Cronaca | News

Covid: problemi sull’assistenza dei pazienti a casa

9 Novembre 2020
Covid: problemi sull’assistenza dei pazienti a casa

Il grido d’allarme dei medici di famiglia, oberati di lavoro. Presentata un’interpellanza urgente sulle Usca al ministro della Salute Roberto Speranza.

Ospedali che scoppiano, medici di base che non riescono a gestire i pazienti: è lo scenario di queste settimane, in piena seconda ondata di Coronavirus. Finché un positivo è asintomatico, tutto ok. Se necessita di ricovero in terapia intensiva non può che andare in ospedale. E se, invece, è sintomatico, può essere curato da casa? È l’anello debole dell’assistenza sanitaria.

Il decreto Cura Italia aveva istituito le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca), in seno alle asl, proprio per prendere in carico i pazienti Covid e assisterli da casa. La realtà è che il meccanismo non si è diffuso uniformemente, ma a macchia di leopardo e, in ogni caso, le Usca restano poche, a fronte dei tanti malati che hanno bisogno di essere guidati nelle cure. Ed ecco che i medici di famiglia si sentono come abbandonati in trincea. Per questo motivo, sulle Usca, è stata presentata un’interpellanza urgente al ministro della Salute Roberto Speranza.

Le cure domiciliari devono continuare ed essere potenziate, perché non ci si può permettere di aumentare la pressione sugli ospedali già stracarichi. Emanuele Nicastri, infettivologo dell’Istituto nazionale malattie infettive Lazzaro Spallanzani, ha spiegato al Corriere della Sera in che modo si può garantire assistenza ai malati durante il periodo della quarantena.

Vanno monitorati attentamente i parametri vitali, specialmente la saturazione di ossigeno, così da riuscire a distinguere quando il paziente può continuare le cure da casa e quando, invece, i sintomi sono così gravi da rendere necessario il ricovero.

Durante la prima ondata, è stato notato che alcuni farmaci possono attenuare la sintomatologia del Covid: sono l’antivirale Remdesivir, il corticosteroide Desametasone e l’anticoagulante Enoxaparina. Terapie sperimentali, che non sono né specifiche per il trattamento della malattia, né garantiscono risultati.

Vanno assunti solo dietro prescrizione medica e bisogna riferire se, nel frattempo, si stanno prendendo altri farmaci, per evitare effetti collaterali legati all’interazione, per esempio, tra tachipirina e cortisone.

Sull’assunzione di questi farmaci non c’è accordo nella comunità scientifica. Nicastri, per esempio, non li consiglia, anzi, suggerisce di «non usare cortisone nei primi sette giorni di malattia e in particolare in assenza di desaturazione, perché potrebbe ritardare la risposta immunitaria». L’infettivologo ritiene, invece, che si possa prendere la tachipirina, ma solo se si ha la febbre a 38 e oltre, o dolori a muscoli e articolazioni.

Il Corriere cita un altro medico, Salvatore Spagnolo, che dirige il dipartimento di Cardiochirurgia dell’ospedale di Monza. Secondo Spagnolo, eparina e cortisone possono, invece, essere efficaci nel contrastare l’infiammazione provocata dal Covid.

Un terzo uomo di scienza, interpellato dal quotidiano milanese, è Francesco Scaglione, docente di Farmacologia all’Università di Milano. Scaglione consiglia di controllare il valore della saturazione, con un normale saturimetro, un piccolo dispositivo da tenere in casa. Il campanello d’allarme deve scattare quando il valore è sotto a 94. Se non sale neanche somministrando ossigeno a casa, è il momento di andare in ospedale.



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