Così il Covid taglia redditi e assegni di divorzio

2 Novembre 2020 | Autore:
Così il Covid taglia redditi e assegni di divorzio

Chiusure e limitazioni alle attività, perdita del posto di lavoro: molti ex coniugi chiedono la revisione del trattamento. Come ridurre o annullare l’importo.

Se l’emergenza Covid ha messo in ginocchio molte famiglie dall’inizio della pandemia, sta anche assestando un duro colpo a chi ha posto fine al matrimonio o alla convivenza e, oltre a dipendere dal suo solo guadagno, deve anche staccare ogni mese l’assegno di separazione o quello di divorzio. Una situazione particolarmente delicata per chi ha una delle attività interessate dalle limitazioni o dalle chiusure decise per decreto la scorsa primavera e riproposte dagli ultimi provvedimenti del Governo dopo la breve parentesi estiva. Ma anche per i lavoratori dipendenti in cassa integrazione ormai da mesi o rimasti a casa perché il loro titolare non può o non ce la fa più ad andare avanti.

Succede, quindi, che molti ex coniugi si stanno rivolgendo ai tribunali per chiedere la revisione dell’importo degli assegni e che i giudici stanno dando ragione a chi dice di non reggere più la crisi. Oltretutto, diventano sempre più numerose le sentenze che ricordano il vero scopo dell’assegno divorzile, ovvero quello di assicurare al beneficiario un sostegno per colmare il gap tra le condizioni economiche degli ex coniugi. In altre parole – hanno ricordato più volte i magistrati seguendo l’orientamento dettato dalle Sezioni Unite della Cassazione –, l’assegno deve avere «una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa», dimenticando il vecchio concetto secondo cui l’importo dell’assegno doveva garantire lo stesso tenore di vita goduto quando la convivenza era ancora in atto.

Diverso il parere della giurisprudenza sull’assegno di mantenimento o di separazione, il cui scopo deve rimanere quello di mantenere l’obbligo di sostegno materiale scattato al momento del matrimonio e rimasto tale finché gli effetti dell’unione civile non vengono meno.

Ora, però, l’emergenza sanitaria ha modificato il contesto in cui applicare questi princìpi. Alcuni tribunali, infatti, tengono in considerazione l’attuale situazione di crisi nel valutare le richieste di revisione degli assegni che continuano a pervenire sui tavoli dei giudici. Si pensi, ad esempio, al titolare di una discoteca, chiusa dalla scorsa primavera e aperta solo per qualche settimana durante l’estate. Incasso zero, spese da pagare per non licenziare il personale e chiudere l’attività, prospettive alquanto buie su quando potrà riaprire. O al proprietario di una palestra, costretto anch’egli alla chiusura. Al ristoratore che, dopo avere rinunciato ad una fetta di clienti in modo da garantire le distanze di sicurezza tra i tavoli, ora vede limitati gli orari di apertura e, quindi, i guadagni. Al titolare di un’agenzia di viaggi, a chi organizza corsi di studio all’estero. L’elenco sarebbe lungo. Tutti questi imprenditori, come tanti professionisti, devono portare il pane sulla propria tavola e su quelle dei loro dipendenti o collaboratori, pagare l’affitto del negozio e della casa e anche le tasse. Possono continuare a garantire all’ex coniuge un assegno di separazione o di divorzio dello stesso importo? Lo stesso vale per i dipendenti messi in difficoltà dalla crisi: possono sopravvivere continuando a versare la stessa somma all’ex?

A questa domanda, alcuni giudici rispondono di no. Viene così accettata la richiesta di revisione dell’assegno, purché, però, si dimostri il calo di fatturato o di compensi dovuto all’emergenza sanitaria. In pratica, ci sono delle situazioni in cui il Covid può avere annullato la disparità reddituale degli ex coniugi registrata al momento della separazione o del divorzio. E, in casi come questo, si può addirittura ottenere l’annullamento dell’assegno, come deciso ad esempio dal tribunale di Ancona lo scorso mese di luglio [1]. Basterebbe, quindi presentare un bilancio o una dichiarazione dei redditi in cui si dimostrino gli effetti negativi della crisi.

A meno che l’ex coniuge abbia altre risorse patrimoniali che gli garantiscano una stabilità economica. A questo punto, addirittura, si può ribaltare la situazione. Si pensi, ad esempio, a chi, a causa del Covid, ha perso il posto di lavoro mentre l’altro ex coniuge ha un polmone economico che gli consente di andare avanti con una relativa tranquillità. Il giudice può decidere che quest’ultimo versi l’assegno al primo [2].


note

[1] Trib. Ancona sent. n.851/2020 del 01.07.2020.

[2] Trib. Torino sent. n. 1686/2020 del 01.06.2020.


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