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Farsi licenziare per assenza ingiustificata

9 Novembre 2020
Farsi licenziare per assenza ingiustificata

Le spese sostenute dalla società per il «ticket Naspi», come conseguenza del licenziamento per giusta causa, devono essere rimborsate dal lavoratore. 

Cosa succede a chi vuol cambiare lavoro e tuttavia vuol prendere, nello stesso tempo, l’assegno di disoccupazione? In questi casi, di solito, ci si rivolge al datore di lavoro e si concorda un provvedimento di licenziamento. Con il licenziamento, infatti, il dipendente può percepire la Naspi che invece non gli spetterebbe con l’atto di dimissioni. Non è un comportamento in sé per sé lecito, visto che viene commessa una truffa ai danni dell’Inps. Ma scovare tali frodi è praticamente impossibile.

Senonché, non tutti i datori di lavoro si prestano al giochetto (temendo anche la possibilità di una contestazione del licenziamento e un’azione di risarcimento del danno). 

A quel punto, il dipendente che vuol proseguire per la sua strada, nell’intento cioè di percepire la disoccupazione, pensa bene di farsi licenziare per assenza ingiustificata. Così se ne sta a casa senza mandare certificati medici o altre comunicazioni all’azienda. 

Il datore di lavoro viene, in tal modo, messo “alle strette” e, piuttosto di pagare lo stipendio a un lavoratore che non si presenta sul posto preferisce licenziarlo per giusta causa. Così il dipendente presenta il provvedimento di recesso all’Inps e ottiene la disoccupazione. Gioco fatto. 

In pochi, però, si sono chiesti quali sono i rischi del farsi licenziare per assenza ingiustificata. Ed ora la risposta arriva da una interessantissima sentenza della Cassazione [1], che segue di poco un precedente dello stesso segno emesso dal tribunale di Udine [2]. Ecco qual è stata la soluzione offerta dalla Corte.

Come prendere l’assegno di disoccupazione facendosi licenziare

Quando il datore di lavoro è consenziente, il dipendente che voglia dimettersi si fa licenziare per poter così contare sulla Naspi. 

L’azienda, quando licenzia un lavoratore, deve però pagare il cosiddetto ticket Naspi, ossia una tassa allo Stato che va a finanziare gli ammortizzatori sociali. In alcune situazioni, il datore di lavoro si fa restituire l’importo del ticket Naspi dallo stesso dipendente, cosa per quest’ultimo comunque vantaggiosa, percependo a titolo di disoccupazione importi di gran lunga superiori, senza peraltro lavorare.

In ogni caso, è bene sottolinearlo (per quanto non ce ne sarebbe bisogno), si tratta di accordi fraudolenti, integrando una truffa ai danni dell’Inps.

Come prendere la disoccupazione se il datore di lavoro non vuole licenziare?

Non tutti i datori di lavoro, fortunatamente, sono disposti a compiere questo atto illecito. Il problema, però, è facilmente risolvibile. Ecco come.

In Italia, prende l’assegno di disoccupazione chiunque perde il posto di lavoro “non per proprio volere”. E tra queste ipotesi non vi è solo il licenziamento per crisi aziendale o per altre ragioni tecnico-produttive (cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo), ma anche quello per negligenza o per malafede del dipendente (cosiddetto licenziamento disciplinare che, a sua volta, può essere “per giusta causa” oppure “per giustificato motivo soggettivo” a seconda che avvenga in tronco o con preavviso). 

Quindi, il dipendente che si comporta male e che perciò viene licenziato prende la disoccupazione al pari di chi, invece, viene licenziato perché il suo posto non è più utile o è stato soppiantato dai robot.

Ma che succede quando è il dipendente a volersi dimettere perché il posto non gli piace più? In questi casi, la disoccupazione non spetta perché non c’è un vero e proprio licenziamento ma un atto volontario di dimissioni. 

Tuttavia, per prendere la disoccupazione, molte persone si fanno licenziare. Ossia se ne stanno a casa senza mandare giustificazioni. Subito allora arrivano la lettera di contestazione disciplinare e, poi, il licenziamento. Con il licenziamento arriva anche la disoccupazione. Gioco fatto e Inps fregato.

In soldoni: poiché chi si dimette non prende la disoccupazione, questi si fa licenziare standosene a casa. 

Dall’altro lato, il datore di lavoro resta “cornuto e mazziato”. Infatti, non solo perde il dipendente ma è tenuto anche a versare allo Stato la cosiddetta tassa sul licenziamento, o ticket Naspi, che può superare i 1.500 euro in base all’anzianità del dipendente.

Cosa rischia chi se ne sta a casa e non va a lavorare?

La nuova pronuncia della Cassazione vuol porre fine a questa pratica. Viene così specificato: l’azienda costretta a licenziare il dipendente per via delle assenze ingiustificate ha diritto a ottenere dal lavoratore il risarcimento del danno pari all’importo del ticket Naspi versato all’Inps. La volontà di cessare il rapporto è difatti riconducibile al lavoratore, assentatosi deliberatamente al solo fine di farsi licenziare e poter così avere diritto alla Naspi.

La vicenda

La Suprema Corte si è espressa in merito alla vicenda di un dipendente che, dopo aver manifestato all’azienda le intenzioni di rassegnare le dimissioni a causa dei problemi di salute del padre, aveva chiesto al legale rappresentante di essere formalmente licenziato dalla società al fine di poter beneficiare del trattamento Naspi. L’azienda, però, si era opposta ad un simile comportamento, scatenando nel dipendente la volontà di assentarsi dal lavoro, e costringendo così successivamente il datore ad un licenziamento per giusta causa.

Il legale rappresentante aveva invitato il dipendente a fruire di un periodo di ferie, ma lo stesso non si era presentato al lavoro nonostante i ripetuti solleciti. 

Il dipendente che si fa licenziare paga i danni all’azienda

Di qui, il principio enucleato dalla Cassazione: il lavoratore che resta assente ingiustificato, e quindi si dimette verbalmente, è tenuto a pagare il ticket Naspi, a titolo di risarcimento, al proprio datore di lavoro.

Secondo gli Ermellini, le spese sostenute dalla società per il «ticket Naspi», come conseguenza del licenziamento per giusta causa, devono essere rimborsate dal lavoratore.

Il ticket per il licenziamento è infatti un onere che la società deve sopportate esclusivamente perché il dipendente, anziché dimettersi, senza costi per l’azienda, l’ha deliberatamente posta nella necessità di risolvere il rapporto lavorativo.

Sul punto, ricordano i giudici di legittimità, l’obbligo per i datori di lavoro di versare il «ticket Naspi» [3] sussiste unicamente nei casi di «interruzione involontaria» di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Il contributo, pertanto, è dovuto, come nel caso di specie, in caso di licenziamento per giusta causa. Tuttavia, il lavoratore dipendente che non abbia rassegnato le dimissioni attraverso la consueta procedura telematica, assentandosi senza alcuna concreta giustificazione dal posto di lavoro, è tenuto a rimborsare il datore di lavoro del contributo di licenziamento da quest’ultimo anticipato.


note

[1] Cassazione sent. n. 160/2020.

[2] Trib. Udine, sent. 106/2020.

[3] Art. 2, comma 31 della legge 92/2012.

Autore immagine it.depositphotos.com


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1 Commento

  1. Cortesemente qualcuno mi potrebbe confermare il numero della sentenza della cassazione (Cassazione sent. n. 160/2020.) non mi risulta dalle mie ricerche. Grazie.

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