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Covid: l’Italia pretende di sapere di più

23 Ottobre 2020 | Autore:
Covid: l’Italia pretende di sapere di più

Conte tira la corda da una parte, le Regioni (con l’aiuto di qualche ministro) dall’altra. Gli italiani stanno a guardare, aspettando di sapere cosa succederà.

È il momento di dire le cose come stanno. Qui, non si capisce più niente. I cittadini con capiscono più niente. Le imprese non capiscono più niente. Le scuole non capiscono più niente. I piccoli imprenditori, i commercianti, i ristoratori, i baristi, non capiscono più niente. Si ha l’impressione che nemmeno il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, capisca più niente. Altrimenti, se ci ha capito qualcosa, farebbe bene a dire apertamente dove sta andando l’Italia. Senza troppi fronzoli politici. Senza paura di essere antipopolare. È la responsabilità che si è preso quando ha accettato di ricoprire il suo ruolo. Nel bene e nel male.

Qui i numeri si sono sparati. Siamo a quasi 20mila contagi da Covid in 24 ore. Ci hanno detto che, superata questa soglia, il Governo avrebbe cominciato a valutare seriamente il lockdown. Decisione che verrà presa – pare – quando si arriverà a 30mila casi. Avanti di questo passo, non ci vorrà molto. Vuol dire chiudere quel che si può chiudere. O quel che si vuol chiudere. Che sono due cose diverse.

L’Istituto superiore di sanità dice che l’indice Rt nazionale (1.5 nell’ultima settimana) è l’indicatore di una situazione molto grave. Che bisogna eliminare gli spostamenti e i contatti non necessari. Che il tracciamento dei contagi è un disastro: se ne rileva un caso su quattro. Che la situazione negli ospedali è critica. Che sono necessarie nuove misure restrittive.

Conte non vuole il lockdown. I suoi ministri dell’ala più dura (Roberto Speranza e Dario Franceschini) non lo escludono. Alcune Regioni lo stanno attuando. La Campania, dopo il coprifuoco, ha deciso di chiudere tutto – scuole comprese, senza riaprire, come promesso le elementari – per quaranta giorni. Quaranta, come quarantena. Quaranta come i giorni di digiuno di Nostro Signore nel deserto. Nel periodo dell’Avvento che porta verso il Natale. Quaranta giorni, dovessimo calcolarli da lunedì (il presidente Vincenzo De Luca dovrebbe firmare l’ordinanza domenica), porterebbero a metà dicembre. «Chiudere tutto oggi per riaprire a Natale», ipotizza De Luca. Auguri e buona Pasqua, direbbe il suo compaesano Totò.

La Lombardia si è presa qualche giorno di tempo ma, se i numeri vanno avanti così, pensa al blocco totale. «O c’è meno gente che va a scuola, o c’è meno gente che va al lavoro», ha detto il governatore Attilio Fontana.

La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ce l’ha con i governatori che impongono restrizioni alla scuola. Ma a scuola si registrano casi di classi chiuse per Covid. L’Istituto superiore di sanità ha detto oggi che i focolai sono in crescita e che aumentano le situazioni a rischio nelle aule. Negare l’evidenza o combattere contro l’evidenza? Lasciare che gli studenti si ammassino sui trasporti pubblici facendo finta di niente o continuare a mandarli negli istituti limitandoci a dire che, in effetti, su autobus e metropolitane ci sono degli inevitabili assembramenti? Non si capisce più niente.

Conte firmerà o no un nuovo Dpcm questo weekend? Non si sa. Continuerà a delegare alle Regioni e ai Comuni le decisioni più scomode o tornerà a fare, come la scorsa primavera, le dirette televisive per assumersi la responsabilità di dire alla gente che dovrà restare a casa per un po’? Non si sa.

Eppure, gli italiani hanno diritto di sapere. Possibilmente, il più presto possibile.



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