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Cacciatore ferisce preda senza ucciderla: cosa rischia?

29 Dicembre 2020 | Autore:
Cacciatore ferisce preda senza ucciderla: cosa rischia?

Secondo la Cassazione, è reato procurare delle lesioni e delle sofferenze innecessarie ad un animale: meglio il colpo di grazia.

Non tutti i cacciatori hanno la mira buona. E nemmeno il buon senso di accertarsi che l’animale da portarsi a casa per farlo finire in pentola soffra il meno possibile. Lo dimostra una recente sentenza della Cassazione che si è occupata di un episodio a dir poco spiacevole, anche per chi non ha nulla contro l’attività venatoria: è il caso del cacciatore che ferisce la preda senza ucciderla. Cosa rischia?

La sintesi è questa: un cacciatore prende il fucile, va nel bosco, vede un capriolo, prende la mira, spara, lo ferisce, lo prende e lo carica in macchina. Ferito, non ucciso. L’animale si dimena, sta soffrendo le pene dell’inferno. Prima o poi morirà. Più poi che prima, si teme. Nel frattempo, passa un’agonia non indifferente. In questo caso, quindi, quando il cacciatore ferisce la preda senza ucciderla, che succede? Scatta la multa? Si commette un illecito? Oppure si sconfina nel penale e c’è il reato? Cosa si rischia?

Caccia: quando è consentita?

La normativa sulla caccia è affidata alle Regioni, anche se ci sono dei limiti poiché lo Stato si tiene la parte che riguarda la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema (tranne nelle Regioni a statuto speciale).

Sono gli enti territoriali, dunque, a stabilire ogni anno il calendario venatorio, cioè il periodo in cui è possibile svolgere questa pratica. La legge, tuttavia, consente in qualsiasi periodo dell’anno la caccia di selezione agli ungulati e vieta l’attività venatoria di martedì e di venerdì [1].

Non è possibile cacciare:

  • nei giardini;
  • nei parchi pubblici e privati;
  • nei parchi storici ed archeologici;
  • nei terreni adibiti ad attività sportive;
  • nei Parchi Nazionali e Regionali;
  • nelle oasi;
  • nelle zone di ripopolamento e cattura adibite alla riproduzione e all’allevamento delle specie.

Come deve comportarsi il cacciatore?

In base a quanto disposto dalla legge, il cacciatore dotato di fucile non carico deve:

  • restare fuori dalle aie o da altre pertinenze di fabbricate rurali;
  • mantenersi ad almeno 100 metri da qualsiasi immobile, stabile o fabbricato ad uso abitativo o commerciale e da macchine agricole in funzione;
  • restare a una distanza di almeno 50 metri da strade e ferrovie.

Il cacciatore dotato di fucile con canna ad anima liscia non deve mai sparare da una distanza inferiore a 150 metri verso immobili, fabbricati abitativi o commerciali, ferrovie, strade, funivie o simili e nemmeno verso aree recintate destinate al ricovero e all’alimentazione di animali di allevamento.

Il cacciatore dotato di altro tipo di arma deve mantenere una distanza verso questi luoghi pari ad almeno una volta e mezza la gittata massima.

Che succede se ferisce la preda ma non la uccide?

Il cacciatore che, volontariamente o involontariamente, ferisce una preda senza ucciderla con un colpo di grazia commette reato. Questa la decisione della Cassazione a cui facevamo riferimento in partenza [2]. Peggio ancora se ha sparato durante il periodo in cui la caccia è vietata.

Il punto, secondo la Suprema Corte, è l’inutile sofferenza che si procura in questo modo all’animale, costretto a sopportare un’atroce agonia. È necessario a questo punto, secondo i giudici, dare il colpo di grazia per porre fine al dolore.

Per la Cassazione, dunque, il ferimento della preda comporta una condotta di maltrattamento perché produce delle lesioni gratuite. Il cacciatore, pertanto – sempre nel periodo indicato dalle ordinanze regionali e nel rispetto delle regole sopra indicate – deve uccidere senza procurare delle sofferenze non necessarie. Dove per «necessarie» deve intendersi il comportamento teso ad evitare un pericolo imminente (l’animale che aggredisce una persona, ad esempio). Per utilizzare un termine a cui siamo abituati in altre circostanze, diciamo che il ferimento sarebbe lecito solo in caso di «legittima difesa».

Lo scopo della norma è quello di evitare la crudeltà verso gli animali. Chi commette questo reato, rischia la reclusione da tre a diciotto mesi o una multa da 5.000 a 30.000 euro.


note

[1] Legge n. 157/1992.

[2] Cass. sent. n. 29816/2020 del 27.10.2020.


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