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6 cose da sapere prima di accettare l’eredità

25 Ottobre 2020
6 cose da sapere prima di accettare l’eredità

Successione e testamento: la difficile scelta degli eredi, le pratiche di successione e le divisioni. 

Per fortuna, non sono frequenti, nella vita di una persona, le occasioni in cui è necessario pensare alle pratiche di successione. Ma quelle poche volte bastano per farsi un’idea di quanto sia complesso e farraginoso il diritto italiano quando si mischia alla macchina fiscale. 

L’apertura di un’eredità implica conoscenze di diritto civile, tributario, penale e amministrativo. Ci vorrebbe una laurea in legge per potersi districare con disinvoltura tra tutte le pratiche. Ecco perché, il più delle volte, ci si affida a professionisti del settore come notai o avvocati.

Ciò nonostante ci sono alcune questioni pratiche che tutti farebbero bene a conoscere e che potrebbero evitare numerosi problemi in un momento successivo. Ecco perché abbiamo voluto dedicare questo articolo a 6 cose da sapere prima di accettare l’eredità. Si tratta di consigli pratici, di carattere generale, che potrebbero aiutare chi è privo di conoscenze tecniche. Ma procediamo con ordine.

Si può rinunciare all’eredità dopo l’accettazione?

Una volta accettata l’eredità non vi si può più rinunciare. L’accettazione è, infatti, irrevocabile. 

Al contrario, la rinuncia è revocabile e, se il patrimonio non è stato ancora completamente distribuito tra gli altri eredi, si può fare marcia indietro prima del compimento del decimo anno dalla morte del cosiddetto de cuius (colui cioè della cui eredità si dibatte). 

Si accetta l’eredità quando si ha la certezza che i debiti lasciati dal defunto sono inferiori al patrimonio. Quando si ha la certezza del contrario sarà meglio optare per la rinuncia all’eredità, evitando così di rispondere delle obbligazioni del defunto, ma perdendo anche la ripartizione dei suoi beni.

Chi non è in grado di fare una ricostruzione dell’asse attivo e di quello passivo del defunto può fare un’accettazione con beneficio di inventario: in tal caso, i creditori del defunto potranno pignorargli solo i beni ricevuti in eredità e non quelli personali. In questo modo, si limita la propria responsabilità.

Che succede se i creditori chiedono un pagamento?

Prima dell’accettazione dell’eredità non si è eredi a tutti gli effetti ma semplici “chiamati all’eredità”. Solo con l’accettazione si acquista formalmente la qualifica di eredi. 

Questa distinzione è molto importante qualora dovessero sopraggiungere, dopo la morte del de cuius, delle cartelle esattoriali, delle multe o delle richieste di pagamento. Infatti, i semplici chiamati all’eredità – ad esempio, i familiari più stretti – non hanno alcuna responsabilità patrimoniale per i debiti del defunto e non sono tenuti ad adempiere alle sue obbligazioni. Lo dovranno fare solo una volta accettata l’eredità. Ma per l’accettazione ci sono 10 anni di tempo dal decesso. I tempi si riducono notevolmente per gli eredi che posseggono i beni del defunto (si pensi al figlio convivente): per questi ultimi infatti ci sono 40 giorni di tempo per fare l’inventario di tali beni e altri 3 mesi per comunicare l’accettazione, la rinuncia o l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

Il fatto di non essere tenuti a pagare i debiti del defunto fino a quando non si accetta l’eredità non vieta però che, spontaneamente, vi si possa comunque procedere (spesso si fa quando si deve preservare il buon nome del parente scomparso). Attenzione però: perché se il pagamento dovesse essere eseguito con denaro del defunto (ad esempio, con un prelievo sul conto in banca) allora tale atto varrebbe come accettazione dell’eredità e non si potrebbe più tornare indietro. In tal caso, poi, si sarà costretti a pagare tutti gli altri creditori. 

Come fare a sapere se ci sono debiti nell’eredità?

Purtroppo, non esistono registri dove sono iscritti tutti i debiti di una persona. Si può delegare un’agenzia investigativa a fare una ricerca. Ma nulla che non possano fare gli eredi diretti interessati. 

In particolare, è possibile inviare una richiesta di comunicazione di eventuali passività all’Agenzia delle Entrate, all’Agenzia Entrate Riscossione, all’agente per la riscossione esattoriale del Comune di residenza del defunto, al relativo Comune, alla Regione, all’Inps. 

Passando dai debiti con la pubblica amministrazione a quelli con i privati, le cose si complicano. Infatti, bisognerebbe interrogare anche la banca presso cui il defunto intratteneva rapporti di conto corrente ed eventuali mutui. 

Tutto ciò non mette al sicuro da ulteriori debiti come quelli nei confronti di fornitori o di controparti contro i quali peraltro potrebbero pendere giudizi in tribunale. A tal fine, si potrà delegare un avvocato affinché faccia un controllo apposito nei registri telematici.

A cosa serve la dichiarazione di successione?

Spesso, si scambia l’accettazione dell’eredità con la dichiarazione di successione. Si tratta però di due adempimenti diversi, con funzioni differenti.

Come abbiamo detto, l’accettazione serve per acquisire formalmente la qualifica di eredi e subentrare sia nell’attivo che nel passivo del defunto, in proporzione alla propria quota. Invece, la dichiarazione di successione è un adempimento di carattere fiscale, che va fatto presso l’Agenzia delle Entrate entro 1 anno dalla morte, e che serve per pagare le imposte di successione.

La dichiarazione di successione non si fa solo quando l’eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto (figli, nipoti, genitori, nonni) e l’attivo ereditario ha un valore non superiore a 100.000 euro e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari. 

Se la dichiarazione di successione è un atto formale, che va sempre fatto, l’accettazione dell’eredità può avvenire anche in forma tacita, ossia con “comportamenti concludenti”: si pensi a chi vende i beni del defunto, a chi preleva dal conto di quest’ultimo, ecc.

Come fare con la pensione di reversibilità e con il conto corrente?

La pensione di reversibilità spetta al coniuge non divorziato e ai figli. La rinuncia all’eredità non fa venir meno il diritto a ottenere la reversibilità. Quindi ben si può rinunciare all’eredità di una persona mantenendo comunque il diritto alla reversibilità.

Più tortuosa è la procedura per sbloccare il conto corrente del defunto. La banca autorizza gli eredi a prelevare le proprie quote dalla giacenza solo dopo aver effettuato la dichiarazione di successione. Prima di questo momento, possono essere autorizzati solo piccoli prelievi per le spese funerarie, ma solo dietro consenso di tutti gli eredi.

Se il conto era cointestato con un’altra persona, quest’ultima ha diritto al 50% della giacenza mentre l’altro 50% va diviso tra tutti gli eredi (eventualmente compreso il cointestatario). 

Gli eredi però potrebbero portare in divisione tutto il conto e non solo la metà se riescono a dimostrare che la cointestazione era fittizia, costituiva cioè solo un modo per garantire al cointestatario di prelevare denaro ed effettuare le operazioni allo sportello. Ciò succede quando il conto corrente è alimentato dai redditi di uno solo dei contitolari.

Cosa succede se il testamento fa discriminazioni?

Il testamento del defunto non deve per forza lasciare agli eredi le stesse quote, ben potendo operare una ripartizione del patrimonio che privilegi uno o più persone nello specifico.

Ciò che è importante tenere a mente è che i cosiddetti eredi legittimari non possono mai scendere al di sotto di una certa percentuale del patrimonio del defunto. I legittimari sono il coniuge e i figli o, in loro assenza, i genitori del de cuius. Ciascuno di questi ha quindi diritto a una quota minima detta «legittima» e che varia a seconda del numero di altri eredi esistenti. Leggi “Quali sono le quote degli eredi legittimari?“.

Se uno degli eredi legittimari ha ricevuto meno di quello che gli è dovuto per legge può agire, entro 10 anni, con la cosiddetta azione di lesione della legittima che serve per ripristinare appunto tale quota. Si tratta di una causa in tribunale che potrebbe essere particolarmente costosa, visto che necessita dell’intervento di un perito e di una lunga istruttoria.

Attenzione però: per valutare se il testatore ha soddisfatto le quote di legittima dei legittimari non si considera solo ciò che ha lasciato loro con il testamento ma anche le donazioni fatte in loro favore finché era in vita. Tutte queste elargizioni, infatti, vanno conteggiate e messe sul piatto della bilancia.



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