Covid: come dimostrare di non poter pagare le tasse

26 Ottobre 2020 | Autore:
Covid: come dimostrare di non poter pagare le tasse

La causa di forza maggiore può avere efficacia esimente, ma occorre dimostrare in concreto che la crisi provocata dalla pandemia ha impedito i versamenti 

Viviamo in tempi straordinari: l’emergenza sanitaria è diventata anche crisi economica. Gli effetti sono visibili a tutti; i recenti provvedimenti varati nell’ultimo Dpcm, come la chiusura dei locali pubblici e della ristorazione, li portano alla luce e li acuiscono in tutta la loro drammaticità.

E la pandemia di Covid-19 si ripercuote direttamente sul versante fiscale, anche a livello normativo, ad esempio con la sospensione dei versamenti tributari e dell’invio delle cartelle esattoriali fino alla fine dell’anno. Provvedimenti tampone, che comunque lasciano ai contribuenti italiani qualche mese in più di respiro.

Ma alcuni in questo periodo soffrono più di altri: in particolare gli imprenditori, i commercianti ed i lavoratori autonomi, alle prese con una crisi di liquidità senza precedenti. Quando non ci sono soldi in cassa sufficienti a fronteggiare le varie esigenze, bisogna fare delle scelte. Una delle più impegnative è quella se pagare le tasse oppure i dipendenti ed i fornitori.

Di fronte alle numerose e continue incombenze fiscali, quando diventa impossibile adempiere a causa del Covid bisogna sapere come dimostrare di non poter pagare le tasse; non basta avere più che valide giustificazioni, è necessario esibirle e documentarle al Fisco e se occorre anche ai giudici.

Gli omessi versamenti delle imposte possono costare cari: le sanzioni aumentano il debito e, superate certe soglie, scattano i reati tributari con la possibilità di una condanna penale per chi evade le tasse. Ma in parecchi casi non c’è la volontà di evasione; piuttosto si realizza una vera e propria impossibilità a pagare.

L’esimente della forza maggiore

Così la giurisprudenza in alcune occasioni ha cercato di mitigare le conseguenze per chi non è in grado di adempiere agli obblighi di versamento delle imposte, ricorrendo alla clausola della forza maggiore: un evento imprevedibile, straordinario ed eccezionale, non imputabile al contribuente debitore, che rende il suo adempimento oltremodo difficoltoso e dunque non concretamente esigibile.

In numerosi casi, quindi, il debitore può andare esente da responsabilità quando proprio non riesce a pagare per motivi che non dipendono da una sua colpa. Nei rapporti privati, come l’esecuzione di un contratto di affitto, questa clausola ha varie possibilità di applicazione (leggi Coronavirus, contratti e debiti: quali regole) ma nel campo tributario le maglie sono più ristrette.

Quando l’omissione dell’adempimento fiscale è di carattere amministrativo, le possibilità di salvezza dipendono essenzialmente dalla volontà del legislatore, soprattutto con la normativa emergenziale che consente di dilazionare i debiti pregressi; ad esempio ora con la rateazione delle cartelle è possibile beneficiare della sospensione Covid. Ma non bisogna dimenticare una specifica norma dettata in tema di sanzioni, che esclude la punibilità di chi ha commesso il fatto per forza maggiore [1].

Quando invece si rientra nel penale, non ci sono moratorie stabilite per legge ma la giurisprudenza si sta orientando a riconoscere la straordinarietà della situazione, quando l’imputato evidenzia la presenza di scriminanti che hanno reso impossibile il pagamento delle imposte e manca il dolo di evasione.

L’omesso versamento di ritenute

Un caso emblematico è quello dell’omesso versamento di ritenute [2]: solitamente viene considerato reato anche se l’azienda è in crisi ma ora – come ha messo in luce un nuovo studio dell’Unione Nazionale Giovani Commercialisti [3] – è possibile valorizzare l’eccezionale stato di crisi, economica e di liquidità, insieme al fatto che questa ipotesi criminosa non è caratterizzata dal dolo di evasione ma al contrario è «una condotta trasparente, alla luce del sole, priva di offensività, giacché è il contribuente stesso che fa emergere la fattispecie, dichiarando all’Erario i propri debiti».

Non può, quindi, essere assimilato sullo stesso piano l’evasore consapevole (come colui che omette la presentazione della dichiarazione, per sottrarsi all’occhio del Fisco) con il contribuente «onesto ma sfortunato, che, invece, dichiara puntualmente e diligentemente tutto il dovuto, evidenziando egli stesso, attraverso la propria dichiarazione, la posizione di debito nei confronti dell’Erario».

Così nell’attuale situazione molti imprenditori, duramente colpiti dalla crisi provocata dalla pandemia e senza liquidità finanziaria, sono di fatto impossibilitati a pagare, poiché «le scarse risorse disponibili sono sovente dirottate per assicurare la fornitura dei mezzi di produzione vitali per l’immediata sopravvivenza dell’impresa». In tali casi, la punibilità dovrebbe essere esclusa ravvisando una causa di forza maggiore, come ha talvolta riconosciuto la giurisprudenza di merito [4] e di legittimità [5].

Il concordato preventivo

A volte, il «nodo gordiano» consiste nell’alternativa tra pagare i tributi (esponendosi al rischio di bancarotta preferenziale in caso di fallimento) o non versarli, preferendo soddisfare i fornitori ma rischiando le conseguenze sanzionatorie fiscali e penali.

In tali situazioni, alcuni imprenditori hanno fatto ricorso al concordato preventivo per ottenere il riconoscimento di un’esimente dal reato di omesso versamento delle ritenute e dagli altri reati tributari. Di recente, la Corte di Cassazione [6] ha negato il valore di scriminante alla presentazione della domanda, rilevando che il concordato preventivo non priva l’imprenditore dell’amministrazione dei suoi beni, lasciandogli la possibilità di compiere gli atti di ordinaria amministrazione (ma i debiti tributari rientrano tra le operazioni straordinarie, perché se pagati possono compromettere la capacità di soddisfare gli altri creditori).

Impossibilità di versare i tributi: quali soluzioni

Insomma, i problemi per chi non riesce ad adempiere le obbligazioni tributarie a causa della crisi provocata dalla pandemia restano e non appaiono adeguatamente risolti né dalla legislazione né dalla giurisprudenza, nonostante le significative ma ancora occasionali aperture.

Così la soluzione proposta dai giovani commercialisti punta sul riconoscimento del valore esimente della forza maggiore per escludere la punibilità penale dell’imprenditore impossibilitato a versare. Ma i principi generali devono essere calibrati sui casi concreti: dovrà essere il debitore a dimostrare, bilanci alla mano, che la grave situazione di illiquidità finanziaria non è a lui imputabile e che costituisce un’oggettiva impossibilità, non dovuta a colpa, di pagare le imposte, neanche attingendo al suo patrimonio personale.

In questa dimostrazione, saranno utili alcuni accadimenti esterni, come il default di clienti o fornitori particolarmente importanti nella catena produttiva, la chiusura dei rubinetti del credito da parte del sistema bancario, l’essere stato vittima di usura o la compromissione di progetti industriali vitali per l’impresa.


note

[1] Art. 6, comma 5, D.Lgs. n.472/1997.

[2] Artt. 10 bis e art. 10 ter D.Lgs. n.74/2000.

[3] U.N.G.D.C.E.C., Fondazione Centro Studi, circolare n.4 del 25.09.2020.

[4] Trib. Padova, sent. 2 luglio 2012 n.1173; Trib. Catania, sent. 3 giugno 2013; Trib. Milano, sent. 23 ottobre 2013; Trib. Novara, sent. 26 marzo 2013 n.91000; Trib. Padova, sent. 23 giugno 2015; Trib. Monza, sent. 13 gennaio 2016; Trib. Pordenone, sent. 30 novembre 2016; Trib. Brindisi, sent. 12 gennaio 2017; Trib. Campobasso, sent. 24 gennaio 2017; Trib. Padova, sent. 10 aprile 2017 e sent. 6 novembre 2019.

[5] Cass. sent. 22 maggio 2014, n. 20777; sent. 22 luglio 2015, n.31930; sent. 28 marzo 2017, n.15235.

[6] Cass. sent. n. 13092 del 28 aprile 2020 e sent. n. 13628 del 5 maggio 2020.


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