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Demansionamento e mobbing: presupposti per il risarcimento

17 Dicembre 2013
Demansionamento e mobbing: presupposti per il risarcimento

Datore condannato per la depressione del lavoratore se viene privato degli aggiornamenti e assegnato a compiti marginali; il danno non patrimoniale viene calcolato sul 50 per cento dello stipendio lordo.

Se il datore di lavoro affida il dipendente a compiti marginali rispetto al bagaglio professionale da lui acquisito con gli studi e l’esperienza, privandolo degli aggiornamenti professionali, deve risarcirgli sia il danno biologico (per l’ansia e la depressione), sia quello morale.

In tali casi si parla di “demansionamento” ed esiste un’ampissima giurisprudenza a sostegno del lavoratore: adibire il dipendente a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto e formato – anche se ciò dipende da una sua incompatibilità ambientale – è un illecito (salvo opportune eccezioni, qualora necessario per conservare il posto di lavoro).

Da ultimo, il tribunale di Milano [1] ha sostenuto che, in tali casi, il ristoro per la dequalificazione va calcolato sulla base del 50% dello stipendio lordo.

Attenzione: demansionamento non vuol dire mobbing, anche se i due illeciti potrebbero ben convivere nello stesso caso (come, appunto, in quello in commento, deciso dal giudice milanese).

Il mobbing si ha quando il datore di lavoro, o il superiore gerarchico, compie, in modo sistematico e protratto nel tempo, nei confronti del lavoratore, comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente; esso comporta una lesione del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità.

Perché si abbia mobbing sono, pertanto, necessari dei presupposti più precisi e definiti rispetto al demansionamento, e cioè:

a) la molteplicità dei comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato con intento vessatorio;

b) la lesione della salute o della personalità del dipendente;

c) la condotta del datore, o del superiore gerarchico deve essere stata la causa del pregiudizio all’integrità psico-fisica del lavoratore;

d) la prova dell’intento persecutorio.

Anche la Cassazione ha recentemente  [2] adottato questa linea interpretativa accordando un ristoro pari al 50% dello stipendio lordo in favore di un ispettore retrocesso a mero addetto alle vendite senza il suo consenso.


note

[1] Trib. Milano, sent. n. 1012/13.

[2] Cass. sent. n. 25729/13.

Autore immagine: 123rf.com


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