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Uso improprio permessi 104: conseguenze

6 Novembre 2020 | Autore:
Uso improprio permessi 104: conseguenze

L’abuso delle agevolazioni per assistere il disabile può costare il licenziamento se il lavoratore utilizza le giornate concesse per le proprie esigenze.

Un tuo collega di lavoro fruisce di permessi 104 ma sospetti che possa abusarne. L’azienda ha avviato un’indagine e ha scoperto che ci sono degli abusi: talvolta il dipendente è andato in giro per faccende personali, anziché assistere il familiare disabile.

Ora il titolare ha intenzione di licenziare questo lavoratore per il suo comportamento scorretto e violativo delle regole. Potrà farlo? Quali sono le conseguenze per l‘uso improprio dei permessi previsti dalla legge 104?

La giurisprudenza si è occupata spesso di questi casi anche perché la norma di legge [1] non è molto chiara: stabilisce che chi assiste un familiare disabile può chiedere tre giorni di permesso al mese (retribuito e coperto da contribuzione figurativa), ma non indica come debba essere impiegata la giornata di permesso e come debba essere prestata l’assistenza, ad esempio se con una messa a disposizione continuativa o anche a distanza e con delle pause che consentono di uscire per sbrigare faccende o commissioni.

Abuso di permessi legge 104

In assenza di una prescrizione precisa, occorre guardare lo scopo della norma, che riconosce il diritto per una precisa e univoca finalità, che è indubitabilmente quella dell’assistenza alla persona disabile. Così con una recente sentenza la Corte di Cassazione [2] ha riconosciuto che si può prestare assistenza anche rimanendo a casa propria, purché a disposizione del disabile e pronti ad intervenire, su sua chiamata, recandosi da lui in caso di necessità.

La Suprema Corte ha ritenuto che questa “assistenza a distanza”, prestata dalla propria abitazione rimanendo in attesa, non spezzasse il legame con le finalità per cui i permessi erano stati concessi e dunque non sussisteva nessun abuso. Il discrimine – hanno precisato gli Ermellini – sta invece nello «svolgimento di attività nell’esclusivo interesse del lavoratore, quali l’essersi recato in vacanza, aver partecipato ad attività di personale interesse o aver adottato condotte similari tali da denotare una violazione del principio di buona fede nei rapporti con il datore di lavoro tale da integrare l’abuso del diritto».

Dunque c’è sicuramente abuso dei permessi legge 104 quando il lavoratore li utilizza per esigenze proprie e diverse dalla cura del disabile. Con una nuova ordinanza la Cassazione [3] ha ribadito questo punto fermo: il permesso viene «riconosciuto al lavoratore in ragione dell’assistenza al disabile e in relazione causale diretta con essa».

Perciò – precisano i giudici di piazza Cavour – «è necessario che l’assenza dal lavoro si ponga in relazione diretta con l’esigenza per il cui soddisfacimento il diritto stesso è riconosciuto, ossia l’assistenza al disabile». Ma non è necessaria una presenza costante accanto a lui: l’assistenza, infatti – prosegue la sentenza – «può essere prestata con modalità e forme diverse, anche attraverso lo svolgimento di incombenze amministrative, pratiche o di qualsiasi genere, purché nell’interesse del familiare assistito».

Il caso esaminato riguardava una dipendente che nelle ore pomeridiane delle giornate di permesso si era recata a conferenze e corsi di formazione sulla malattia da cui era affetto il padre (morbo di Alzheimer); la Corte ha escluso il licenziamento, ritenendo che la frequentazione fosse collegata con la patologia del disabile, anziché inerente ad attività di esclusivo interesse della lavoratrice.

Permessi legge 104: sanzioni per uso improprio

Ma il Collegio, richiamando il proprio orientamento costante, ha avvertito che «il comportamento del dipendente che si avvalga di tale beneficio per attendere ad esigenze diverse integra l’abuso del diritto e viola i principi di correttezza e buona fede, sia nei confronti del datore di lavoro che dell’Ente assicurativo, con rilevanza anche ai fini disciplinari». E la massima sanzione disciplinare prevista, nei casi di gravità tale che non consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro, è appunto il licenziamento.

Infatti – argomenta la sentenza – «il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che non si avvalga del permesso in coerenza con la funzione dello stesso, ossia l’assistenza del familiare disabile, integra un abuso del diritto in quanto priva il datore di lavoro della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente ed integra, nei confronti dell’Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale».

Dunque nei casi di utilizzo improprio dei permessi legge 104 – come quelli di chi ne approfitta per andare a passeggio, a fare shopping o anche per riposarsi a casa – è possibile l’applicazione di sanzioni da parte del datore di lavoro, che potrà comminare il licenziamento disciplinare.

Inoltre, il responsabile potrà anche rispondere del reato di truffa ai danni dell’Inps per l’indebita percezione dello stipendio e della contribuzione figurativa ottenuti nelle giornate di permesso. Le somme, infatti, vengono anticipate dall’azienda ma poi recuperate in compensazione sui contributi dovuti e quindi sono di fatto erogate dall’Istituto di previdenza; perciò scatta il reato di indebita percezione di erogazioni da parte di un Ente pubblico quale è l’Inps.

Per approfondire leggi anche questi articoli:


note

[1] Art. 33 Legge n. 104/1992.

[2] Cass. sent. n. 16930/20 del 12 agosto 2020.

[3] Cass. ord. n. 23434/20 del 26 ottobre 2020.


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