di cui il beneficiario verrà incaricato non dovranno in alcun caso sostituire quelle ordinarie e tantomeno potranno essere trattate al pari di un lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo.

Per far sì che questo accada, quando si sottoscrive un PUC, l’ente organizzatore comunica al beneficiario:

  • l’obiettivo da raggiungere;
  • l’intervallo di tempo che lo vedrà coinvolto;
  • la quantità di risorse umane e finanziarie coinvolte nel progetto.

Nel corso di questa sezione, abbiamo menzionato il caso di una biblioteca comunale coinvolta in un PUC; vediamo altri possibili esempi.

Un progetto di utilità collettiva può chiamare i beneficiari del RdC a offrire supporto e fare compagnia agli anziani presenti nella propria comunità, aiutandoli nella socializzazione e nella fruizione degli spazi pubblici.

Altro spunto proviene dalla possibilità di aiutare gli extracomunitari ad abbattere le barriere linguistiche, favorendo quindi il processo di integrazione sociale e lavorativa.

Il Patto per il lavoro e il Patto per l’inclusione sociale

Entrambi i Patti sono condizione obbligatoria per accedere al sussidio statale del RdC. Inoltre, il Patto per il lavoro e il Patto per l’inclusione sociale, pur essendo stipulati con enti differenti, si pongono lo stesso obiettivo, cioè quello di collaborare con le persone in difficoltà economiche per trovare canali idonei al collocamento lavorativo.

Il Patto per il lavoro viene compilato dal disoccupato che, recatosi presso il Centro per l’Impiego di competenza territoriale, dichiara la propria immediata disponibilità lavorativa. Tra il beneficiario del Rdc e l’operatore del CpI si instaura un momento d’intesa, volto a evidenziare le competenze maturate dal soggetto disoccupato (percorso di studi, passioni, capacità acquisite etc.).

Infine, il futuro lavoratore si impegna ad accettare almeno una delle tre possibili offerte lavorative congrue che gli verranno sottoposte durante il godimento del beneficio.

Il Patto per l’inclusione sociale, invece, viene redatto dagli uffici dei servizi sociali di competenza comunale e riguardano l’intera famiglia del percettore del Rdc. Si tratta, quindi, di un Patto per il lavoro allargato all’intero nucleo familiare, perché in esso si enunciano le capacità di ciascun membro e le eventuali difficoltà economiche o di altra natura (disabilità, condizioni patologiche etc.).

Una volta stilato il Patto per l’inclusione sociale, si attiva una intera rete territoriale che coinvolge, oltre al Comune stesso, le strutture sanitarie, le scuole, le aziende locali e tutti quei soggetti in grado di fornire supporto alla famiglia bisognosa.



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