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Debiti defunto con il fisco: come non pagare

4 Novembre 2020
Debiti defunto con il fisco: come non pagare

Successione: il chiamato all’eredità e il rinunciante non rispondono delle cartelle esattoriali e degli avvisi di pagamento dell’Agenzia Entrate. 

Una recente ordinanza della Cassazione [1] spiega come non pagare i debiti del defunto con il Fisco. 

Il problema è ricorrente: un persona viene raggiunta dalla notifica di atti di accertamento dell’Agenzia delle Entrate e da cartelle esattoriali per imposte che un familiare, da poco venuto a mancare, non ha mai versato. Ritenendo di non dover pagare tali importi, il superstite – che ancora non ha formalizzato l’eventuale accettazione o rinuncia all’eredità – lascia scadere i termini per l’impugnazione di tali atti. Che rischia in questi casi? 

L’ordinanza della Cassazione è molto chiara: per non pagare i debiti del defunto con il Fisco basta rinunciare all’eredità. Cerchiamo di spiegarci meglio.

Con la rinuncia all’eredità non si pagano i debiti del defunto

La rinuncia all’eredità ha, infatti, effetti retroattivi e priva di ogni responsabilità personale il chiamato all’eredità sin dalla data di apertura della successione. È del tutto irrilevante dunque che, nel frattempo, gli siano stati notificati degli avvisi di accertamento o delle cartelle esattoriali e che questi siano stati ricevuti dal postino.

In buona sostanza – spiega la Suprema Corte – la rinuncia all’eredità, per effetto della sua caratteristica retroattività al momento dell’apertura della successione (così come previsto dall’articolo 521 del Codice civile), rende il chiamato all’eredità non responsabile del debito tributario del defunto. E ciò vale anche se la rinuncia interviene dopo che, in epoca successiva all’apertura della successione, venga notificato un avviso di liquidazione, il quale sia poi divenuto definitivo per mancata impugnazione: la ragione è che, per regola generale, la responsabilità per i debiti ereditari (compresi quelli tributari) grava su chi, accettando l’eredità, assume la qualità di erede e non grava sul “semplice” chiamato all’eredità.

Differenza tra erede e chiamato all’eredità

Qui, giova ricordare la differenza tra chiamato all’eredità ed erede.

Il chiamato all’eredità è colui che, alla morte di una persona, può succedergli in forza di una disposizione testamentaria o, in mancanza di testamento, delle regole previste dal Codice civile.

Il chiamato all’eredità potrebbe essere definito come l’«erede potenziale». Il quale poi diventa erede a tutti gli effetti se compie l’atto di accettazione dell’eredità. Dunque, l’erede è colui che ha già accettato l’eredità; il chiamato, invece, è colui che ancora deve decidere se accettare o meno.

Di conseguenza, i chiamati all’eredità non sono tenuti a presentare la dichiarazione di successione se, anteriormente alla scadenza del termine stabilito al termine per presentarla (di regola, un anno dall’apertura della successione) hanno rinunziato all’eredità e ne hanno informato per raccomandata l’Agenzia delle Entrate.

Il chiamato all’eredità non risponde dei debiti del defunto

Finché non si acquista la qualità di erede (ossia fino a quando non si accetta l’eredità), non si risponde mai dei debiti del defunto. Per cui, il chiamato all’eredità non è tenuto a pagare le obbligazioni del de cuius, ivi compresi i debiti tributari. 

Lo stesso chiamato, nel momento in cui rinuncia all’eredità, è definitivamente libero da qualsiasi obbligazione. La sua estraneità ai debiti del defunto infatti retroagisce sin dalla data di apertura della successione (ossia alla morte del de cuius). 

Dunque, se è vero che né il chiamato all’eredità, né il rinunciante rispondono delle obbligazioni del defunto, ne consegue che l’unico soggetto su cui ricadono i debiti è l’erede, dopo l’accettazione dell’eredità.

Che succede se non si accetta l’eredità entro 10 anni?

Al chiamato rinunciante deve essere parificato il chiamato che non abbia accettato l’eredità, né espressamente né tacitamente, nei dieci anni successivi all’apertura della successione, poiché il decorso di detto decennio comporta la prescrizione del diritto di accettare l’eredità e, quindi, impedisce al chiamato di assumere la qualità di erede (rinunciare all’eredità dopo il decorso di tale decennio non produce alcun effetto).

Come non pagare i debiti del defunto

Se l’accettazione dell’eredità non è mai revocabile, lo è invece la rinuncia: se infatti non sono decorsi 10 anni dal decesso, chi ha rinunciato può sempre fare marcia indietro e accettare l’eredità. Di qui un ricorrente escamotage usato da chi non vuole pagare i debiti tributari del defunto. Questi prima rinuncia all’eredità in modo che le obbligazioni vadano in prescrizione o comunque il creditore rinunci alle azioni; e dopo revoca la rinuncia all’eredità e dichiara l’accettazione.

Accettazione tacita dell’eredità

Attenzione però, perché l’accettazione dell’eredità non deve essere necessariamente formalizzata in un atto notarile. Ben è possibile che il chiamato all’eredità compia un atto inquadrabile come accettazione tacita dell’eredità, come ad esempio la vendita di un bene inserito nel patrimonio del de cuius, oppure il prelievo dal conto corrente bancario di quest’ultimo. 

In questi casi, se l’Amministrazione intende far valere l’intervenuta accettazione tacita dell’eredità (la quale impedirebbe l’esercizio della facoltà di rinuncia all’eredità), deve fornirne la prova.

Se l’erede è nel possesso di beni del defunto

Abbiamo detto che il termine per accettare o rinunciare all’eredità è di 10 anni dal decesso. Tuttavia, questo termine si accorcia se l’erede è nel possesso dei beni ereditari (si pensi a un convivente col defunto). In tal caso, questi deve fare un inventario entro 40 giorni e dichiarare, nei successivi 3 mesi, se intende accettare o meno l’eredità. Se non compie tali attività, egli si considera come se avesse accettato. 

All’eredità non può rinunciare il chiamato che decada dal diritto di rinuncia per effetto del possesso dei beni ereditari intrattenuto per un periodo superiore a tre mesi dopo l’apertura della successione, poiché, in tal caso, si produce un’irreversibile situazione di accettazione dell’eredità che non può essere posta nel nulla da una rinuncia (la quale, dunque, si rivelerebbe tardiva e, anche in tal caso, sarebbe improduttiva di effetto).


note

[1] Cass. ord. n. 24317 del 3.11.2020.


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