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Fuga dopo incidente: quando è reato

1 Gennaio 2021 | Autore:
Fuga dopo incidente: quando è reato

Chi scappa dopo aver provocato un sinistro con danni alle persone rischia il carcere per aver eluso l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza ai feriti.

Un’auto urta un motorino; il ragazzo che lo conduce cade a terra e sbatte sull’asfalto con le gambe, le braccia e la testa. Il guidatore della macchina si ferma subito e scende per assicurarsi delle condizioni dell’infortunato, che si rialza dolorante e confuso. «Meno male, non ti sei fatto niente!», gli dice per rassicurarlo.

In effetti, il malcapitato non sanguina, sta in piedi e appare cosciente; ha solo uno strappo sul vestito e qualche escoriazione. Ma l’investitore non è un medico e la sua non è certo una diagnosi. Poi, l’automobilista risale in macchina e e se ne va, lasciandolo lì. Sono scene di ogni giorno, specialmente nelle città.

È corretto questo comportamento? Bastava fermarsi ed accertarsi delle condizioni apparenti dell’investito? Se pensi che il guidatore dell’automobile, che ha provocato l’incidente, avrebbe dovuto fare qualcosa di più – lasciargli le generalità e i suoi dati identificativi e magari accompagnarlo all’ospedale o attendere l’arrivo dei soccorsi e della polizia – hai ragione: la pensa così anche la Corte di Cassazione, che ha stabilito quando è reato la fuga dopo un incidente stradale ed ha affermato che non basta una sosta momentanea ad evitare le conseguenze penali previste dalla legge.

L’obbligo di fermarsi in caso di incidente

In caso di incidente stradale, il Codice della strada [1] impone al conducente coinvolto, nel caso in cui il sinistro sia «comunque ricollegabile al suo comportamento» l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alle eventuali persone ferite.

L’obbligo di fermarsi sussiste anche nei sinistri con danni alle sole cose, dunque ai veicoli e non alle persone, ma per chi lo viola, e dunque scappa via senza lasciare alla controparte gli estremi della propria polizza assicurativa Rc auto, è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria, da 296 a 1.184 euro. Se i danni riportati dai veicoli sono gravi e richiedono la revisione straordinaria del mezzo, si applica anche la sospensione della patente da 15 giorni a due mesi.

Quando non fermarsi diventa reato

Quando invece il danno riguarda anche le persone, si passa al penale: la fuga diventa reato. E se chi fugge non ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza che in quel momento occorre alle persone ferite si rende responsabile di un altro e più grave reato, l’omissione di soccorso. Sono, quindi, due le figure criminose possibili.

Ora, esamineremo le loro caratteristiche ed anche le loro sovrapposizioni e differenze, per spiegare quando si configurano l’una e l’altra.

Il reato di fuga

È l’ipotesi base, che scatta quando il conducente di uno dei veicoli coinvolti (o anche il pedone, se è stato lui a provocare il sinistro) viola l’obbligo di fermarsi e si allontana dal luogo dell’incidente. Questo reato è punito con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni e con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da 1 a 3 anni.

È possibile l’arresto facoltativo in flagranza del trasgressore da parte delle forze di polizia, così come nella successiva ipotesi di reato di omissione di soccorso che esamineremo tra poco.

La sosta breve non esclude il reato di fuga

La Corte di Cassazione ha ripetutamente affermato – e ribadito di recente con una nuova sentenza [2] – che la sosta momentanea, durata solo pochi minuti, non basta ad escludere il reato di fuga. Il caso deciso è emblematico: un’autovettura si era scontrata con un bambino di 9 anni in bicicletta. Il conducente si era fermato ed aveva parlato col bimbo, che non aveva riportato lesioni gravi (però aveva un labbro sanguinante), ma poi era andato via senza fornirgli le sue generalità e senza accompagnarlo a casa o al pronto soccorso.

La Suprema Corte ha ritenuto che la sosta effettuata era insufficiente e inidonea, perché erano mancate sia l’identificazione dell’automobilista sia il mancato soccorso del minore, nonostante le lesioni lievi riportate (puoi leggere la sentenza integrale nel box al termine di questo articolo).

«In tema di circolazione stradale – spiega la Cassazione – risponde del reato di fuga il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, senza fornire le proprie generalità, essendo strumentale l’obbligo di fermata all’identificazione dei soggetti coinvolti ed alla ricostruzione dei fatti, ed essendo irrilevante, ai fini della configurazione del reato, che ciò sia reso, comunque, possibile da circostanze accidentali, come la presenza di testimoni o di telecamere o i luoghi in cui si sono svolti i fatti».

Inoltre, nella vicenda del sinistro tra l’automobile ed il piccolo ciclista la scena presentava «connotazioni tali da evidenziare, in termini di immediatezza, la probabilità, o anche solo la possibilità, che dall’incidente sia derivato danno alle persone e che queste necessitino di soccorso», quindi vi era l’obbligo di prestare assistenza al ferito.

Fermarsi anche se non si è responsabili dell’incidente

Quanto al fatto che non era stato l’automobilista a provocare l’incidente, ma il bambino, gli Ermellini hanno precisato che «in tema di circolazione stradale, il reato di fuga è configurabile nei confronti dell’utente della strada coinvolto nel sinistro, pur se non responsabile del sinistro, in quanto l’incidente, che è comunque ricollegabile al suo comportamento, assume il valore di antefatto non punibile idoneo ad identificare il titolare di una posizione di garanzia al fine di proteggere gli altri utenti coinvolti dal pericolo derivante da un ritardato soccorso».

Il reato di omissione di soccorso

Questo secondo reato si configura quando, oltre alla fuga, non si ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite. Occorre quindi una situazione di bisogno effettivo, non soltanto potenziale.

La pena è la reclusione da 1 a 3 anni, con la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da un minimo di 1 anno e 6 mesi ad un massimo di 5 anni.

Reato di fuga e omissione di soccorso: differenze

La differenza tra il reato di fuga dopo l’incidente e quello di omissione di soccorso consiste – come ha chiarito la Cassazione [3] – nel fatto che le due ipotesi hanno «diversa oggettività giuridica», cioè proteggono due beni giuridici distinti: «la prima è finalizzata a garantire l’identificazione dei soggetti coinvolti nell’investimento e la ricostruzione delle modalità del sinistro mentre la seconda è finalizzata a garantire che le persone ferite non rimangano prive della necessaria assistenza».

Così, nel primo caso chi scappa impedisce (o comunque ostacola e ritarda, con la sua fuga) l’accertamento della sua identità personale e del suo veicolo; nel secondo caso, c’è l’omissione di prestare le prime cure e l’assistenza necessaria a coloro che appaiono chiaramente feriti, ad esempio chiamando il 118 e comunque rimanendo sul posto fino all’arrivo dell’ambulanza e delle forze di polizia. Gli eventi di pericolo e di danno tutelati dalle due norme incriminatrici sono evidentemente diversi.

Quindi, per il reato di fuga basta che vi sia stato un incidente, riconducibile al proprio comportamento, idoneo a produrre lesioni alle persone, senza necessità di dover riscontrare che vi sia effettivamente un danno alla loro integrità; per il reato di omissione di soccorso deve sussistere ed apparire visibile un concreto bisogno di assistenza alle persone coinvolte nell’incidente.

Per approfondire leggi anche questi articoli:


note

[1] Art. 189 Codice della strada.

[2] Cass. sent. n.29837/20 del 28 ottobre 2020.

[3] Cass. sent. n. 25142/19 del 6 giugno 2019.

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 21 – 28 ottobre 2020, n. 29837

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Torino ha confermato la sentenza di primo grado che ha condannato Fe. Ci. alla pena di 9 mesi di reclusione, con i benefici della sospensione condizionale e della non menzione, ed alla sospensione della patente per anni 1 e mesi 6, per il reato di cui all’art. 189 cod. strada, perché, alla guida del suo veicolo, dopo aver colpito un ciclista (il minore Ma. Pi.), che cadeva e riportava lesioni (trauma facciale), giudicate guaribili in 5 giorni, non ottemperava all’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alla persona ferita e si dava alla fuga (21 ottobre 2014).
2. Avverso tale sentenza ha tempestivamente proposto ricorso per cassazione, a mezzo del proprio difensore, l’imputato che ha dedotto:

1) l’erronea interpretazione ed applicazione dell’art. 189 cod.strada, in quanto, da un lato, il sinistro è stato causato dal ciclista (che è sbattuto contro il veicolo, senza cadere), e, dall’altro lato, Fe. Ci. si è fermato, ma, rassicurato il minore, spaventato per la possibile reazione dei propri genitori in considerazione del danno provocato all’automobile, si è allontanato, sicché il reato non è configurabile, stante l’assenza sia dell’elemento oggettivo (in considerazione dell’arresto e della discesa dalla vettura, che ha sicuramente reso identificabile il ricorrente, visto da altre persone e noto in paese), sia dell’elemento soggettivo (in considerazione delle buone condizioni del minore, confermate dalla circostanza che, tornato a casa, è stato portato al Pronto Soccorso solo su impulso della Polizia locale, allertata dai familiari, e non dei genitori);

2) il vizio di motivazione, non rispondendo affatto la sentenza impugnata alle puntuali censure formulate in appello e richiamate nel presente ricorso (addirittura travisate) e tralasciando completamente una parte del materiale istruttorio (come l’articolo de “Il cittadino” del 27 ottobre 2014 e la corrispondenza coi quotidiani);

3)il travisamento delle prove, posto che Fe. Ci. non è stato identificato grazie alle telecamere e non si è recato presso le forze dell’ordine dopo gli articoli di giornale, ma è stato subito contattato dal capo dei vigili urbani ed ha scritto ai quotidiani chiedendo di rendere noto il suo nome e la sua versione dei fatti, ed ha consegnato il fazzoletto al minore non perché consapevole della ferita, ma per asciugare le lacrime del bambino;

4) l’omesso esame di prove decisive ai fini della decisione (ad esempio, la dichiarazione del teste Gr., che ha appreso dai ragazzi che stavano bene e che non era successo nulla; le contraddizioni delle deposizioni dei minori); 5) e 6) l’erronea applicazione degli artt. 133 e 81 cod.pen. e la carente e contraddittoria motivazione in ordine alle censure relative al trattamento sanzionatorio, in quanto si sarebbe dovuta applicare la massima riduzione per le generiche ed il minimo aumento per la continuazione.

Considerato in diritto

1. Il ricorso non può essere accolto.
2. Le prime quattro censure, che concernono tutte l’accertamento dei fatti e la configurabilità del reato, possono essere esaminate congiuntamente.
Come confermato dallo stesso ricorrente, è pacifico che egli, pur essendosi fermato nell’immediatezza dei fatti ed avendo parlato con il minore coinvolto nel sinistro, non gli ha fornito le proprie generalità né lo ha accompagnato a casa o al Pronto Soccorso, ma è stato identificato solo successivamente all’esito delle verifiche svolte dalle forze dell’ordine. A ciò si aggiunga che la Corte di Appello ha precisato che, a seguito del sinistro, “il minore…riportava una tumefazione alla bocca e la frattura di un dente” e che “certamente …Ci. vide che il piccolo Ma., di nove anni, aveva riportato una ferita al labbro, che sanguinava”.
Alla luce di tale ricostruzione dei fatti, la decisione risulta congruamente motivata e conforme agli orientamenti della giurisprudenza di legittimità, posto che sono stati accertati sia l’elemento oggettivo del reato, consistente, da un lato, nella sosta inidonea a consentire l’identificazione del soggetto coinvolto nel sinistro e, dall’altro, nel mancato soccorso del minore ferito, sia pure non gravemente, sia l’elemento soggettivo, consistente nella consapevolezza di un possibile danno al minore (sanguinante) e nella decisione, nonostante ciò, di non fornire le proprie generalità e di non accompagnare il minore né al Pronto soccorso né a casa.
In proposito va ricordato, in tema di circolazione stradale, risponde del reato previsto dall’art. 189, comma 6, cod. strada, (cd. reato di fuga), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, senza fornire le proprie generalità essendo strumentale l’obbligo di fermata all’identificazione dei soggetti coinvolti ed alla ricostruzione dei fatti ed essendo irrilevante, ai fini della configurazione del reato, che ciò sia reso, comunque, possibile da circostanze accidentali, come la presenza di testimoni o di telecamere o i luoghi in cui si sono svolti i fatti (v., tra le tante, Sez. 4, n. 42308 del 07/06/2017 ud. – dep. 15/09/2017, Rv. 270885 – 01, che ha ritenuto esente da vizi la sentenza che aveva affermato la responsabilità del conducente che, avendo investito due pedoni minorenni, era sceso dall’auto solo dopo che una persona che aveva assistito all’impatto si era posta davanti al mezzo indicando le vittime, e si era poi allontanato senza fornire le proprie generalità, stanti le rassicurazioni fornite dalle persone offese circa il proprio stato di salute, nonostante la violenza dell’urto idonea ad arrecare danno alle persone; v. anche la più recente Sez. 4, n. 9212 del 11/02/2020 ud. – dep. 09/03/2020, Rv. 278606 – 01, secondo cui, in tema di reato di fuga dopo un incidente stradale con danno alle persone, affinché il precetto dell’obbligo di fermarsi sia rispettato, occorre che l’agente effettui una fermata che, per le concrete modalità, gli consenta di rendersi conto dell’accaduto ed eventualmente mettersi in condizione di prestare assistenza ai feriti, e, comunque, di essere identificato ai fini della compiuta ricostruzione dell’accaduto e di eventuali azioni risarcitone).
A ciò si aggiunga che l’elemento soggettivo del reato di mancata prestazione dell’assistenza occorrente in caso di incidente (art. 189, comma 7, cod. strada) può essere integrato anche dal dolo eventuale, ravvisabile in capo all’agente che, in caso di sinistro comunque ricollegabile al suo comportamento ed avente connotazioni tali da evidenziare, in termini di immediatezza, la probabilità, o anche solo la possibilità, che dall’incidente sia derivato danno alle persone e che queste necessitino di soccorso, non ottemperi all’obbligo di prestare assistenza ai feriti (v., da ultimo, Sez. 4 n. 33772 del 15/06/2017 ud. – dep. 11/07/2017, Rv. 271046 – 01, che ha osservato che il dolo eventuale, pur configurandosi normalmente in relazione all’elemento volitivo, può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso il rischio).
Invero, il presente ricorso, pur denunciano l’erronea applicazione della legge ed il vizio di motivazione, si limita a riproporre la diversa ricostruzione dei fatti proposta dalla difesa, che non è stata condivisa dai giudici di merito, insistendo, peraltro, su alcune circostanze, comunque, inidonee ad escludere il reato (quali le asserite ragioni per le quali l’imputato non avrebbe accompagnato il minore a casa o al Pronto Soccorso). Difatti, nessuna delle circostanze evidenziate dalla difesa del ricorrente ed asseritamente non adeguatamente valutate dalla Corte di Appello è idonea ad intaccare la correttezza della sentenza impugnata.
Per mera completezza va ribadito che, in tema di circolazione stradale, il reato di cui all’art. 189, commi 6 e 7, cod. strada è configurabile nei confronti dell’utente della strada coinvolto nel sinistro, pur se non responsabile dello stesso, in quanto T’incidente”, che è comunque ricollegabile al suo comportamento, assume il valore di antefatto non punibile idoneo ad identificare il titolare di una posizione di garanzia al fine di proteggere gli altri utenti coinvolti dal pericolo derivante da un ritardato soccorso (Sez. 4, n. 52539 del 09/11/2017 ud.-dep. 17/11/2017 Rv. 271260 – 01).
3. Parimenti le ultime due doglianze, concernenti il trattamento sanzionatorio, sono infondate, considerato che non denunciano né un’erronea applicazione di legge né una lacuna, contraddizione o illogicità della motivazione, ma si limitano a richiedere la determinazione della pena, quantificata già nel minimo edittale, in misura ancora più mite.
4. In conclusione, il ricorso va rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs. n. 196/2003, in quanto imposto dalla legge.


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1 Commento

  1. Ma che comportamento è mai quello di chi scappa dopo aver causato un incidente e magari aver ferito una persona coinvolta nel sinistro? Ma ne hanno un po’ di coscienza certe persone? Non parliamo solo di reato, ma di umanità che manca a molti

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