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Calcolo assegno mantenimento figli

10 Novembre 2020
Calcolo assegno mantenimento figli

Criteri per quantificare gli alimenti che il padre versa in favore dei figli: il reddito dei genitori non è l’unico parametro. 

Non esiste uno strumento di calcolo dell’assegno di mantenimento dei figli. A definire l’importo è, di volta in volta, il giudice che decide sulla base delle condizioni economiche dei genitori. 

Ciò nonostante, la giurisprudenza ha fissato dei parametri per evitare che tale giudizio possa diventare oltremodo aleatorio e rimesso alla discrezionalità del singolo tribunale. 

Proprio di recente, la Cassazione è tornata sul tema. L’ordinanza [1] è particolarmente interessante perché definisce tutte le regole per il calcolo dell’assegno di mantenimento dei figli.

Di tanto parleremo nella seguente guida. Ma procediamo con ordine.

Quando c’è l’obbligo di mantenere i figli

L’obbligo di mantenere i figli sussiste sia per le coppie sposate che per quelle occasionali o per i conviventi. Il semplice fatto di aver messo al mondo un bambino, al di là dei rapporti tra i genitori, implica il dovere, per padre e madre, di prendersi cura del bambino stesso finché questi non raggiunge l’indipendenza economica. E per «indipendenza economica» si considera un reddito stabile. Quindi, anche il figlio che ha superato i 18 anni ha diritto al mantenimento. 

Non per questo però un maggiorenne disoccupato deve essere mantenuto a vita se non trova un’occupazione. È onere di quest’ultimo innanzitutto dimostrare che l’assenza di un lavoro non dipende da sua colpa e, quindi, di essersi dato da fare per formarsi o per cercare un posto. È chiaro, pertanto, che il giovane privo di lavoro e che, nello stesso tempo, non vuole studiare non può pretendere il mantenimento da parte dei genitori.

Inoltre, secondo la giurisprudenza, si può presumere che, una volta raggiunti i 30-35 anni (in base al percorso di studi prescelto dal giovane) il suo stato di disoccupazione sia colpevole e non già determinato dalle carenze del mercato occupazionale. Per cui, a tale soglia di età, si perde sempre il mantenimento.

Chi deve pagare il mantenimento ai figli?

Entrambi i genitori sono tenuti a contribuire al mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive capacità. Senonché, ciò avviene in modo diverso a seconda che il genitore sia collocatario (quello cioè presso cui i figli vivono stabilmente) o non collocatario. In particolare:

  • per le spese ordinarie: queste vengono giornalmente sostenute dal genitore collocatario, chiamato a prendersi cura dell’ordinaria amministrazione dei figli. Tuttavia, il genitore non collocatario partecipa a queste spese versando, all’altro, un assegno mensile. È ciò che viene appunto chiamato «assegno di mantenimento per i figli»;
  • per le spese straordinarie: queste vengono sostenute dai genitori, di volta in volta che si presentano, secondo una percentuale a testa definita dal giudice e che di solito è del 50%. In questo modo, tali importi gravano su entrambi i genitori in parti uguali.

Come si determina l’assegno di mantenimento per i figli?

Cinque sono essenzialmente i parametri che servono per definire l’ammontare dell’assegno di mantenimento per i figli:

  • le condizioni economiche dei genitori;
  • le esigenze attuali dei figli (che quindi vanno rapportate all’età e agli studi);
  • il tenore di vita di cui il figlio ha goduto quando ancora i genitori erano conviventi. È necessario, a riguardo, che il giudice osservi il «principio di proporzionalità» in base al quale dovrà effettuare una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori;
  • i tempi di permanenza presso la casa di ciascun genitore;
  • la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.

Tali parametri di legge vogliono garantire che il minore non venga pregiudicato nella sua crescita e formazione a causa della crisi o rottura dell’unione tra i genitori e che, sotto il profilo economico, non vi siano tendenzialmente soluzioni di continuità rispetto al regime di vita precedente. Essi servono a determinare l’ammontare dell’assegno di mantenimento per i figli con un grado ragionevole di equità e oggettività. Ma la giurisprudenza e la prassi dei tribunali individuano criteri ancora più obiettivi. 

Le condizioni economiche dei genitori 

Nel determinare l’importo dell’assegno di mantenimento, il giudice deve valutare anche la complessiva consistenza dei patrimoni dei genitori.

Si devono considerare innanzitutto i redditi da attività lavorativa. Ma non solo. Ci sono anche le disponibilità di patrimoni mobiliari o immobiliari, gli assegni familiari, ecc.

Non rientrano tra le risorse economiche da considerare ai fini dell’assegno di mantenimento gli aiuti che i familiari forniscono a un genitore. 

Nel determinare il reddito dei genitori, il giudice non deve basarsi solo sulla dichiarazione dei redditi ma anche sull’effettivo tenore di vita goduto alla luce delle spese sostenute. Può anche disporre un accertamento della polizia tributaria sui redditi e sui beni oggetto della contestazione. 

Nella pronuncia in commento, si legge inoltre che: «L’art. 155 del codice civile, nell’imporre a ciascuno dei coniugi l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze dei figli, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti, nonché, appunto, le risorse economiche di entrambi i genitori».

Le esigenze del figlio

Le esigenze del figlio non sono solo quelle alimentari. I genitori devono quindi garantire ai figli anche un tetto sotto cui vivere, l’istruzione, lo sport, le cure mediche, le esigenze sociali, l’assistenza morale e l’opportuna predisposizione (fin quando la loro età lo richieda) di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura e di educazione.

Tenore di vita dei figli prima della separazione

L’assegno di mantenimento dei figli deve essere quantificato considerando le esigenze del minore in rapporto al tenore di vita goduto dai figli stessi durante la convivenza con entrambi i genitori e tenendo conto in concreto di quello che essi sono in grado di dare in ragione della loro situazione economica.

Questo significa che, tanto maggiore è il reddito dei genitori – e in particolare di quello non collocatario – tanto superiore sarà il mantenimento spettante ai figli.

Il giudice non deve valutare solo il reddito percepito dal genitore ma anche altri elementi di ordine economico suscettibili di incidere sulle condizioni delle parti, quali la disponibilità di un consistente patrimonio – mobiliare o immobiliare – e la conduzione di uno stile di vita particolarmente agiato e lussuoso.

Permanenza presso ciascun genitore

L’assegno di mantenimento va parametrato anche al tempo che i figli trascorrono con il genitore non collocatario. Durante tali frazioni dell’anno, l’assegno di mantenimento resta comunque dovuto (si tratta infatti di una somma annuale spalmata su 12 mensilità); tuttavia, il suo importo può essere ridotto quanto maggiore è il tempo che i figli trascorrono appunto con il genitore non collocatario. 

Valore economico dei compiti domestici e di cura

In base all’articolo 337ter del Codice civile, con il parametro della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore vengono valorizzate le attività cui è difficile attribuire una precisa portata economica. Sono valutati compiti di diversa natura, come fare la spesa, cucinare, accompagnare i figli a scuola, provvedere alle faccende domestiche, lavare, stirare, aiutare i figli nello svolgimento dei compiti scolastici.


note

[1] Cass. ord. n. 19299/20 del 16.09.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 2 luglio – 16 settembre 2020, n. 19299

Presidente Ferro – Relatore Falabella 

Fatti di causa

1. – B.F.M. proponeva ricorso per la cessazione degli effetti civili del suo matrimonio con C.I. domandando la riduzione a Euro 1.000,00 dell’assegno di mantenimento per i figli maggiorenni a privi di autosufficienza economica, già fissato in Euro 3.000,00. Deduceva, in particolare, l’insorgenza di un glaucoma invalidante, tale da compromettere la sua capacità lavorativa di medico dentista.

Il Tribunale, vista la flessione della capacità reddituale del ricorrente dovuta alla cessazione dell’attività lavorativa, fissava il contributo da lui dovuto per il mantenimento dei figli in Euro 1.900,00, confermando le restanti condizioni pattuite in sede di separazione.

2. – In sede di gravame la Corte di appello di Bologna, in parziale riforma della sentenza di primo grado, determinava in Euro 1.400,00 il contributo mensile in questione. Rilevava che in sede di separazione l’appellante, che ora godeva di una pensione di circa Euro 15.000,00 annui, si era obbligato a contribuire al mantenimento dei figli per Euro 3.000,00 mensili, somma superiore al reddito di allora, che era pari a Euro 33.118,00 annui: secondo il giudice distrettuale ciò faceva presumere che l’odierno ricorrente potesse contare “su apporti stabili, dei familiari, dalla C. sempre affermati e da lui mai contestati, tali da consentirgli di versare un contributo di quell’ammontare”: in conseguenza, spiegava la Corte, nella quantificazione dell’assegno doveva tenersi conto di tali elargizioni che, evidentemente, si protraevano con regolarità.

3. – La sentenza della Corte emiliana è impugnata per cassazione da B.F.M. con un ricorso che è affidato a due motivi ed è corredato di memoria. Resiste con controricorso C.I. .

Il Collegio ha autorizzato la redazione della presente ordinanza in forma semplificata.

Ragioni della decisione

mputa alla Corte di merito di aver mancato di considerare l’effettivo, e del tutto insufficiente, reddito personale complessivo da lui documentato: reddito riferito a un invalido totale che aveva dovuto cessare la propria attività professionale di medico dentista.

Il motivo è inammssibile.

Rammentato che la fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, ha riguardo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia) (Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. Sez. U. 7 aprile 2014, n. 8054), è evidente che ciò di cui si duole l’istante e non già il mancato apprezzamento della percezione, da parte di lui, del trattamento pensionistico di cui si è detto – evenienza, questa, che è stata invece tenuta in conto dalla Corte di appello -, quanto del complessivo accertamento compiuto dal giudice distrettuale sulla base degli ulteriori elementi acquisiti al giudizio e, segnatamente, della incontestata percezione di ulteriori contribuzioni che andavano a incrementare le risorse di cui lo stesso B. poteva disporre. Ma è questo un profilo, estraneo alla previsione del citato art. 360 c.p.c., n. 5, che sfugge, in sé, al sindacato di legittimità.

2. – Il secondo mezzo reca la seguente rubrica: “Vizio di violazione di legge, in particolare dell’art. 316 bis c.c. e dell’art. 337 ter c.c., comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”. Viene dedotto che l’assegno di mantenimento per i figli dovuto dal ricorrente era stato quantificato senza rispettare il principio di proporzionalità rispetto al reddito dell’istante, trascurando per l’effetto la maggiore capacità economica dell’altro genitore, tra l’altro nemmeno aggiornata.

Esso risulta essere fondato.

Nella decisione della Corte di appello è completamente assente il raffronto tra i redditi dei due coniugi.

Per contro, a seguito della separazione personale, nel quantificare l’ammontare del contributo dovuto dal genitore non collocatario per il mantenimento del figlio minore, deve osservarsi il principio di proporzionalità, che richiede una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori, oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da lui goduto (Cass. 1 marzo 2018, n. 4811).

La sentenza impugnata va quindi cassata con rinvio. Alla Corte di Bologna è demandato un rinnovato esame conformato al principio in base al quale l’art. 155 c.c., nell’imporre a ciascuno dei coniugi l’obbligo di provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, individua, quali elementi da tenere in conto nella,, determinazione dell’assegno, oltre alle esigenze dei figli, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti, nonché, appunto, le risorse economiche di entrambi i genitori (Cass. 10 luglio 2013, n. 17089).

Al giudice del rinvio è rimessa la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo e dichiara inammissibile il primo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa avanti alla Corte di appello di Bologna, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

 


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