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Adeguamento assegno di mantenimento all’inflazione

3 Novembre 2020
Adeguamento assegno di mantenimento all’inflazione

Rivalutazione Istat dell’assegno di mantenimento: come funziona e quando scatta. Qual è la prescrizione e come si formalizza l’accordo.  

Non è detto che l’assegno di mantenimento permanga a vita. Molte sono le ipotesi che potrebbero determinarne la cessazione come, ad esempio, un miglioramento delle condizioni economiche del beneficiario o l’inizio di una nuova convivenza. 

Ciò nonostante, l’emolumento in questione deve fare i conti con il tempo e con la svalutazione. Ecco perché la legge stabilisce un criterio di adeguamento dell’assegno di mantenimento all’inflazione e, in particolare, una rivalutazione Istat in modo da salvaguardare la sua natura assistenziale e il potere di acquisto del beneficiario. 

Ricordiamo infatti che scopo dell’assegno divorzile è quello di garantire, al coniuge che ne è titolare, la cosiddetta «autosufficienza» ossia la capacità di mantenersi da solo, sempre che ne sia meritevole. “Meritevole” significa che l’assegno non deve essere considerato come una rendita parassitaria (tali sono le parole della Cassazione), ma come un contributo in favore di chi, non per propria colpa, non è in grado di mantenersi. Ciò implica che, anche durante il periodo di corresponsione dell’assegno, il beneficiario – laddove possibile – deve fare di tutto per rendersi indipendente e autonomo, cercando ad esempio un’occupazione. 

L’assegno resta “a vita” laddove il richiedente sia, per età o per condizioni di salute, incapace ormai di lavorare. In tali ipotesi, solo l’inizio di una stabile relazione, basata sui presupposti della famiglia di fatto, potrebbe pregiudicare il ricevimento dell’assegno divorzile.

Dicevamo in apertura che la legge prevede dei criteri di adeguamento dell’assegno di mantenimento all’inflazione secondo gli indici Istat. Cerchiamo di capire come funzionano.

Rivalutazione dell’assegno di mantenimento 

La rivalutazione dell’assegno di mantenimento del coniuge è prevista per legge al fine di consentire al beneficiario la conservazione dell’originario potere di acquisto. 

L’assegno di mantenimento nella separazione deve essere adeguato automaticamente con riferimento agli indici di svalutazione monetaria, senza che la rivalutazione sia necessariamente prevista e regolata dal giudice. 

Si applica in via analogica anche alla separazione la norma dettata per l’assegno di divorzio (di cui parleremo a breve) che impone appunto tale adeguamento [1].

Di regola, la rivalutazione viene calcolata considerando l’indice FOI (Indici dei prezzi al consumo per Famiglie di Operai e Impiegati) pubblicato periodicamente sulla Gazzetta Ufficiale e anche nel sito dell’Istat.

L’adeguamento viene calcolato a partire dall’anno successivo a quello di decorrenza dell’assegno di mantenimento e, più precisamente, dalla mensilità della decorrenza stessa.

L’accordo di separazione o il giudice possono prevedere dei diversi criteri di adeguamento.

Rivalutazione dell’assegno di divorzio

L’assegno divorzile sostituisce l’assegno di mantenimento a partire dalla sentenza di divorzio. Anche quest’ultimo, così come l’assegno di mantenimento, deve essere rivalutato annualmente secondo l’indice dei prezzi al consumo del paniere Istat.

La legge stabilisce [2] che sia il tribunale, nella sentenza di divorzio, a stabilire un criterio di adeguamento automatico dell’assegno, almeno con riferimento agli indici di svalutazione monetaria. Con questa norma, la legge prende atto della necessità di tenere conto della svalutazione monetaria, per mantenere, nel tempo, l’assegno di un valore il più possibile coerente con il costo della vita, senza imporre un criterio fisso per l’adeguamento.

Il parametro utilizzato correntemente è l’indice Istat relativo al costo della vita. L’assegno va ritoccato annualmente in modo che la percentuale di rivalutazione sia calcolata sull’ammontare risultante dall’adeguamento precedente e non sulla cifra iniziale, tanto che la percentuale di adeguamento viene a essere parte dell’importo attualizzato.

Se la sentenza non prevede alcun adeguamento dell’assegno divorzile all’inflazione non significa che esso non debba essere rivalutato: tale adeguamento è infatti obbligatorio per legge. Dunque, in assenza di alcuna specificazione da parte del giudice, si ritiene applicabile l’indice Istat relativo al costo della vita.  

La Cassazione, infatti, afferma che la rivalutazione si deve riconoscere anche in assenza di domanda di parte e senza obbligo di motivazione, in misura almeno pari agli indici Istat, fatti salvi i casi di palese iniquità in cui il tribunale può escludere la rivalutazione con motivata decisione [3].

Prescrizione dell’adeguamento dell’assegno di mantenimento 

La prescrizione del diritto a chiedere la rivalutazione dell’assegno di mantenimento è identica a quella del mantenimento stesso: 5 anni. Dunque, non è possibile chiedere l’adeguamento all’inflazione per le annualità del mantenimento anteriori a cinque anni. 

Tuttavia, questo non toglie che il coniuge beneficiario dell’assegno, che abbia perso il potere di acquisto negli anni a seguito del mancato adeguamento all’inflazione, possa rivolgersi al giudice per chiedere un ricalcolo dell’importo sulla base del complessivo indice Istat maturato negli anni, a partire da quello successivo al provvedimento di determinazione dell’assegno. In questo modo, egli recupererà ciò che nel tempo ha perso, almeno per il futuro (non potendo agire invece per il passato, posta l’intervenuta prescrizione).

Le parti possono accordarsi da sé, senza dover ricorrere al giudice, e ridefinire l’importo dell’assegno di mantenimento adeguato all’inflazione. È possibile formalizzare l’accordo con una scrittura privata siglata da ambedue le parti con con lo scambio di richiesta/accettazione contenuto in una lettera raccomandata. 

In caso contrario, sarebbe opportuno formalizzare la modifica nei modi previsti per la revisione delle condizioni di separazione: ossia presentando un ricorso in tribunale oppure andando in Comune (ma solo in mancanza di figli della coppia da tutelare) o, infine, concludendo un contratto di negoziazione assistita con l’assistenza dei rispettivi avvocati. 


note

[1] Ai sensi dell’art. 5 c. 7 L. 898/70: in tal senso: Cass. 5 agosto 2004 n. 15101, Cass. 4 febbraio 2000 n. 1226, Cass. 6 dicembre 1999 n. 13610.

[2] Art. 5 c. 7 L. 898/70.

[3] Cass. 5 agosto 2004 n. 15101.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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