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Gruppo chiuso Whatsapp: è diffamazione?

5 Novembre 2020
Gruppo chiuso Whatsapp: è diffamazione?

Quando le offese su WhatsApp danno origine a un reato e consentono di denunciare il colpevole. 

Un nostro lettore ci chiede se è diffamazione in un gruppo chiuso WhatsApp. La vicenda è molto simile a tante altre. Tra persone appartenenti a un gruppo WhatsApp si è iniziato a parlare di un argomento che ha scaldato subito gli animi dei partecipanti. Uno di questi avrebbe inveito contro un altro, rivolgendosi a lui con parolacce, offese e minacce di tutti i tipi. Ci viene così chiesto se sia possibile denunciare il responsabile dell’episodio. 

La questione ha trovato, proprio di recente, un importante chiarimento in una pronuncia della Cassazione. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Naturalmente, ciò che diremo vale non solo per WhatsApp ma per qualsiasi altra chat come ad esempio Telegram o Messenger. 

Diffamazione e ingiuria: differenze

Che le offese, quando recano pregiudizio all’onore delle persone, siano illecite è fuori di dubbio. Tuttavia, quando l’offesa è proferita in faccia alla vittima (anche se per il tramite dello schermo di un computer o del display di uno smartphone), anche se in presenza di altre persone, si parla di ingiuria. E l’ingiuria non è un reato ma un semplice illecito civile che dà diritto al risarcimento del danno. Al termine della causa civile, il colpevole può essere condannato dal giudice a pagare anche una sanzione amministrativa in favore dello Stato.

Invece, se l’offesa è pronunciata in assenza della vittima, ma in presenza di almeno due o più persone, allora si parla di diffamazione. La diffamazione, a differenza dell’ingiuria, è un reato. Pertanto, la parte lesa può denunciare il responsabile presso i carabinieri, la polizia o direttamente in Procura della Repubblica. In questo caso, la sanzione è chiaramente di carattere penale e consiste nella reclusione fino a un anno e in una multa che ammonta a 1.059 euro. Oltre alla pena, c’è chiaramente la possibilità per la vittima di chiedere il risarcimento. Lo potrà fare tramite la cosiddetta «costituzione di parte civile» all’interno dello stesso processo penale.

Altra importante differenza tra ingiuria e diffamazione sta nella prova. Nel processo civile per ingiuria, le parti non possono testimoniare. Invece, nel processo penale per diffamazione, la vittima può essere testimone di se stesso; pertanto, le sue affermazioni – a differenza di quelle dell’imputato – fanno prova.

Offesa su WhatsApp: è ingiuria o diffamazione?

La Cassazione ha chiarito che l’offesa proferita in una chat WhatsApp è:

  • ingiuria se la vittima, nel momento in cui è stata pronunciata l’offesa, era connessa e partecipava alla chat;
  • diffamazione se la vittima, nel momento in cui è stata scritta la frase offensiva, non era connessa e ha letto il messaggio in un momento successivo. In questo secondo caso, la diffamazione si configura solo a patto che nella chat partecipino almeno due persone oltre al responsabile e alla vittima (quindi, deve essere una chat di almeno quattro persone).

A questo punto, è del tutto irrilevante se il gruppo WhatsApp sia chiuso o aperto anche a sconosciuti. Ciò che conta, ai fini dell’ingiuria, è la presenza della vittima mentre, ai fini della diffamazione, l’assenza della vittima e la presenza di almeno due persone.

Diffamazione e ingiuria WhatsApp: che prove?

In un precedente articolo, ci siamo occupati del problema di come dimostrare l’ingiuria o la diffamazione avvenuta su WhatsApp. Leggi “Diffamazione WhatsApp: prova“.

Non è sufficiente estrarre i messaggi, scaricarli e portarli in un file alla polizia. Né basta fare uno screenshot. È piuttosto necessario affidarsi a un perito che estragga i tabulati dei messaggi di WhatsApp dal proprio smartphone. Si tratta di una vera e propria perizia di parte.

Per compiere questa operazione occorre che un esperto, attraverso l’utilizzo di appositi software di estrazione, risalga alle chat presenti all’interno dello smartphone, anche se cancellate.

Questi programmi (cosiddetti software di mobile forensics) consentono l’acquisizione integrale di dispositivi mobili come smartphone, tablet e telefoni cellulari, generando un’immagine forense che può poi essere analizzata nell’ambito di una perizia sullo smartphone.

C’è poi un ulteriore sistema che è quello di affidarsi a un notaio che possa autenticare la stampa di una chat dichiarando che la stessa è conforme all’originale. 



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