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Zone rosse Covid: i dati che non quadrano

6 Novembre 2020 | Autore:
Zone rosse Covid: i dati che non quadrano

Le Regioni in cui da oggi c’è il lockdown protestano: decisioni basate su numeri vecchi. Giallo in Calabria: possibile manomissione dei dati.

Nel giorno in cui entrano in vigore il nuovo Dpcm anti-Covid e l’ordinanza del ministero della Salute con severe limitazioni nelle zone rosse e arancioni, i presidenti delle Regioni interessate dal lockdown alzano la voce contro il Governo e pretendono che si corra ai ripari per non penalizzare in modo così severo cittadini ed esercenti. Sono soprattutto i governatori di Piemonte e Lombardia a protestare contro una decisione a loro avviso ingiusta, mentre in Calabria c’è una situazione alquanto paradossale. Malessere anche in Sicilia, dichiarata zona arancione insieme alla Puglia. Ma procediamo con ordine.

Il problema nasce dai dati tenuti in considerazione per stabilire le zone rosse. Secondo i presidenti delle Regioni in cui da oggi c’è il lockdown, sono state utilizzate delle cifre vecchie. A chiedere per primo una verifica è il governatore del Piemonte, Alberto Cirio: «I dati utilizzati dal Governo – spiega Cirio – sono vecchi di almeno dieci giorni. Non tengono conto del fatto che il nostro Rt è passato da 2,16 a 1,91 grazie alle misure di contenimento adottate. L’impianto scientifico della classificazione è fragile: almeno 4 o 5 regioni non erano valutabili, perché non hanno trasmesso tutti i dati», denuncia il presidente piemontese.

Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana, la butta sulla correttezza e sui soldi. Consapevole del fatto che la sua Regione è quella in cui l’emergenza sanitaria registra i dati peggiori, Fontana punta il dito contro il Governo facendo notare di avere saputo del lockdown «con un messaggino mentre Conte era in televisione. E poi parlano di collaborazione». E aggiunge: «Non arretrerò di un passo finché il governo non avrà erogato le risorse promesse». A questo e ad altro risponderà questa mattina al Senato il ministro della Salute, Roberto Speranza, nel corso dell’informativa sulla gestione dell’emergenza Covid.

Situazione più strana in Calabria. Da una parte, il presidente facente funzioni Nino Spirlì protesta per la decisione di avere dichiarato la sua Regione zona rossa. Dall’altra, però, emerge un sospetto tentativo di manomissione dei dati trasmessi al ministero della Salute per evitare il lockdown. Come riporta questa mattina il Corriere della Sera, qualcuno si sarebbe introdotto nel sistema informatico ed avrebbe abbassato i dati relativi ai pazienti ricoverati in terapia intensiva all’ospedale Annunziata di Cosenza da 14 a 2.

«Martedì 3 novembre, come ogni pomeriggio – spiega il primario di Rianimazione del nosocomio cosentino, Pino Pasqua –, ho inviato all’Azienda sanitaria il numero dei degenti ricoverati nella mia Unità, in tutto 14 persone. Dieci erano in terapia intensiva, due in sub intensiva, quest’ultimi erano meno gravi perché hanno un fabbisogno diverso, collaborano, hanno una ventilazione meno invasiva». Questo dato – continua il quotidiano milanese – è stato spedito all’Ufficio Unità speciale di continuità assistenziale perché venisse messo insieme ad altri dati provenienti dal territorio. La consueta e-mail verso il Dipartimento Salute della Regione Calabria è partita alle 13.

I dati elaborati dal sistema sono stati inseriti nel bollettino regionale e comunicati nel primo pomeriggio dal Dipartimento Salute. In serata, però, la Regione Calabria ha emanato un nuovo bollettino sui dati dei ricoveri in terapia intensiva e qualcosa non quadrava: il numero dei ricoverati per Covid giunti dall’ospedale di Cosenza erano passati da 14 a 2, senza che il primario di Rianimazione o l’Asp di Cosenza ne sapessero qualcosa. Al Dipartimento Salute suggeriscono che qualcuno – rimasto ovviamente anonimo – avrebbe voluto evitare in questo modo che la Calabria diventasse zona rossa. Tentativo, come si è visto, del tutto inutile.



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