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Rapporto di colleganza avvocato: ultime sentenze

17 Novembre 2020
Rapporto di colleganza avvocato: ultime sentenze

Codice deontologico forense; collaborazione fra colleghi; comportamento non conforme alla dignità ed al decoro professionale; illecito disciplinare.

Il rapporto di colleganza

Il rapporto di colleganza che impone la collaborazione fra colleghi deve essere sempre improntato a condizioni di reciprocità; pertanto pone in essere un comportamento deontologicamente corretto l’avvocato che, dopo una lunga e inutile attesa, rifiuti di riaprire il verbale di udienza ormai chiuso, se il collega arrivando con notevole ritardo non presenti le proprie scuse e la parte da lui assistita chieda categoricamente di non accedere a nessuna cortesia verso la controparte medesima. (Nella specie è stato assolto l’avvocato a cui era stata inflitta la sanzione dell’avvertimento).

Cons. Naz.le Forense, 29/03/2003, n.38

Lealtà e correttezza professionale

La violazione del rapporto di colleganza può costituire una concreta esplicazione della violazione del più vasto ambito della lealtà e correttezza professionale (nella specie, la scorrettezza veniva individuata nell’aver chiesto, in occasione di un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, la condanna ex art. 96 c.p.c. non solo della controparte ma anche, in solido con essa, del collega avversario, la cui correttezza era invece stata dimostrata nel corso del giudizio).

Cassazione civile sez. un., 16/11/2017, n.27200

Lesione del rapporto di colleganza

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante, perché lesivo del rapporto di colleganza e del dovere di correttezza a cui ciascun professionista è tenuto, l’avvocato che produca in giudizio copia di un esposto disciplinare presentato dalla propria assistita nei confronti del collega di controparte. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell’avvertimento).

Cons. Naz.le Forense, 03/11/2004, n.241

Obblighi derivanti dal rapporto di colleganza

Non viola gli obblighi derivanti dal rapporto di colleganza (di cui all’art. 22 del codice deontologico forense) l’avvocato che, avuta – in assenza della comunicazione del cancelliere di cui all’art. 136 c.p.c. – conoscenza del dispositivo di una sentenza favorevole al proprio rappresentato, ometta di fare parte di tale dispositivo il collega di controparte e, chieda copia autentica della sentenza (completa di motivazione) e la notifichi all’altra parte.

Cassazione civile sez. un., 23/12/2009, n.27214

Comportamento deontologicamente rilevante

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di colleganza l’avvocato che ometta di adempiere al pagamento delle prestazioni procuratorie affidate al collega, considerando che in questo caso il rapporto si svolge direttamente tra colleghi, ed è verso il mandante che si dirige l’affidamento dell’avvocato incaricato per la corretta e utile gestione della controversia (e non certo verso l’ignoto cliente). (Nella specie è stata confermata la sanzione dell’avvertimento).

Cons. Naz.le Forense, 27/06/2003, n.192

Rapporti con la parte assistita: il conflitto di interessi

Nel caso in cui professionisti partecipi del medesimo studio legale contemporaneamente prestino la propria attività in favore di soggetti in conflitto di interessi è ravvisabile la violazione dell’art. 37 c.d.f., trattandosi di un comportamento non conforme alla dignità ed al decoro professionale.

Al fine di escludere l’illecito deontologico, invero, non rileva la circostanza secondo cui tra i professionisti sussista, come nelle specie, un semplice rapporto di colleganza di studio, e non invece un legame societario o d’altro tipo. Deve essere, infatti, condivisa l’interpretazione del citato art. 37 (ancor più a seguito della intervenuta modifica), secondo cui, più che la forma giuridica nella quale viene svolta la collaborazione fra colleghi, assume rilevanza il rapporto stesso di collaborazione continuativa e pubblica, tale da indurre chiunque a dubitare dell’autonomia di determinazione dei professionisti partecipi al sodalizio che si trovino a tutelare soggetti con posizioni opposte.

(Nella specie, il C.N.F. ha ritenuto di irrogare la sanzione dell’avvertimento, in luogo di quella della censura, ritenuta eccessiva anche per la mancanza di un danno effettivo subito dall’esponente).

Cons. Naz.le Forense, 21/12/2006, n.184

Omesso pagamento del compenso spettante al collega

L’avvocato che ometta di pagare il compenso spettante ad un collega per la prestazione svolta in suo favore pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perché lesivo del dovere di probità a cui ciascun professionista è tenuto anche nelle vicende della sua vita privata.

(Nella specie, in considerazione della diversa qualificazione giuridica da attribuire all’illecito disciplinare, rientrante in una violazione relativa alla vita privata e non al rapporto di colleganza, e delle obiettive difficoltà economiche, la sanzione della sospensione per mesi due è stata sostituita dalla più lieve sanzione della censura).

Cons. Naz.le Forense, 15/04/2003, n.68

Comportamento in contrasto con i principi di colleganza

Pone in essere un comportamento disciplinarmente rilevante e in contrasto con i principi di colleganza l’avvocato che assuma il patrocinio di un cliente già difeso da altro avvocato senza interessarsi di tale precedente rapporto e ricevendo il cliente nel suo studio senza aver informato il collega già nominato. (Nella specie è stata ritenuta congrua la sanzione della censura).

Cons. Naz.le Forense, 03/10/2001, n.179

Onorari forensi: derogabilità dei minimi tariffari

“Il principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari sugli onorari di avvocato, non trova applicazione nel caso di rinuncia, totale o parziale, alle competenze professionali, allorché quest’ultima non risulti posta in essere strumentalmente per violare la norma imperativa sui minimi di tariffa, ma per ragioni di amicizia, parentela o anche semplice convenienza”. Questo è quanto statuito dalla Cassazione che si è pronunciata su una vicenda che ha visto contrapporsi due ex colleghi di studio per l’attività in una causa civile svolta da uno nei confronti dell’altro. Per la Corte, nel caso di specie, la prestazione resa è da ritenersi a titolo gratuito, stante il rapporto di amicizia e colleganza che legava i due legali coinvolti.

Cassazione civile sez. VI, 20/07/2017, n.17975



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