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Figlio convivente: spetta il gratuito patrocinio?

28 Ottobre 2020
Figlio convivente: spetta il gratuito patrocinio?

Per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è necessario indicare anche il reddito percepito dal figlio non più convivente?

Un nostro lettore ci pone la seguente domanda: in caso di figlio convivente, spetta il gratuito patrocinio? Ci chiede, in particolare, se il reddito dei genitori si somma a quello del figlio anche se questi, pur ancora residente presso lo stesso indirizzo del padre e della madre, di fatto è andato a vivere altrove. 

Il problema è delicato perché da una non corretta indicazione dei redditi del richiedente il beneficio deriva un’incriminazione penale. La legge [1] infatti punisce chi dichiara un reddito inferiore rispetto a quello effettivo pur di accedere al patrocinio a spese dello Stato.

Sulla possibilità di ottenere il gratuito patrocinio con un figlio convivente si è espressa proprio di recente la Cassazione [2]. Ecco cosa ha detto la Corte in merito. 

Limite reddito del gratuito patrocinio

Il gratuito patrocinio o patrocinio a spese dello Stato è un beneficio concesso a chi dichiara un reddito Irpef non superiore a 11.493,82 euro, consistente nella possibilità di non pagare le spese legali connesse a un giudizio civile, penale, tributario o amministrativo. Col gratuito patrocinio, la parte ammessa non ha bisogno di onorare la parcella al proprio avvocato né deve sostenere le spese vive del processo. Queste spese sono sostenute dallo Stato.

Ai fini del calcolo del limite di reddito (limite che viene aggiornato ogni due anni dal ministero tenendo conto dell’inflazione e del costo della vita), si prende in considerazione non solo il reddito percepito dal richiedente ma quello di tutto il suo nucleo familiare. Quindi, rilevano anche i redditi dei soggetti conviventi legati da rapporto di parentela o relazione stabile affettiva. Risultato: quando l’interessato convive con il coniuge o con altri familiari, si sommano ai redditi del richiedente i redditi di ogni componente della famiglia. 

Questo significa, tanto per fare un esempio, che se la moglie non ha redditi ma il marito guadagna più di 11.500 euro all’anno, la prima non può accedere al gratuito patrocinio. 

Non si sommano invece i redditi del familiare che, pur risultando fiscalmente a carico del richiedente, non convive con il richiedente.

I redditi dei familiari conviventi non vengono compresi nel calcolo solo quando il giudizio vede contrapposti proprio gli interessi dei familiari. Si pensi a una causa di separazione o a un giudizio tra figli e genitori.

Limite reddito gratuito patrocinio: conta la residenza?

Nel calcolo del reddito del nucleo familiare si considera il concetto di convivenza, il quale viene ad esistere anche in assenza di coabitazione tra le parti, comprendendo «tutti quei rapporti continuativi di affetto, di interessi, di comunanza di vita che portano ad un legame stabile tra due o più persone, persistente pur se la coabitazione tra loro è venuta a cessare per motivi non dipendenti dalla loro volontà».

La Cassazione sembra dare rilievo al concetto di residenza, ma ancor di più all’effettività del rapporto stabile tra le parti che, se sussistente, al di là della residenza formale, comporta l’obbligo di sommare i redditi.

Il concetto di “convivenza” si prospetta dunque anche quando sia cessata la coabitazione.  

È necessario indicare il reddito del figlio non più convivente?

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha precisato quando si consuma il reato di falsa indicazione del reddito per l’ottenimento del gratuito patrocinio.  

La vertenza attiene a una donna che aveva ottenuto il gratuito patrocinio omettendo però di dichiarare i redditi percepiti dalla figlia al momento della dichiarazione sostitutiva di certificazione. Il reddito di quest’ultima non era stato considerato perché la stessa aveva solamente mantenuto la residenza anagrafica presso la casa della madre ma senza più convivere con lei. Di tanto, la madre non era al corrente. 

In pratica, la figlia aveva solo formalmente mantenuto la residenza presso il genitore ma nella sostanza si era trasferita altrove.

La Suprema Corte ha dichiarato fondato il motivo di ricorso della donna. E ciò perché il reato ex art. 95 del D.P.R. citato si consuma mediante la presentazione falsa o l’omissione di dichiarazioni o comunicazioni per l’attestazione di reddito necessaria ai fini dell’ammissione al gratuito patrocinio ovvero per il mantenimento dello stesso, «con la consapevolezza e volontà della falsità, senza che assuma rilievo la finalità di conseguire un beneficio che non compete». Tuttavia, prosegue la Corte, anche il dolo generico deve essere rigorosamente provato, escludendo il reato qualora risulti che il falso derivi da una mera leggerezza o da una negligenza dell’agente, in quanto l’ordinamento vigente non incrimina il falso documentale colposo.


note

[1] Art. 95 dPR n. 115/2002.

[2] Cass. sent. n. 29611/20 del 26.10.2020.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 14 – 26 ottobre 2020, n. 29611

Presidente Piccialli – Relatore Ferranti

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1.La Corte di Appello di L’Aquila confermava la sentenza del Tribunale di L’Aquila che condannava S.R. alla pena complessiva di anni uno di reclusione ed Euro 400,00 Euro di multa, in relazione al reato di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 95, perché con dichiarazione sostitutiva di certificazione presentata il 22.10.2012, finalizzata ad ottenere l’ammissione al gratuito patrocinio, ometteva di dichiarare i redditi percepiti nell’anno 2011 dal suo nucleo familiare, per complessivi Euro 20.775,00, con particolare riferimento al reddito da lavoro dipendente della figlia G.V. .

2.La Corte territoriale motivava sulla base della accertata falsità della dichiarazione reddituale della S. per l’anno 2011, risultante dalle indagini

della Guardia di Finanza, in quanto la figlia G.V. , a fronte di un reddito dichiarato pari a zero, aveva percepito un reddito da lavoro dipendente di Euro 14.227,00, comprensivo dell’indennità di fine rapporto, corrisposta dall’INPS.

3.Proponeva ricorso S.R. , a mezzo del difensore, deducendo i seguenti motivi:

3.1 Con il primo motivo deduce violazione di legge stante l’assenza

dell’elemento soggettivo del dolo in quanto la figlia non era convivente ma aveva solo mantenuto la residenza anagrafica presso la casa della madre S.R. ; l’imputata al momento della dichiarazione per l’ottenimento del beneficio era del tutto all’oscuro dei redditi percepiti dalla figlia proprio perché difettava la coabitazione.

3.2. Con il secondo motivo deduce la mancanza di motivazione da parte della Corte territoriale con riferimento ai motivi aggiunti presentati con atto del 9.09.2019, con cui insisteva sulla circostanza già dedotta in sede di motivi di appello, relativa alla mancanza di prova, in relazione all’elemento soggettivo in quanto la S. abitava da sola nella casa familiare poiché la figlia G.V. aveva solo mantenuto la residenza anagrafica ma viveva altrove.

4. Il ricorso è fondato nei termini di cui appresso indicati.

È pur vero che l’imputata nella dichiarazione sostitutiva di certificazione ha dichiarato solo il proprio reddito pari a 6.458,92 Euro, omettendo di indicare quello della figlia anagraficamente residente presso la propria abitazione; ma è altrettanto chiaro ed evidente che la Corte territoriale ha omesso di motivare sul punto, dedotto nel primo dei motivi di appello e ribadito nei motivi aggiunti, relativo alla carenza di prova circa la sussistenza della convivenza e quindi alla cumulabilità del reddito della propria figlia che solo formalmente aveva mantenuto la residenza presso la madre ma si era recata a vivere altrove.

È giurisprudenza costante di questa Corte di legittimità che il fatto reato di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 95 si consuma con la presentazione falsa o la omissione delle dichiarazioni o delle comunicazioni per l’attestazione di reddito

necessarie per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato o per il mantenimento del beneficio, con la consapevolezza e volontà della falsità, senza che assuma rilievo la finalità di conseguire un beneficio che non compete; ma anche il dolo generico deve essere rigorosamente provato, dovendosi escludere il reato quando risulti che il falso derivi da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo (Sez. 3, n 30862 del 14/05/2015, Di Stasi, Rv. 26432801; Sez. 5, n. 29764 del 03/06/2010, Zago, Rv. 24826401).

Inoltre va ribadito che il concetto di “convivenza” non è necessariamente collegato alla coabitazione, ma comprende tutti quei rapporti continuativi di affetto, di interessi, di comunanza di vita che portano ad un legame stabile tra due o più persone, persistente pur se la coabitazione tra loro è venuta a cessare per motivi non dipendenti dalla loro volontà (Sez. 4, n. 15715 del 20/03/2015 Ud. (dep. 15/04/2015) Rv. 263153 – 01).

Nel caso di specie non si argomenta nulla nè sulla coabitazione nè sulla effettiva convivenza alla luce dello specifico motivo dedotto in appello, anche ai fini della sussistenza del dolo.

5.In conclusione va disposto l’annullamento con rinvio alla Corte d’appello di Perugia per nuovo giudizio.

5.1.Rimane impregiudicata la questione della sussistenza della causa di estinzione per intervenuta prescrizione alla luce delle indicazioni che risulteranno dalla decisione delle Sezioni unite di questa Corte, cui è stata rimessa la questione interpretativa relativa al D.L. n. 18 del 2020, art. 83, comma 3-bis, conv., con modif., con la L. n. 27 del 2020, che prevede che “nei procedimenti pendenti dinanzi alla Corte di cassazione e pervenuti alla cancelleria della Corte nel periodo dal 9 marzo al 30 giugno 2020 il decorso del termine di prescrizione è sospeso sino alla data dell’udienza fissata per la trattazione e, in ogni caso, non oltre il 31 dicembre 2020”.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Perugia per nuovo giudizio.

Motivazione semplificata.


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